29 maggio 2006
Al mare uno dei miei passatempi preferiti dopo dormire e rosolare al sole come una lucertola è il people watching, ovvero il sistematico spionaggio dei miei simili con intenti assai malevoli, tipo rintracciare cuscinetti di cellulite e peli incarniti nelle donne presenti (più giovani sono e più intenso sarà il piacere della scoperta dell'imperfezione) allo scopo di piazzarmi degnamente nella graduatoria delle bellezze al bagno. Il people watching è uno sport per tutti: coinvolge solo i bulbi oculari, ma richiede quantità industriali di quella celeberrima dote tutta femminile che consiste nello sbranare (in senso figurato, per carità) tutti gli esemplari di femmina cui disgraziatamente capita di entrare nel campo visivo del people watcher. Il people watching può all'occorrenza trasformarsi in attività culturale: se invece che in una delle affollatissime spiagge nostrane andate a praticarlo sui gradini di Montmartre a Parigi, animati da ben altre intenzioni s'intende, scoprirete in mezz'ora che cosa distingue un francese purosangue da un inglese con parentele sudafricane o un'italiano mezzo milanese e mezzo calabrese. Non sarete mai capace di descriverlo senza scivolare nei più banali dei luoghi comuni, ma niente è più utile per cogliere le cosiddette caratteristiche nazionali. Dopo un'ora di people watching in ciascuna capitale europea saprete perfettamente che se uno si muove in un certo modo è francese, se ride in un'altro indiscutibilmente tedesco e se indossa sandali color cuoio sotto una gonna rossa condita di maglietta viola che lascia intravedere i peli sotto le ascelle è inglese, non ci piove.
Bando alle ciance: dicevo che ero sdraiata sul lettino. E praticavo la più feroce forma di people watching di cui è capace una donna nervosa e momentaneamente scontenta sia del suo aspetto che del suo intelletto. La spiaggia pullulava di puledroni palestrati che si aggiravano fra gli ombrelloni sprigionando feromoni alla volta di tenere signorine che ricambiavano con sguardi languidi, studiata indifferenza, sguiati sorrisi. E fin qui, tutto regolare, l'estate è fatta per quello, no? Ma ciò che non mi spiego è com'è che a Marina di Ravenna le fanciulle si vestono per andare al mare come se andassero ad un ricevimento di gala. Tacchi a spillo per affondare meglio nella sabbia e dar luogo alla migliore imitazione dell'andatura di un cammello che io abbia mai visto, jeans attillati e incollati alle coscie sudate che la sera avranno dovuto chiamare il chirurgo plastico per levarseli, gonne zingare lunghe fino ai piedi ornate di cinte con fronzoli e pendagli che per mettersi in costume bisogna chiamare l'ancella che aiuta la svestizione. Nelle mie assai più rurali spiagge abbruzzesi la gente va al mare con vestitoni larghi, magliette sottratte al fratello e zoccoli di legno. I più glamour si accontentano di calzare infradito guru con fiore.
Scherzi a parte: le spiagge nostrane pullulano di fanciulle ai limiti della sopravvivenza, che a fatica si trascinano su ossa rivestite di pelle, ostentando splendidi spunzoni di rotule e menischi. Queste ragazze sono diafane e spesso assolutamente orgogliose della loro magrezza spettrale. In tutto il giorno non le vedi mangiare un fico secco; quando la fame non lascia scampo, cedono a uno yogurt vitasnella e una pesca portata da casa. Alla faccia della società dei consumi, i giovani si consumano in un'eterna dieta. A un tratto in questa specie di ossario è spuntata una bella ragazza prosperosa, florida, abbronzata e sorridente. Aveva un gelato in mano. Se fossi lesbica mi sarei innamorata, giuro. Non ho guardato se aveva la cellulite, nè se stesse tirando gli addominali per nascondere la pancetta. Era bella, allegra e sapeva di estate. M'ha fatto venire voglia di un gelato e l'ho mangiato. E se oggi ho un rotolino di più che non se andrà mai perchè ho 30 anni e non 20 chissenefrega, mi sento più felice e mi voglio più bene.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:35:00 PM | Permalink |


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