30 marzo 2007
Squilla il telefono.
"CSM buonasera sono Benedetta" (perfetto stile call centre condito di sorriso plastica)
"Riunisci tutti in sala riunioni e poi richiamatemi e mettetemi in vivavoce" sibila il Sommo

Ci siamo: la Gogna. La Gogna è uno dei procedimenti punitivi peggiori praticati dal Sommo. Viene comminata in caso di gravi inadempienze, errori imperdonabili o crisi di sadismo particolarmente violente che il Sommo non riesce a soddisfare solo bloccandoci in ufficio fino ad orario immondo, chiamandoci celebrolesi o pagandoci lo stipendio con inopportuno ritardo. E' una rilettura in chiave aziendale della famosa punizione medievale e consiste nel riunire tutti i componenti dell'ufficio in Sala Riunioni e Maltrattamenti mentre il Sommo, di persona o in vivavoce, cazzia senza pietà il malcapitato. Dopo la cazziata, quando l'imputato è già abbastanza umiliato e ne ha sentite a sufficienza per desiderare di morire fulminato, il Sommo interroga i presenti su cosa pensino dell'accaduto. Talvolta si è spinto fino a chiedere quale, secondo loro, fosse il comportamento da tenere nella situazione incriminata. Reagire peggiora la situazione e rischia di protarre la gogna per ore; e nessuno può sottrarsi o astenersi dal commentare, a meno che non simuli un fulminante attacco di colite che lo costringe a precipitarsi in bagno o, in alternativa, a inondare di cacca la Sala Riunioni e Maltrattamenti. Complesso e particolarmente divertente è il rituale elaborato dai miei colleghi per placare il disagio in attesa che la Gogna abbia inizio.
LaBara, rigida e impettita come se l'avessero sodomizzata con una scopa, stringe a sè l'immancabile blocco degli appunti e finge disinvoltura togliendosi i pelucchi dalla giacca.
U. borbotta cose comprensibili solo a lui e, scaccolandosi, esplode in fragorose e solitarie risate.
I. ripete come un disco incantato "perchè son dovuta venire anch'io?di solito non mi chiama".
Il Grafico fuma - strafottendosene beatamente di leggi e divieti - placido e intoccabile, calmo come un serafino.
S.A. è pallida e prossima allo svenimento: chi ha sbagliato? Chi? Se fosse stata lei? L'ansia l'assale e cupi scenari affollano le sue servili meningi. Cerca nervosamente comprensione e solidarietà nei colleghi ma, essendo la Spiona, negli occhi di chi la circonda trova solo odio e non troppo velate minacce di morte.
M., impettita e contratta, grida "Ecco che ci arriva un siluro nel culo!A chi tocca stavolta?" e poi sbotta in una risata isterica.
Il Sommo entra e chiude la porta. Nella stanza scende il silenzio. Il Sommo si guarda intorno e, per venti minuti, non proferisce parola. L'aria si taglia col coltello. Finalmente domanda: "Chi è l'idiota che mi ha mandato a casa un fax di 16 pagine?". Rimbomba un sospiro di sollievo, persino le pareti della stanza si sono rilassate: stavolta è toccato a I.

 
co.co.prodotto da Atipica at 5:09:00 PM | Permalink | 6 comments
La domanda del giorno, qui al Circo Barnum, è: "è giusto fare la spia?". Nonostante abbia smesso di credere all'esistenza di principi di valore universale da almeno un ventennio, ero convinta vi fosse un'unica risposta possibile a questa domanda. Oggi mi son dovuta ricredere e un'altra delle poche convinzioni sopravvissute all'adolescenza, al crollo del Muro di Berlino, alla morte di Kurt Cobain e al precariato è andata definitivamente a farsi benedire. A., meglio nota come S.A. (cognome e nome) che, a dispetto del passo militaresco e dell'atteggiamento da donna manager, nasconde un caratterino piccolo e meschino e una deferenza verso l'autorità da far venire il vomito, è pagata per riferire al Sommo Sadico tutto ciò che accade in quest'ufficio. E' un fatto ormai arcinoto e assunto che tutto ciò che dici o fai in sua presenza potrà essere usato contro di te. Questa mattina La Bara entra in ufficio fresca come un ramo di mimosa appassito e mi racconta che a S.A., ieri, è scappato detto qualcosa su non so chi. Ma dai, è il commento inevitabile. La Bara s'inalbera, mi guarda con gli occhi sgranati e decide che è arrivato il momento di servirmi una seconda lezione di vita.
LaB.":Cosa vuoi dire con questo tono ironico?" Io:"Che lo sanno tutti che a S.A. non scappa detto: lo riferisce sapendo di riferire" LaB:"Beh, è che c'è di male? F.R. le ha affidato un incarico di controllo, la paga per questo"Io:"Sì, la paga per fare la delatrice"LaB:"Macchè delatrice: ha un ruolo di controllo e lo assolve con responsabilità. Riferire al capo ciò che di sbagliato fanno i propri colleghi non è fare la spia"Io:"No, quando mai!Nemmeno chi si introduce in casa d'altri per sottrarre oggetti che non gli appartengono è un ladro. Sta solo facendo ordine e bisognerebbe ringraziarlo per la disponibilità". LaB:"Benedetta tesoro, questa tua ironia è del tutto fuori luogo. S.A. fa solo il suo dovere, sono quelli come te che non fanno il loro. Dovremmo controllarci tutti a vicenda e riferire nel caso si noti qualcosa che non va. Le cose andrebbero molto meglio. Il tuo comportamento è indice di scarso amore per l'azienda".
Dopo aver ascoltato l'elogio della delazione alle 10 del mattino, temo che la mia giornata sia irrimediabilmente compromessa.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:37:00 AM | Permalink | 6 comments
29 marzo 2007
Oggi non ho un cervello, ma un buco nero da cui non fuoriesce nulla. Nemmeno fumo. Niente, il vuoto. Ho la sensazione che i miei organi di senso inviino al cervello informazioni che però, una volta arrivate alla porta principale della coscienza, trovano un cartello con scritto chiuso per lutto. E quindi se ne tornano mestamente indietro. Nemmeno i bigodini della Mia responsabile che hanno troneggiato colorati per più di mezza mattinata sulla sua testa piccola piccola (vista con i capelli non mi sembrava così microscopica) sono riusciti a scuotermi da questo torpore, dopo l'iniziale risata. E l'arrivo di FR con il suo occhio fessurato e sadico non mi ha provocato nemmeno un sussulto. In poche parole sono scoglionatissima. E so anche perchè: ieri mi ha telefonato mia nonna. Che, dopo i consueti preamboli, ha detto "raccontami qualcosa" e io mi sono accorta che non c'era nulla che potessi raccontarle perchè le giornate seguite alla nostra ultima conversazione sono state identiche a quelle che l'avevano preceduta (e che quindi le avevo già raccontato), identiche a loro volta a quelle di cui le avevo già parlato circa un centinaio di volte. Ecco, è questo che mi scogliona: nella mia vita non succede un cazzo e, da almeno 4 anni a questa parte, con qualche sporadica eccezione, le mie giornate sono tutte uguali. Mi sento come un autobus che ripeta 20 volte lo stesso percorso: andata/ritorno, andata/ritorno, andata/ritorno. Non una deviazione. E qui non si tratta di cambiare vita, perchè tutte le vite che puoi scegliere - eccetto quelle che comportano la latitanza ma non credo di essere pronta per questo - hanno una percentuale di ripetitività in cui prima o poi ti ritrovi ad annaspare. Che dite, si chiama alienazione, noia, spleen? E come si cura?
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:29:00 PM | Permalink | 6 comments
Coi tempi che corrono, cominciare la giornata con una clamorosa risata è cosa non da poco. Questa mattina, con il solito umore da condannato a morte, entro in ufficio. Seduta alla sua scrivania, rigida come un manico di scopa e inguainata nel consueto tailleur nero, la mia responsabile è già al lavoro. Sul suo viso assorto e concentrato, invece della solita messinpiega fresca di parrucchiere, troneggia un albero di natale di bigodini colorati. Esplodo in una fragorosa risata e, fra le lacrime, domando cosa l'abbia indotta a una capigliatura così insolita. La Bara risponde serissima che ha un appuntamento: alle 11 deve incontrare la Responsabile Stampa di una grossa azienda produttrice di impianti a GPL, uno squalo in gonnella che somiglia alla Meryl Streep del Diavolo veste Prada, impeccabile e feroce icona di questa società dell'immagine. E desidera presentarsi all'appuntamento impeccabile a sua volta, perchè sia chiaro fin dal primo sguardo che quanto a rigidità e ferocia neanche qui si scherza. Poi, emettendo un sospiro stanco decodificabile con un "devo spiegarti proprio tutto", mi espone il principio primo della sua visione della vita: presentarsi in modo impeccabile, non solo al lavoro, è il primo dovere di una donna. L'abito è il nostro biglietto di presentazione, ma non solo: il vestito siamo noi, la nostra personalità, il nostro modo di vedere la vita. Non v'è nulla di più falso del proverbio "l'abito non fa il monaco", perchè l'abito è il monaco, grida la Bara in un crescendo di esaltazione, mentre la costruzione di bigodini ondeggia come un pendolo da destra verso sinistra. E poi conclude, sotto il mio sguardo attonito, che la distinzione tra essere e apparire è una sciocchezza, perchè siamo ciò che sembriamo. E se riesci ad apprire qualcosa di buono, inutile prendersi la briga di esserlo. Punto e basta.
Sul quid filosofico contenuto in questo discorso sorvolo dacché, poveretto, si commenta da solo. Assai più pragmaticamente mi domando invece cosa abbiano pensato della Bara Bigodinata le persone che ha incrociato uscendo di casa, sul treno, alla stazione. Come sia apparsa ai loro occhi una che se ne va in giro coi bigodini in testa. Perchè se tra essere e apprire non c'è differenza, allora lei è pazza.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:06:00 AM | Permalink | 3 comments
28 marzo 2007
Vedete, non bisogna mai disperare. Come dico sempre alla mia amica depressa, i periodi in cui ti pare di star fermo come un semaforo - rosso - esistono, ma poi all'improvviso la vita fa una svolta a U e, se non è detto che le cose migliorino, almeno per un po' si archivia il problema noia. Ecco, ieri mi sentivo più o meno come una che è stata investita da un panzer. Perchè a luglio probabilmente sarò a spasso e a guardarsi intorno c'è solo da augurarsi che un posto panchina in Piazza Maggiore non sia troppo caro. Come se non bastasse i siti per la ricerca del lavoro, a volte, pare si divertano a prendere per il culo. Ma a pensar male si fa peccato e, così, oggi mi devo ricredere. Stamattina entro al Circo Barnum, mi sistemo dietro la mia scrivania e, prima di cominciare la giornata, do una sbirciatina alla mail. Spam, spam e ancora spam. Tracy che mi offre del viagra e delle vergini, sbagliando clamorosamente target dato che non sono un anziano bisognoso di erezioni chimiche, nè tantomeno un talebano a caccia di fanciulle illibate. Non sono un proprio un uomo, a dirla tutta e se anche prendessi il viagra non saprei cosa far erigere. Le solite cose insomma ma, mentre stavo per uscire da Libero, ecco apparire la mia grande occasione. Stepstone, uno di quei motori per la ricerca del lavoro, al quale mi sono comunque iscritta perchè non si sa mai, ha un'offerta di lavoro che si adatta al mio profilo come un guanto. In questi casi si cerca di restare calmi, ma una leggera eccitazione corre lungo la spina dorsale. Apro l'e-mail. Pur di gustare fino in fondo la sorpresa mi soffermo su tutti quei premaboli pubblicitari idioti che di solito salto a piè pari. E finalmente, in fondo alla mail, in grassetto, l'offerta che cambierà la mia vita: ADDETTO ALLA COPISTERIA PART-TIME. Pare che a Bologna, per fare le fotocopie, siano richieste la laurea e la conoscenza di due lingue. A questo punto ho una curiosità: ma col dottorato di ricerca si riesce a evitare la catena di montaggio della FIAT?
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:58:00 AM | Permalink | 12 comments
27 marzo 2007
Dato che la mia posizione al CSM sembra meno sicura del solito, ho deciso di sottrarre un po' di tempo all'autocommiserazione per dedicarmi a ben più produttiva attività: la ricerca di un nuovo lavoro. E dopo circa un'ora sono tornata all'autocommiserazione: è meno deprimente. In Internet ci sono centinaia di siti che promettono di trovarti il lavoro dei sogni in meno di un nanosecondo. Ma 9 volte su 10 non mantengono la promessa, a meno che tu non desideri fare il tornitore da quando avevi cinque anni. Di solito ti fanno compilare un form: dati personali, titolo di studio, numero di scarpe, taglia di reggiseno, ambizioni "retributive" (le chiamano così), ambizioni professionali. Data la distinzione, deduco che per le agenzie di ricerca e selezione del personale le due ambizioni non vanno di pari passo: c'è chi aspira a diventare Einstein e non gliene frega niente di morire di fame; e chi, evidentemente, vuole sedersi su una montagna di soldi come Paperon de'Paperoni indipendentemente da quello che sa fare. Ora se la prima cosa è quantomeno probabile, dato che mi risulta che spesso i migliori son morti di fame, la seconda mi lascia un po' perplessa. Come fa uno a sognare di guadagnare fantastilioni di euro senza saper fare una mazza? E soprattutto: se davvero le cose vanno così, allora com'è che Berlusconi si propone come modello di imprenditore citando come prova della sua grandezza il mucchio di soldi che ha fatto?
La seconda cosa che salta all'occhio è che i lavori più invitanti sono stage. Se digitate addetto stampa o redattore, appariranno tante offerte che neanche nel paese dei balocchi. E allora, com'è che accettiamo contratti assurdi e stipendi da fame? Si vede che siamo davvero tutti coglioni, come ebbe a dire qualcuno in occasione delle elezioni. Perchè su internet ce n'è per tutti i gusti: redattore scientifico, redattore giuridico, redattore fiscale, correttore di bozze, copywriter, addetto stampa. Basta digitare et voila, il gioco è fatto. Così, baldanzoso come un gatto in amore, cominci ad aprire gli annunci. Cercasi laureato in materie umanistiche (ce l'ho), conoscenza fluente di due lingue (ce l'ho), abilità ad usare il computer (ce l'ho), esperienza di almeno due anni (e vai,c'ho anche questa). Poi, ringalluzziti come non mai (ah, stavolta col cazzo che finisco in un call centre), si passa a dare un'occhiata a cosa si offre per accaparrarsi cotanto pezzo di cervello. Nel 10% dei casi, nulla: l'azienda è molto riservata e non vuole sbandierare ai quattro venti i fatti suoi. La concorrenza, si sa, è sempre in agguato. E comunque se uno fa il difficile sullo stipendio significa che non ha davvero bisogno di lavorare o non ama il suo lavoro. Il candidato-schiavo ideale invierà il curriculum comunque e, se avrà l'onore di essere convocato per un colloquio, scoprirà cosa offre l'azienda.
C'è poi un 5% di imprese che non ama i misteri e si pronuncia da subito, perchè la sincerità e il rispetto devono essere alla base di ogni rapporto di lavoro. Ed è con sincerità e rispetto che ti offrono un contratto a progetto di un mese prorogabile (ma dai!) e una retribuzione di 800/900 euro il mese. Lordi. A Milano dove, per bene che vada, con quella cifra ci paghi l'abbonamento alla metro.
Il restante 80% sono stage. Qualcuno prevede il rimborso spese, altri solo un grazie. E così anche stavolta mi sa che si torna al call centre.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:25:00 PM | Permalink | 6 comments
Ho due occhiaie da far invidia a Nosferatu. Se non smette di piovere non mi resta che il suicidio. Io capisco tutto: l'inverno che non è un inverno, i fiori sugli alberi il 25 gennaio, le nebbie di novembre e, tutto sommato, dopo dieci anni di permanenza a Bologna, persino il cielo bianco non mi fa più tanto effetto. Ma tre giorni di pioggia consecutivi all'inizio della primavera, quando hai un bisogno disperato di un po' di serotonina da raggio di sole, riescono a gettarmi in uno stato d'angoscia permanente e nero come la notte. E se poi una mattina, dopo 3 giorni di sofferenza metereopatica, arrivi al lavoro e la tua responsabile ti annuncia - avvolta in tailleur nero che è già una dicharazione d'intenti - che l'unica azienda a cui facciamo da ufficio stampa (nonchè l'unica speranza di sopravvivenza di questo circo Barnum) ha appena assunto un addetto stampa interno, beh, c'è poco da stare allegri. In poche parole: costoro assumono uno (a progetto tanto per cambiare) e stanno a vedere. Se questo qualcuno si rivela in grado di fare bene da solo ciò che noi facciamo male in 11, ci mollano. E, se analizziamo la questione con un po' di obiettività, non è difficile supporre che ci riesca. A giudicare dal colore delle facce dei miei Colleghi a Tempo Indeterminato - i Sicuri - temo che a me non resti che cercarmi un altro lavoro. Cominciare il mio trentunesimo anno correggendo un comunicato di U. mi era sembrato un cattivo presagio. E, in effetti, lo era. Dal 31 luglio sono a spasso. Non è che qualcuno di voi ha qualcosa per me?
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:13:00 AM | Permalink | 12 comments
26 marzo 2007
Ecco, ho finito: ho corretto il comunicato. E l'ho pure inviato. Ora però il problema è un altro: come evitare di commettere un crimine, investire un'innocua vecchietta che attraversa la strada, travolgere una mamma che spinge una carrozzella, defenestrare qualcuno. Insomma come far arrivare la mia fedina penale immacolata al momento di andare a letto, evitando altresì atti di auto lesionismo. Perchè correggere il comunicato di U. è un'esperienza ai confini della sopportabilità che scatenerebbe istinti omicidi in Madre Teresa di Calcutta. Figuriamoci in me. E pensare che stamattina ero triste, malconcia, un po' ammaccata dalla depressione metereopatica provocata da due giorni di pioggia ininterrotti, ma tutto sommato pacifica. Mi ero persino riproposta, cristianamente, di lasciare a U. ogni illusione sulla sua presunta grandezza giornalistica. Perchè a volte non avere senso della realtà aiuta a sopravvivere. Però al centesimo congiuntivo sbagliato inserito in una frase di 25 righe senza nè capo nè coda, la nevrosi s'è risvegliata. E, come ogni buon mato che si rispetti, ho iniziato a sentire una vocina ripetere ossessivamente che U. è pagato per scrivere come me. Solo che lui non lo sa fare nonostante abbia un contratto decente e guadagni cinque volte quello che prendo io,tanto che, alla faccia dell'ambiente e dell'inquinamento, si è comprato uno di queglio odiosi SUV del cazzo. In più si sente realizzato perchè è convinto di essere un grande giornalista, nonchè un fine conoscitore dell'animo umano, mentre io mi sento una vecchia scarpa senza alcuna prospettiva se non lo sfruttamento a vita e una serena vecchiaia all'ospizio dei poveri perchè, in 40 anni di onesta schiavitù, mi sarò meritata una lussuosa pensione da 200 euro. La vocina mi ha ricordato anche dell'ammirazione di U. nei confronti di Oriana Fallaci e di come, in occasione della sua morte, egli l'abbia definita la maggiore scrittrice italiana, con buona pace di Elsa Morante, Matilde Serao, Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e altre stronzette di questo calibro. Nella stessa occasione il nostro eroe mi aveva anche chiamato ignorante perchè avevo espresso il mio disaccordo con un diplomatico sopracciglio alzato.
Così ho deciso di vendicarmi. E ho lasciato il comunicato così com'era: sono andata nel suo ufficio e, sfoderando il mio miglior sorriso, gli ho detto che era splendido, un capolavoro. E ho aggiunto sospirando: "quanto mi piacerebbe saper scrivere come te!". Quando è troppo, è troppo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:46:00 PM | Permalink | 5 comments
Il mio primo lunedì da trentunenne si annuncia più tragico del solito: stamattina entro in ufficio e sulla scrivania mi attende un comunicato da correggere, un gioiellino frutto di quella bella penna che è il nostro U. Sospiro: se il buon giorno si vede dal mattino, andiamo male. E il punto è che non si tratta di una giornata o una settimana, qui ci stiamo giocando l'anno. Comunque, dato che da ultima ruota del carro non mi è concesso discutere i compiti che mi vengono assegnati perchè evidentemente significa che nessun altro li vuole svolgere, comincio a leggere. Alla terza riga sono sudata, alla settima ho un attacco di panico: qui c'è poco da correggere, bisogna fare la prosa. Più che un comunicato sembra un responso della Sibilla Cumana reso ancor più oscuro da punteggiatura sparata a casaccio, consecutio temporum inesistente e un chilo e mezzo di retorica disgustosa. Ovviamente l'operazione va condotta con grande delicatezza perchè U. è convinto, tra le altre cose, di essere Enzo Biagi e qualunque prova contraria scatena furibonde crisi di rabbia. "E allora perchè ve lo fa correggere? " vi chiederete. In realtà lui, fedele nei secoli al suo compito di Direttore editoriale, ce lo sottopone con il duplice scopo di insegnarci il mestiere e suscitare la nostra ammirazione. E in un certo senso ci riesce: io, ad esempio, nutro un'ammirazione sconfinata per la sua faccia tosta.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:20:00 PM | Permalink | 4 comments
23 marzo 2007
"Alle Maldive non ci abita mica nessuno, ci sono solo i villaggi turistici".
"Dove stavi tu, forse"
"Nono, proprio le Maldive sono disabitate, c'è giusto qualche indigeno qua e là. Ce l'ha detto la guida turistica".

Non che sia un campione di geografia, a scuola la odiavo e se io odio qualcosa non lo studio. Però m'è sorto un dubbio. Così apro Google e scopro da Wikipedia che la Repubblica delle Maldive ha 349.106 abitanti, secondo una stima del 2005, e che la capitale ha una densità superiore a quella di Manhattan. Non solo, ci sono pure delle minoranze etniche. Stando così le cose, si può spiegare la convinzione di M. di trovarsi su un'isola disabitata in diversi modi:
  1. la guida turistica che le ha rifilato cotanta cazzata è ignorante come una capra.
  2. la guida turistica è fortemente disadattata, non ha capito di essere alle Maldive e pensava invece di trovarsi sull'isola di Pasqua. Infatti, fra la meraviglia generale, continuava a cercare i moai, con scarsi risultati.
  3. M. non era alle Maldive, ma a Stromboli. Per evitare che scoprisse la verità uscendo dal villaggio, le hanno rifilato una minchiata qualunque. Se avesse insistito per fare un giretto, le avrebbero le Maldive sono popolate solo da tigri ghiotte di turiste grasse e quarantenni.
  4. M. non si è minimamente preoccupata di scoprire se, oltre al di là del filo spinato elettrificato che cingeva il villaggio turistico, vi fosse una qualche forma di vita.
  5. Per M. i Maldiviani sono solo ottentotti sopravvissuti al progresso e ad eventuali pulizie etniche. Tra l'altro sono un po' scuretti di pelle "anche se non proprio negri" (cito a memoria le sue testuali parole che, fra l'altro, riporto con una certa ripugnanza) e M. nutre non poche perplessità sull'opportunità di considerare abitanti dei mezzi selvaggi quasi "negri". Al massimo li si può inserire nel capitolo che parla della flora e della fauna.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:34:00 PM | Permalink | 6 comments
22 marzo 2007
(Seconda parte)
  1. F.R.: il Sommo, l'Altissimo, il Capo indiscusso, il Padrone della baracca e delle nostre piccole vite. F.R. è un omone di un metro e ottanta nevrotico, sadico, gravemente disturbato e drammaticamente destinato al fllimento e alla rovina. Ha lo sguardo affilato e l'occhio sempre socchiuso in una fessura. Tutto per lui è un gioco: il cantiere navale, l'agenzia di comunicazione, la compagna, noi, i nostri contratti, la nostra stessa esistenza. Quando si sarà stancato, passerà ad altri burattini. Tutto qui.
  2. R: la compagna del Sommo in senso giuridico, la sua ombra in senso letterale. Dove c'è lui, c'è lei, una signora di sessant'anni travestita da Britney Spears, con vistosi capelli biondi, abiti all'ultima moda (da quindicenni) e gioielli tintinnanti che annunciano la sua presenza con un quarto d'ora di anticipo. Costei si definisce donna di sinistra, ma è il Saint Just della situazione: su ordine del Sommo firma tutti i contratti precari e i licenziamenti di quest'angolo di paradiso. Dopo ogni licenziamento, per tirarsi un po' su il morale, va a comprare una borsa di Gucci con la di lui carta di credito.
  3. D: La Stilista. Disegna i vestiti con il marchio del cantiere navale del Sommo. Li disegna, li produce, e non li vende, dibattendosi da due anni in un progetto mai decollato e che mai decollerà. D. è una signora biondo platino con la faccia da cadavere e una magrezza sospetta che, più passano gli anni, più ringiovanisce. Nel senso che l'hanno scorso aveva 48 anni e quest'anno ne ha dichiarati 46.
  4. G: l'uomo a disposizione del Sommo. Secondo necessità è facchino, autista, portaborse. Un factotum, insomma. Quando non è nessuna di queste cose occupa indebitamente una scrivania, fa shopping su E-bay e manda a quel paese tutti coloro che gli rivolgono la parola. La sua espressione tipica è il grugnito.
  5. Io: sto lì e sto zitta. Faccio quello che mi dicono nella speranza che arrivi presto sera. Lavoro nell'ufficio stampa, ma ho il sospetto di aver imparato di tutto, in questi anni, eccetto quel mestiere lì. I miei colleghi direbbero che sono una ragazzza per bene, schietta, che non rompe le palle e si fa gli affari suoi. Solo che loro non sanno di questo blog. E che, in verità, sono una iena cinica e passo la giornata a ridere di loro.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:59:00 PM | Permalink | 9 comments
Mi sono accorta che non ho mai veramente descritto i componenti del mio ufficio, veri protagonisti di questo blog. Rimedio subito:
  1. M.: Segretaria di Redazione di circa 40 anni, è il kapò di quest'ufficio. Fra i suoi incarichi figurano il mantenimento di ordine e disciplina; la semina periodica di zizzania onde evitare un poco funzionale clima di serenità; la persecuzione - con cadenza bimestrale - di ogni componente della squadra; la divulgazione di qualsivoglia calunnia, pettegolezzo o maldicenza possa danneggiare il malcapitato di turno. M. veste di nero, ha i capelli tinti di nero, l'espressione perennemente scocciata e la voce stridula di una cornacchia. E' divorziata e, sebbene sia stata lei a mollare il marito, è animata da astio incrollabile verso gli uomini che definisce "tutti immaturi". Tuttavia M. è sempre alla ricerca di un fidanzato ma, dopo il primo incontro, viene scaricata da tutti i potenziali aspiranti. I suoi impegni quotidiani sono parlare al telefono con la fiamma del momento, giocare a Bubble Puzzle su internet, chattare con la sua migliore amica.
  2. LAltraM: Quarantenne Reponsabile dell'Ufficio Stampa, costei unisce a una certa limitatezza d'intelletto una cronica limitatezza di orizzonti. Perbenista, borghese nel senso peggiore del termine, figlia di fascista mai redento e moglie di dirigente di multinazionale, M. é convinta che sposarsi di fronte a Dio sia l'unico modo di assumersi la responsabilità di un rapporto serio, che l'omossesualità sia contro natura, che un marito ogni tanto vada fatto seguire da un investigatore per avere certezza della sua fedeltà o la prova di eventuali infedeltà. Indossa scarpe Prada, cappottini Miu Miu, tailleur neri rigidi come una bara di frassino, occhiali Rayban. Legge i libri di Papa Ratzinger e vota Casini, eroe nazionale che salverà il paese dal disfacimento morale. E qui, prima che qualcuno fra voi si metta a vomitare, mi fermo.
  3. U.: Direttore Editoriale, U. è volgare, grasso e ha i capelli unti. Si scaccola naso e orecchie senza ritegno nè vergogna e, quando starnutisce, vibrano le pareti dell'ufficio. U. indossa spesso camice scollate da cui occhieggia una foresta di peli brizzolati che, risalendo il collo, vanno a congiungersi con la barba. Si considera un esperto nell'ars amandi e si offre spesso di rivelrne i segreti a noi pivelli. U. usa la penna come una zappa: rintracciare nei suoi pezzi una frase di senso compiuto è un'impresa titanica. Ha frequenti e inconsulti attacchi di rabbia durante i quali pesta i piedi e grida come un ossesso. Sebbene ora sia un integralista berlusconiano, racconta di avere un passato da sessantottino.
  4. S.A.: l'Impiegata dell'Amministrazione è un gendarmone biondo che si presenta dicendo prima il cognome e poi il nome perchè sia subito chiaro che lei ha la personalità di un barattolo di marmellata su cui è stata appiccicata un'etichetta. Ha due figli nati da due matrimoni diversi, ma dichiara di credere nell'amore eterno e nell'esistenza del principe azzurro. Una cazzata a cui - ho scoperto - crede un sacco di gente, solo che lei sbaglia le tempistiche: di solito, infatti, si cerca di riconoscere l'uomo non-giusto prima dell'impollinamento. S.A. non pensa, ubbidisce; non ha opinioni, abbraccia quelle preconfezionate e condivise dai più, e comunque dal più forte. Il 90% di ciò che arriva alle sue orecchie viene riferito al Sommo. (fine prima parte)

 
co.co.prodotto da Atipica at 4:07:00 PM | Permalink | 0 comments
M., Segretaria per contratto e Kapò per vocazione, è tornata dopo 10 giorni di vacanza. Incazzata come un mastino napoletano a cui hanno rubato la ciotola di cibo. M. è stata alle Maldive, uno di quei viaggi preconfezionati come le merendine del Mulino Bianco in cui un gruppo di ebeti si dà appuntamento in una nebbiosa Malapensa con ciabattine, zainetto Mandarina Duck comprato per l'occasione, cappelli e magliette col logo dell'agenzia di viaggi. Dopo nove ore di viaggio, allietato dalla visione di capolavori quali 4 Matrimoni e 1 Funerale, Vacanze di Natale, Troy e dal consumo di lingua di bue pressurizzata e pomodori cicliegini transgenici, il succitato gruppo sbarca in un villaggio turistico - plasticoso e del tutto identico a quelli che deturpano le italiche coste - del quale resta prigioniero per tutta la durata della permanenza. La giornata è scandita secondo ritmi aziendali: la mattina trascorre tra acquagym per tonificare le cosce sfruttando le miracolose alghe dell'Oceano Indiano, centro benessere e tornei di Burraco; il pomeriggio è destinato alle cure di bellezza e al riposo destressante su una spiaggia bianca. Qualcuno ne approfitta per farsi massaggiare l'occidentale schiena stressata dai mesi trascorsi davanti a un pc da un "indigeno" non stressato che - per l'equivalente di 50 centesimi - ti regala due minuti diincontaminata felicità indigena. Con quei 50 centesimi l'indigeno non stressato - che però ha visto la moglie spazzata via dallo Tzunami e il figlio maggiore cucirsi due dita confezionando un pallone nello stabilimento locale della Nike - ci sfama una famiglia che, per spostarla, ci vuole un autobus. Ma ai nostri amici col cappellino questo non interessa: sono in vacanza e comunque non possono certo farsi carico di tutte le sciagure del mondo. La sera cocktail sulla solita spiaggia bianca fra palme e abbronzature da sogno e rimorchio sfrenato. Quando l'aereo riporta i nostri amici in terra d'Occidente, si ripongono i cappellini e si torna alla dura realtà: traffico, tangenziale intasata, figli urlanti e molesti, mutuo, soldi che non bastano mai. E se gli chiedi, come ho fatto io oggi: "Ma a parte il villaggio cosa hai visto?" la risposta è "E cosa dovevo vedere Benny, tanto lì non c'è mica altro!".
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:49:00 AM | Permalink | 3 comments
21 marzo 2007
Il cervello è ben strano. Proprio nel momento in cui potrebbe stare un pochino in pace, solo con se stesso, si mette a pensare a questioni o individui così irrilevanti che ti sei persino dimenticato di loro. Così ieri sera, nel silenzio del mio monolocale, me ne stavo rannicchiata sotto le coperte mentre il gatto faceva le fusa quando il mio cervello ha ripescato dalla mia frammentata memoria due miei ex-coinquilini: Ciccio e Ciccia. Costoro di sicuro avevano anche un nome di battesimo, ma devo averlo rimosso. Ciccia era un gendarmone alto e con la testa incassata fra le spalle, la bocca sottile, i denti distanti e l'espressione fissa. Era di La Spezia, ma lavorarava all'Unicredit a Bologna ed era la donna più simile a un uomo che io abbia mai visto. Ciccio, al contrario, superava il metro e mezzo solo grazie a un taglio a spazzola che gli faceva guadaganare centimetri e, a giudicare dallo sguardo invasato e il sorriso contratto, non sarebbe stato difficile credere che fosse un serial killer, un terrorista, o qualunque altra cosa comporti uno stato di esaltazione permanente. Ciccio e Ciccia erano di una simplicitas quasi commovente. La loro vita si riduceva a lunghe sessioni di inebetimento davanti alla televisione e a una partecipazione accorata a tutti i reality in circolazione. Riempivano le giornate di commenti sull'atteggiamento, le disavventure, le vicissitudini sentimentali di questo o quel VIP, neanche fossero in perenne seduta dal parrucchiere. Le domande più complesse, e probabilmente anche le uniche, in grado di turbare la loro assoluta quiete encefalitica erano "Cosa mangiamo a pranzo/cena?" . E la risposa era sempre la stessa: pesto. Ciccio e Ciccia erano di destra perchè gli extracomunitari vengono in Italia e ci rubano il lavoro, e perchè loro non volevano mescolarsi con quei comunistacci che, durante il G8 di Genova, avevano "saccato i poliziotti come orsi". Saccare come orsi significava, nel loro semplice gergo, riempire di botte ed era la loro locuzione preferita: qualunque azione comportasse una percentuale, seppur minima, di violenza veniva espressa con la frase "saccare come orsi". Si poteva saccare come un orso una persona, un animale, e persino un oggetto. A me non risulta che gli orsi siano così mansueti da stare lì a prendersele senza reagire, ma tant'è. La violenza, in qualunque forma, era praticamente era l'unica cosa in grado di accendere nei loro sguardi un guizzo di vita che, dopo quache secondo, cedeva di nuovo il passo al solito nulla assoluto.
Una sera in cui Ciccio non c'era, Ciccia aveva rimorchiato un tale in strada e credo che lo abbia rivisto altre 2/3 volte durante altrettante assenze di Ciccio. Una sera durante una cena a base di linguine al pesto, tanto per cambiare, squilla uno dei cellulari di Ciccia (ne avevano 4 ciascuno). "Ciccio per cortesia puoi rispondere tu, ciccio caro?"
Ciccio ubbidisce scodinzolando e dall'altra parte una voce maschile chiede di parlare con Ciccia. "Chi parla?" domanda Ciccio. Click. Il furbone riattacca. Ciccio si irrita e decide di richiamarlo. "Pronto" risponde l'altro. "Chi sei?" domanda secco Ciccio. "Io Antonio" si presenta l'altro "tu invece devi essere il cornuto". Ciccio diventa rosso come un gambero, chiude la comunicazione e si volta a guardare Ciccia, troppo presa dal Grande Fratello per interessarsi del disastro che stava investendo la sua vita sentimentale. Ciccio avanza a grandi passi verso Ciccia, rosso e con gli occhi iniettati di rabbia. Per un attimo ho pensato che l'avrebbe saccata come un orso. A due passi da lei si ferma e esclama: "Ciccia, mi ha detto che sono cornuto!". Ciccia, continuando a fissare la tv: "Ah davvero, ciccio? Ti dispiace se ne parliamo durante la pubblicità, ciccio? sennò non capisco cos'è successo fra Francesca e Giovanni".
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:55:00 AM | Permalink | 4 comments
Voi come lo chiamate uno che sta a capo di un ente statale e sperpera i fondi di quell'ente per spese personali? Uno che riesce a spendere 22 milioni di telefonate in pochi mesi? Uno che si rifà la villetta con i quattrini che dovrebbe usare per risanare strade, ponti, ospedali? O che, in ogni caso, non sono destinati a finanziare le sue conversazioni transoceaniche con numeri erotici?
Io non lo so, ma non mi pare sia una cosa bella. Perchè lo dico? Perchè oltre ai matti, nel mio ufficio, ci sono anche individui così. Costoro, poichè riscuotono le simpatie del capo e appartengono alla parte politica più in voga nelle alte sfere di questa gabbia di matti, vengono presentati come poveri perseguitati, agnelli sacrificali sacrificati al cambio di governo, poveri pesci piccoli che in fondo non hanno fatto niente ma sono stati pescati nell'immenso mare della disonestà da giudici stufi di passare la giornata a leggere il giornale in ufficio. Le toghe rosse, le stesse che hanno rovinato la vita a quel sanfrancesco di Previti. E così, a proposito di questi due furbetti del quartierino, capita di sentire frasi come "poverini, non sono stai protetti dal partito","Capita sempre quando cambia il governo, ma comunque lo fanno tutti" e poi "figurati se è una cosa così grave, i reati sono ben altri". Certo, ci sono la pedofilia, l'omicidio, lo stupro, lo spaccio di droga, il riciclaggio di denaro sporco, il terrorismo. I ladri in fondo sono dei pivelli rispetto ai pezzi da novanta che ho appena citato perciò tanto vale lasciarli tutti a spasso. Come dire che uno non si cura l'appendicite perchè in in qualche parte del pianeta c'è qualcuno che ha il cancro.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:04:00 AM | Permalink | 7 comments
20 marzo 2007
Io non lavoro davvero, presto servizio civile in un manicomio. La cosa potrebbe anche interessarmi, non dico mica di no, in fondo ho una confidenza quasi trentennale con la follia. Il problema è che il servizio civile è una scelta, mentre io qui ci sono finita con l'inganno: mi avevano detto che si trattava di un ufficio stampa. Le prove a sostegno dell'affermazione CSM=MANICOMIO sono molte e inoppugnabili:
  1. Hanno assunto A. come centralinista e, dopo lunga e sofferta discussione che ha ridotto la collega dell'amministrazione in lacrime, l'hanno sbattuta definitivamente in una scrivania senza centralino. Risultato: tutti si lamentano perchè A. non risponde mai al telefono.
  2. G. viene profumatamente pagato per fumare seduto con i piedi sulla scrivania. Quando si sente particolarmente produttivo fa shopping compulsivo su E-bay o acquista televisori al plasma da cinesi che prima si fanno mandare i soldi e poi spariscono nell'immenso mare della rete. Posso provarlo perchè io sono colei che traduce in inglese le minacce di morte per i paccaioli cinesi.
  3. L'Impiegata dell'Amministrazione si è fatta la blefaroplastica ma, pur di non dircelo, ha inventato una storia strappalacrime su presunte ulcere oculari. Dopo una settimana di assenza durante la quale, grazie alla riservatezza che contraddistingue alcuni miei colleghi, tutti sapevano cosa stesse facendo, costei è tornata e ha raccontato, con espressione addolorata, di essere stata praticamente operata d'urgenza. Terribili ulcere oculari (ma non erano corneali, le ulcere?) stavano per ridurla alla cecità perchè producevano pus in gran copia che, non riuscendo a riversarsi al di fuori delle palpebre, si accumulava sotto pelle dando vita a quelle antiestetiche borse sotto gli occhi.
  4. La Responsabile dell'Ufficio Stampa alla domanda "hai presente il Grande Fratello protagonista di 1984 di Orwell" resta mezzo minuto a bocca aperta e poi risponde "Non guardo programmi per gente poco acculturata". "Non è un programma, è un libro di Orwell" "Oh, ma io non leggo nemmeno best-seller".
  5. Il Tecnico dei Computer non sa cosa vuol dire stampare fronte/retro. Io: "Scusa E. questa stampante sarà pure bionica, ma non stampa fronte/retro" E: "Cosa intendi con stampare fronte/retro?" Io: "Stampare pagina 2 dietro pagina 1" E: "Perchè, ci sono stampanti che lo fanno?".
  6. Sempre la Responsabile dell'Ufficio Stampa ha affermato, innervosita per essere stata interrotta durante una partita di Spider, che lei non può farsi carico dell'operatività, perchè è pagata per pensare. Già, pensare intensamente a come vincere l'ultima partita del livello intermedio per passare all'avanzato.
Scusate, ora devo andare, vado a calmare U. in preda a uno dei suoi soliti deliri di onnipotenza: crede di essere un Direttore Editoriale.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:58:00 PM | Permalink | 9 comments
Ieri nuoto. Non un nuoto qualunque da una una ventina di vasche in un millennio e qualche polf plof con la manina. No, un nuoto serio col delfino, gli spruzzi, le serie miste, l'ansia da prestazione, i crampi alla fine e tutto il resto. Uno sforzo capace provarti al punto che, se dopo hai un incontro ravvicinato con George Clooney, ti fai trovare sepolta in un pigiamone di pile ornato di orsetti sorridenti, gli sbadigli in faccia e gli dici "Scusa sai, ma stasera ho un gran mal di testa". Come se non bastasse, sono una donnina di un metro e 58 per 43 kg, unico esponente del cromosoma XY, in vasca con dei gendarmoni il più piccolo dei quali misura un metro e 90 con un'apertura alare che si esprime in ettari. Ora, si dà il caso che io sia sempre stata molto fiera delle mie prestazioni natatorie, sebbene inficiate dalla non proprio giunonica statura, e degli effetti di codesta attività sul mio esile corpicino. Poi ieri arrivo, mi cambio ed entro in piscina. Tutto come al solito. Eccetto l'accappatoio.Quello, invece di indossarlo, l'avevo in mano. Appena varco la soglia della piscina un simpatico istruttore di età compresa fra 75 e 90 anni, con vistosa capigliatura canuta e faccia ottusa come quella di un gambero d'allevamento, mi guarda e mi dice, nel macelato - e soprattutto malriuscito - tentativo di farmi un complimento: "Ecco le spalle più larghe della piscina: due spalle con una donna sotto!". Spalle-con-una-donna-sotto. Spalle-con-una-donna-sotto!SPALLE-CON-UNA-DONNA-SOTTO! Cinque parole che hanno irrimediabilmente frantumato la mia autostima. Il sorriso mi si è letteralmente sbriciolato. Ho sentito le spalle lievitare fino a raggiungere le proporzioni di quelle di Myke Tyson e mi è persino sembrato di vedere la mia faccia riflessa sulla superficie dell'acqua assumere un colorino via via più scuro, i capelli trasformarsi in una massa lanosa e un folto pelo riccio ricoprire la superficie del mio corpo. Il Gambero d'Allevamento, del tutto ignaro della devastazione psicologica scaturita dalle sue parole, sorrideva in attesa che, quantomeno, lo ringraziassi del complimento ricambiando il sorriso. Non sapeva, lo stolto, che stavo lottando per tenere a bada l'istinto di affogarlo. Così ho bofonchiato un diplomatico "eheh" e sono andata a rannicchiarmi nell'angolo più buio della piscina, sperando che nessuno notasse la mia spalluta presenza. Alla prima vasca a delfino ho avuto un attacco di panico: sentivo i muscoli delle spalle lievitare e gonfiarsi sempre più fino a diventare due boe. Ho avuto voglia di fuggire piangendo come Candy Candy o di andare a fare plof plof con le corpulente signorine dell'acquagym, intente a saltellare a ritmo di puntz-tuntz nell'inutile tentativo di bruciare qualche molecola di grasso prima dell'estate.
Ero così provata psicologicamente che non riuscivo ad andare dritta per la mia strada: in meno di un'ora ho fornito a tutti i presenti la dimostrazione scientifica che, con un po' di impegno, è possibile farsi spezzare un braccio e finire arenati contro il galleggiante che separa le corsie.
Per farla breve, la scoperta di avere voluminose spalle da nuotatore, che staranno anche bene addosso a un corazziere come Jan Thorpe, ma potrebbero avere qualcosa di stonato su un lillipuziano emaciato, equivale nel mio piccolo mondo precario alla caduta dell'ultima certezza: la convinzione di avere un aspetto gradevole. Una specie di crollo del mio personalissimo Muro di Berlino estetico.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:09:00 AM | Permalink | 4 comments
19 marzo 2007
Rank 10. Salto di gioia. Prima che qualcuno me lo chieda: no, non vivo per questo e avrei anche altre cose a cui pensare, ma non molte, in verità. E poi soffro di fissazioni periodiche e questo è il momento del blog. Perciò ora mi diverto così. Ho deciso che interpreterò questo aumento di rank come il segno che anche dopo i 30 c'è speranza e non sono ancora dannata a una vecchiaia precaria e noiosa. Ovviamente non durerà. E non lo dico perchè sono affetta da pessimismo cosmico di matrice leopardiana (della serie: me infelice, me tapino, sempre solo nell'angolino), anche se a essere sinceri neanche l'ottimismo è il mio forte. Semplicemente so che appena una ciambella mi riesce tonda e con un bel buco preciso, e tutti dicono "ehi che bella ciambella tonda, e che buco!", invece di fare la ruota come un pavone soddisfatto, decido lucidamente che è giunto il momento di smettere di far ciambelle tanto è evidente che sono negata. Ognuno ha le sue nevrosi: c'è chi si mangia le unghie, io mi diverto a picconare tutto quello che a un certo punto sembra comportare un moderato successo, a fare e disfare neanche fossi Zeus sull'Olimpo. Ovviamente l'unica vita sulla quale vanto qualche pretesa di controllo è la mia. E quindi è l'unica che risente di questa specie di Complesso del Burattinaio.
Oggi inizia una settimana piuttosto funebre per me, per svariate ragioni: domenica compio 31 anni. Ok, direte, basta con questo ritornello della vecchiaia che insomma nella vita ci sono cose peggiori. E forse sarebbe effettivamente il caso di piantarla, ma vedete credevo che il peggio fosse compiere 30 anni. Il confine, la sottile linea rossa fra un decennio in cui puoi sognare di diventare qualunque cosa tu voglia e il decennio in cui è bene che cominci a concretizzare. O a prendere confidenza con ciò che ti è definitivamente precluso. E qualcosa mi suggerisce che il tempo stringe. Ma il tempo per fare cosa, quale tempo? Insomma, io ho un'avversione antica per il concreto/concretizzare/realizzare/diventare/costruire. Io non costruisco nulla, incollo frammenti e mi racconto una storia che dia senso a quei frammenti. Ma ora è come se mi sentissi fuori tempo massimo.
Secondo, questo venerdì arrivano mamma e papà: nessun dilemma, nessun conflitto antico fra genitori e figli. Semplicemente urge una soluzione al problema gatto e bisogna trovare il tempo - e soprattuto la voglia - di pulire la casa. Non che sia un letamaio, intendiamoci, ma bisogna raggiungere un livello di pulizia adeguato ad accontentare una mamma meridionale per la quale la quantità di polvere sui mobili è direttamente proporzionale al disfacimento morale della figlia. Tutto qua. Terzo: bisogna prepararsi ad affrontare una domenica in cui tutti pretendono di avere sufficiente confidenza con me per tirarmi le orecchie 31 volte. E io odio chi mi tira le orecchie. Difficile sopravvivere.
Quarto: Shynistat segnala che fra i server da cui qualcuno s'è collegato al mio blog figurano San Paolo Imi, Fineco Bank e Cariverona. Ora da bravo pagatore moroso di qualunque cosa (bollette, bollettini, multe, finanziamenti), nonchè correntista perennemente in rosso ho fatto un salto sulla sedia e ho subito pensato di darmi alla latitanza. Se non mi sentite più, sapete perchè.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:21:00 AM | Permalink | 8 comments
16 marzo 2007
E va bene la precarietà, e che quando c'è da sbattersi per pagare una fattura dall'altra parte di Bologna ci si manda il precariuccio di turno - cioè io, e poco importa se sono dell'ufficio stampa - in bicicletta, perchè tanto il taxi "tra chiamarlo, arrivare, portartici e richiamarlo ci metterebbe più tempo", però ogni tanto abbiamo anche le nostre soddisfazioni. Come quando cambiano nome a una stupida inziativa marchettara perchè tu hai fatto notare che allude a qualcosa di non troppo politically correct. In poche parole: l'iniziativa marchettara si chiamava A gas per l'Africa e prevedeva la partecipazione di Giobbe Covatta. E quando c'è Giobbe Covatta ci dev'essere pure l'Africa, si sa. Vincendo la mia proverbiale pigrizia e il mio pantagruelico menefreghismo, avevo accennato alla possibilità che le buone intenzioni ambientali dei promotori dell'iniziativa fossero fraintese e che a qualcuno, anzichè il gas serra, venisse in mente lo Zyklon B e il bieco uso che ne facevano i nazisti. Bene, giusto di ritorno dalla mia passeggiata in bicicletta, appuro che A gas per l'Africa è diventato Una città per respirare. Esultanza, gioia scomposta. In ogni modo è durata poco: non c'ho messo molto a scoprire le vere ragioni della scelta e per constatare che hanno più a che vedere col marketing che con le mie pruderie da politicamente corretto. Mi pare d'aver capito, oltre tutto, che non si può menzionare l'Africa perchè non c'è più il Covatta. Cos'è, per un po' di beneficienza ha messo i diritti d'autore su un intero continente?
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:42:00 PM | Permalink | 8 comments
Primo: qualcuno mi spieghi che cazzo è successo. Da dove escono 60 visite al mio blogghettino? Non che la cosa mi dispiaccia perchè, se scrivessi per me stessa o "per non implodere" - come dice qualcuno - lo farei sul mio PC o sul diario di Betty Boop con lucchetto piombato. E' quindi ovvio che mi approprio indebitamente di uno angolino di cyberspazio perchè mi piacerebbe essere letta, ma a 31 anni mi vedo costretta ad ammettere che volere non è potere. Adesso però sembra che, da un giorno all'altro, tutti siano passati di qua. Chiaro che il fatto che uno legga non vuol dire che apprezzi, ma in ogni caso speriamo che duri.
Secondo: ieri cercavo le chiavi di casa e ho trovato un rametto di mimosa appassito nella borsa. Ora, quando era fresco non l'ho degnato di un'occhiata, ma ieri non ho potuto fare a meno di pensare che "l'appassimento" è assai più rappresentativo della condizione della donna di quegli irritanti pallini gialli. E mi è tornato in mente che l'8 marzo, andando al lavoro, sono passata davanti alla sede della CIGL Bologna dove un gruppo di suffragette ultrasessantenni e stagionate distribuiva mimose con espressione seria e commossa. Qualcuno sventolava bandiere rosse scolorite e della pace. Ora, posto che la pace, il rosso in generale e la CIGL riscuotono in linea di massima le mie simpatie precarie, davanti a questo spettacolo m'è venuto il voltastomaco:
  1. Perchè l'8 marzo successe un casino dentro una fabbrica e morirono 129 donne arrostite e noi non troviamo niente di meglio che spelacchiare mimose per regalarci rametti che dopo una settimana appassiscono.
  2. Perchè, guarda caso, esistono la Giornata Mondiale del Gatto, quella del Cane e, infine, la Festa della Donna.
  3. Perchè la CIGL farebbe un favore a tutti se, invece di far distribuire mimose da ex-pasionarie del femminismo di sinistra, si occupasse del fatto che, se continua così, torneremo a nascondere la gravidanza per non essere licenziate.
E, infine, una parola sulla consuetudine di uscire per infilarsi con altre donne in locali pieni donne per guardare uno spogliarellista palestrato, unto, anabolizzato, fresco di parrucchiere, chiaramente deficiente e presumibilmente gay che sculetta in perizoma leopardato. Qualcuno mi spiega che gusto c'è? Sarò un po' demodè, ma io preferisco un locale pieno di uomini etero, e il maschio mi aggrada peloso quanto basta (non una scimmia però) e virile, non con i capelli freschi di parrucchiere e visibilmente stirati. E, dulcis in fundo, odio gli uomini in perizoma e gradisco che, se proprio uno deve sculettare, lo faccia in camera mia e non sotto lo sguardo allupato di un centinaio di tipe con i capelli ruffi e i peli sotto le ascelle.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:00:00 AM | Permalink | 17 comments
15 marzo 2007
Rassegna stampa. Una parola che, nell'immaginario collettivo, allude a un'attività intelletuale di prim'ordine. Quando qualcuno domanda "di cosa ti occupi?" - riedizione postmoderna del più populista "che lavoro fai?" - e tu rispondi "l'addetto stampa", gli occhi di costui si accendono di ammirazione. A questo punto sono due i possibili scenari nei quali evolve il discorso:
  1. un intimorito "ah!" seguito da repentino cambio di argomento;
  2. domande di approfondimento sparate a raffica per scoprire quali sono le mansioni di uno che fa un lavoro che suona così bello.
Nel primo caso si ha un moderato ringalluzzimento dell'addetto stampa e si cambia discorso. Nella seconda ipotesi, invece, l'addetto stampa elenca, non senza una punta di sussiego, una serie di attività pressochè sconosciute ai più, che tuttavia suonano come indispensabili al progresso dell'umanità. Fra esse figura la RASSEGNA STAMPA. Al solo udire queste due paroline insignificanti l'interlocutore ha una specie di crollo nervoso. L'occhio luccica voglioso, quasi innamorato, subito seguito dall'esclamazione "allora fai la giornalista!". Che tipo di divinità può mai essere colei/colui che viene pagata per stare tutto il giorno a sfogliare tonnellate di giornali, mentre all'homo normalis è vietato persino introdurlo in ufficio, un giornale?
In questo stadio il discorso può evolvere in due ulteriori direzioni:
  1. l'addetto stampa gonfia le piume e si ubriaca di prestigio sociale (tanto, detto inter nos, non gli è rimasto molto altro);
  2. l'addetto stampa si adopera, con pervicacia degna di un masochista, per smontare pezzo per pezzo la convinzione del suo interlocutore di trovarsi di fronte a un vero intellettualoide. Per farlo basta spiegare che fare rassegna stampa significa semplicemente passare la giornata a sforbiciare ritagli - per di più spesso selezionati da altri - di bla bla di scarsissimo valore e/o interesse, appiccicarli su un foglio bianco di grandezza opportuna, quindi archiviarli sporcandosi di polvere come un minatore dei vecchi tempi. Nell'era digitale, sia il ritaglio che l'appicciamento avvengono in modo virtuale, su un file di word. L'archiviazione no, quella è polverosa come nel 1920. Tutto qui. Alla faccia del lavoro intellettuale.
Se poi l'addetto stampa sono io, aggiungo con piacere che:
  • scrivere un articolo significa scopiazzare pezzi di comunicati stampa preoccupandosi solo di collegarli in modo intellegibile;
  • fare ricerca iconografica è la forma elegante di "sgraffignare foto da internet";
  • diramare un comunicato equivale a inviare e-mail a grappoli di indirizzi (in copia nascosta, ovviamente) sottratti con biechi mezzucci ad altre mezze tacche del giornalismo;
  • confezionare cartelle stampa vuol dire passare la giornata a stampare una quantità immonda di comunicati vecchi come la puzza e cacciarli dentro un raccoglitore con il logo dell'azienda da distribuire alle solite mezze tacche del giornalismo.
Certo, è pur vero che per far questo mestiere sono richieste una laurea in materie umanistiche, meglio se con 110 e lode, conoscenza di una trentina di lingue straniere fra cui l'ugro-finnico (la Finlandia è destinata a conquistare ben presto i mercati valutari, non lo sapevate?), confidenza con 17 sistemi operativi e relativi applicativi, nonchè la disponibilità a lavorare 15 ore il giorno. Ma in fondo non sono gli stessi requisiti che chiedono al centralinista di call centre o al commesso di Blockbuster? Perciò avanti, fatevi tutti addetti stampa. C'è da divertirsi.

 
co.co.prodotto da Atipica at 3:52:00 PM | Permalink | 13 comments
Entro in ufficio saltellante. C'è il sole e canto anche oggi, sperando che il decorso della mia allegria sia più positivo di quello di ieri. Quando, in meno di un quarto d'ora, la gioia di vivere si è trasformata in furia omicida e tale è rimasta fino a sera. Perchè, cari signori, non avevo nemmeno finito di togliermi il cappotto quando sono stata sommersa dai "fai questo/fai quello". Mentre destreggiavo me stessa e i miei cloni fra mille cose, m'è toccato anche scoprire che I., centralinista e confezionatrice di cartelle, aveva indetto uno sciopero bianco per protesta contro la primavera che le ha fatto venire la cervicale. In poche parole I., la logorroica sessantenne, era seduta al suo posto animata dall'incrollabile intenzione di restare ferma come un semaforo per tutto il giorno. Con la sola eccezione dei muscoli della bocca. Infatti ha subito chiarito che:
  1. non aveva intenzione di rispondere al telefono. Indi avrei dovuto farlo io.
  2. non aveva intenzione di aprire la porta. Indi avrei dovuto farlo io.
  3. non aveva intenzione di confezionare queste stramaledette cartelle stampa (che Dio fulmini chi le ha inventate, ammesso che sia ancora vivo). Indi avrei dovuto farlo io.
  4. aveva intenzione di rompere le palle con la sua logorrea inarrestabile e insopportabilmente percorsa da vena polemica. Nessuno aveva intenzione di farsi triturare la pazienza discutendo con lei. Indi avrei dovuto farlo io.
Per finire, alle sei, ovvero solo mezz'ora prima della chiusura, si è palesato il SuperBoss con faccia distorta dalla nevrosi e con segni evidenti di una incombente crisi di sadismo. Ci ha guardato tutti lentamente, con occhio fessurato, alla ricerca del poveraccio da tormentare fino a un orario immondo, ma io, lesta come un coniglio selvatico, ho infilato la gioacca e me la sono svignata. Alla fine comunque ha deciso di torturare A., cui ha affidato il gravoso compito di vendere barche (barche, non bottiglie d'olio) al telefono. Una strategia di marketing semplice ed efficace, soprattutto visto che il prodotto ha un prezzo contenuto, alla portata di tutti, ed è di uso quotidiano. In ogni caso perchè preoccuparsi? Se dalla vendita delle barche dipende il rinnovo del mio contratto, posso sempre uccidere A. nel caso in cui mi diano il benservito. Non mi restituirà il lavoro, ma sarebbe sufficiente per assicurarmi un letto e tre pasti al giorno per almeno trent'anni. Così fino ai sessanta sarei a posto. Mi sembra un'ottima soluzione.
In ogni caso, dicevo, la giornata oggi è iniziata molto meglio. Entrando in ufficio ho salutato U.:
Io: "Buongiorno U."
U.:"Vaffanculo, giornata di merda". Amen.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:59:00 AM | Permalink | 2 comments
14 marzo 2007
La questione del 31 luglio sta risucchiando tutte le mie energie mentali. Non nel senso che me ne vado in giro con l'occhio iniettato d'angoscia e la faccia acida perchè - sia detto - non vedo nessuna ragione per negarsi del sano divertimento solo perchè con buona probabilità a luglio sarò disoccupata. Semmai mi scoglionerò a luglio: il precariato ti abitua anche a questo. Però, quando posso, cerco di capire di che morte devo morire. Così ieri, visto che A. - o meglio S.A., quella che quando si presenta dice prima il cognome e poi il nome e sembra sempre sul punto di piangere - era particolarmente allegra, ho cercato di carpirle qualche informazione che mi aiuti a capire di che morte devo morire.
Io: "Ciao" mi avvicino saltellante.
S.A.: "Ciao Benny" (odio chi mi chiama Benny, mi prende la furia omicida, ma stavolta ho una missione da compiere e tengo a freno l'istinto di saltarle alla gola)
Io: "Come va oggi?"
S.A.: "Mah, sai, far dei conti è sempre una rottura, poi non è che siamo proprio ottimisti insomma"
Io: "Ah, ecco" (e quando mai tu sei ottimista, pari un funerale)
S.A. "Sei preoccupata?"
Io: "In realtà sono un po' per luglio...Quella scadenza il 31"
S.A.: "Sì effettivamente..."
Io:"Sì effettivamente?!" (panico)
S.A.:"Ah, siamo messi maluccio, bisognerà vendere barche se vogliamo andare avanti"
Io: "Quand'è così, considerato che in due anni non ne hanno venduta neanche una, mi sento ottimista. Ma fino a che punto siamo messi maluccio, scusa?"
S.A.:"Ma tu non preccuparti...qualcosa si troverà, luglio è lontano"


Avrei voluto chiedere in che senso qualcosa si troverà, ma ho preferito tacere. Come quando ti piace uno ma preferisci non chiedere se ha la fidanzata per evitare quella sensazione amara nello stomaco. Qualcosa si troverà. Di sicuro.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:35:00 AM | Permalink | 2 comments
13 marzo 2007
Se becco chi ha detto che il lavoro d'ufficio è sedentario lo strozzo con le mie manine. E' da stamattina che corro come una trottola su e giù, giù e su, su e giù, giù e su. Ho dovuto confezionare ciarpame stampa, aggiornare rassegne stampa, facchinare altro materiale stampato costosissimo e totalmente inutile se uno non ha un camino o un gatto. Infine, a dispetto delle robuste braccia maschili che affollano i corridoi di quest'ufficio, poco fa sono stata reclutata per caricare sulla macchina di una mia collega sa-il-cazzo-cosa imballato in pesantissimi scatoloni. Secondo me qualcuno ha fatto a pezzi il grande capo - che, ormai da settimane, non fa la sua comparsa in ufficio - e io ho partecipato ignara all'occultamento del cadavere. Vabbè. Almeno a luglio non dovrò prendermi la briga di ammazzarlo io. Eh sì, cari signori, perchè forse non vi ho ancora raccontato che da circa 3 mesi sono una specie di dead man walking dell'ufficio. Mi spiego: quando per la prima volta ho messo piede in questo cottolengo mi è toccato in sorte un contratto a progetto di sei mesi. Alla scadenza, il succitato contratto è stato rinnovato per nove con il significativo aumento di 50 euro. Il 90% dell'umanità si sarebbe sentito preso per i fondelli, ma io - beata ingenuità fresca di precariato - ho gioito ritenendo che entrambi gli elementi fossero un segno della benevolenza degli dei e un passetto in avanti sulla strada, lunga e lastricata di dolore, dell'assunzione. In poche parole mi sono detta "prima sei mesi, poi nove e poi vedrai che almeno sarà di un anno intero". Così, a cinquanta eurini di aumento per volta, prima della pensione riesco a toccare i mille euro. Invece, alla seconda scadenza, il contratto è stato sì rinnovato, ma: 1) senza i cinquanta eurini di aumento e 2) solo per sette mesi. Ora, qual è il settimo mese dell'anno? Sì, proprio il settimo mese, quello che viene dopo il sesto e prendendo come punto di partenza il primo. Ebbene, il mio contratto scade nel mese di luglio, il 31 per la precisione. Ora, conoscendo il pelo in cui è completamente avvolta la coscienza del mio capo, dubito che si tratti di mera casualità. Come se non lo avesse mai fatto prima. Così ho una ragione in meno per aspettare l'estate.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:49:00 PM | Permalink | 1 comments
Dio c'è, e ora c'ho le prove. Il mio desiderio si è realizzato: il 25 marzo starò sbracata sul divano di casa mia a mangiare torte, soffiare sulle candeline e autocommiserarmi per la vecchiaia che s'avanza. Passerò probabilmente tutta la mattina a sospirare guardandomi nello specchio alla ricerca di una ruga d'espressione in più, o di un rotolino di pancetta che si palesa impietoso nonostante l'immane sforzo fisico acquatico cui mi sottopongo due volte la settimana. Avrò il tempo, insomma, di soppesare la decadenza. Poi nel pomeriggio con buona probabilità litigherò con mia mamma, o con mio padre, o con entrambi causa crisi di astinenza da sigarette. Infine la sera troverò il modo di annegare in fiumi di alcool la mia paura di invecchiare. Poi stramazzerò sul letto e il giorno dopo potrò allegramente dimenticare di aver compiuto i tanto temuti 31 anni e continuare ad annaspare nel mio precariato esistenziale. Amen. Ora però, in vista della visita dei beneamati genitori, devo abbandonare per un attimo le questioni esistenziali e dedicarmi alla ricerca di qualcuno che sia disposto a tenermi il gatto per tre giorni. Funziona così: mia mamma odia i gatti in particolare e gli animali in generale ed è vieppiù avversa a qualunque forma di coabitazione fra umani e quadrupedi pelosi. Come se non bastasse considera il mio desiderio di avere un felino un brandello di adolescenza sopravvissuta alla presunta maturazione avvenuta in questi anni e trova che sarebbe molto più sano se, nella mia scala di valori, la voce "casa pulita e profumata" precedesse di gran lunga "felino peloso e puzzolente". E infine, non avendo mai avuto un gatto, è convinta che il povero animale passi la giornata a funestare mobili e divani in modo direttamente proporzionale al loro valore.
A rendere ancora più improbabile l'eventualità che mia madre e Achab sopravvivano nella stessa stanza per più di un quarto d'ora c'è il fatto che, pur essendo zoppo, Achab sta a un tenero micetto come Attila a un vecchietto mansueto. Gli mancano due zampe, ma è feroce, furibondo, territoriale, aggressivo. In poche parole, è una iena. Perciò chi si offre di far da balia a una lince di sette chili che probabilmente cercherà di uccidervi per tutta la durata della vacanza?
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:45:00 AM | Permalink | 0 comments
12 marzo 2007
Non c'è nessun motivo logico per cui io debba scrivere di Kurt Cobain, oggi. Non una ragione legata all'attualità in senso stretto, come se fosse l'anniversario di quell'irripetibile 5 aprile. C'è però una ragione personale, anzi, c'è più di una ragione personale: sto per compiere 31 anni, sto finendo di leggere About a boy e stamattina pensavo che, oggi, Kurt Cobain avrebbe 40 anni secchi. Sarebbe un adulto a modo, sempre ammesso che una rockstar possa essere un adulto a modo, oppure un fenomeno da baraccone con atteggiamenti da adolescente scemo e tossico. Ma Kurt Cobain si è sparato a 27 anni risolvendo in modo piuttosto definitivo il problema di decidersi a crescere senza deludere se stesso.
In About a Boy, che mio malgrado non avevo mai letto prima e no, non avevo nemmeno visto il film, ci sono Will e Marcus. Will ha 36 anni e si sente un po' troppo grande per amare i Nirvana e la loro rabbia, ma tant'è. Marcus ha 12 anni, una mamma depressa con manie suicide e un'amica pazza che si sente capita da Kurt Cobain. Lui non sa neanche chi sia, Kurt Cobain, almeno finchè non comincia a crescere. E poi arriva il 5 aprile 1994.
Il 5 aprile 1994 io ero un'adolescente nervosa, cupa, fissata con la magrezza, che sognava di fare la scrittrice e credeva che ci sarebbe riuscita solo perchè le sue giornate rimbalzavano tra attacchi di rabbia e pianti dirotti senza alcun apparente motivo. Ed ero un'adolescescente cupa e nervosa in gita scolastica con altri adolescenti cupi e nervosi. La sera del cinque aprile chiamai mio padre per dirgli che andava tutto bene e che aveva ancora una figlia, suo malgrado. Lui, con una certa indifferenza, mi disse: "E' morto il cantante dei Samsara". E io risposi "E chi cazzo sono i Samsara?". La serata si concluse così. La verità la scoprimmo solo il giorno dopo: nella hall dell'albergo c'era una televisione in ogni angolo perchè chiunque potesse guardarla senza difficoltà. Mentre stavamo facendo colazione a un tratto su tutte le televisioni appare la faccia da Gesù Cristo triste (tanto per citare Hornby) di Kurt Cobain. E poi un sacco di gente che piange. Ma il tiggì era in tedesco e noi a mala pena sapevamo l'italiano. Quindi nessuno capiva cosa fosse successo. Poi mi è venuto in mente mio padre. "E' morto il cantante dei Samsara". Samsara, Nirvana. Ancora oggi non capisco come sia saltato fuori Samsara e perchè mio padre non abbia detto Nirvana, dato che gli bucavo le meningi a ogni ora del giorno e della notte con le grida convulse del nostro amato Kurt. Ma suppongo che, a 46 anni, a mio padre importasse assai poco dei Nirvana e vedesse in Kurt Cobain solo un povero ragazzo che s'era sparato nell'età più bella della vita. Con un giorno di ritardo sul resto del mondo, piangemmo anche noi. E fu il giorno più bello della mia vita: perchè finalmente avevo un motivo per piangere, perchè piangevano anche gli altri e non c'erano i buoni e i cattivi, i simpatici e gli antipatici, gli sfigati e i fighi, i secchioni e le ciozze. Mi sentii uguale agli altri e fu un motivo in più per piangere Kurt Cobain. Giurai a me stessa che a 27 anni mi sarei sparata anch'io. O comunque avrei provveduto a darci un taglio, tanto dopo quell'età lì - pensavo - la vita non merita di essere vissuta. E invece sono ancora qui. Se la vita meriti di essere vissuta non lo so. E non è che abbia capito granchè, solo che sono troppo pigra per ammazzarmi, se non altro per ciò che precede la cosa, e per tutto quel complesso gioco di spiegazioni, sensi di colpa, vuoti interiori e disperazioni che mi annoierebbero ancora prima di cominciare. Il punto però è che, se resti, devi trovare un modo per diventare un adulto presentabile senza deludere te stesso. E nell'adulto che sono qualcosa non mi convince.



 
co.co.prodotto da Atipica at 10:32:00 AM | Permalink | 2 comments
09 marzo 2007
Domenica 25 marzo: una domenica "ecologica" come tante, un'occasione in più per fare una marchetta che induca gli automobilisti a passare al GPL. Peccato sia anche il giorno del mio 31esimo compleanno. Avevo chiesto e ottenuto da sua maestà M., segretaria autopromossasi responsabile del personale, di non essere arruolata per la trasferta che vedrà i miei colleghi impegnati a Roma a godersi l'iniziativa "Una gas per l'Africa", a cui - fra l'altro - non è stato cambiato nome sebbene esso alluda paurosamente a quel famoso medoto praticato dai nazisti per ridurre l'incremento demografico. E, strano ma vero, avevo ottenuto di restarmene beatamente a casa mia. Poi ieri l'agghiacciante scoperta che domenica 25 marzo è previsto un altro evento-marchetta a Venezia. E che, essendo tutto l'ufficio impegnato sul fronte meridionale, la domenica veneziana spetterà con buona probabilità alla sottoscritta. Veementi proteste. Inutili. M., responsabile dell'ufficio stampa, sebbene indignata di tanta pigrizia, ha comunque deciso di venirmi incontro e ha indetto per lunedì una riunione di redazione per stabilire se io abbia o no il diritto di festeggiare il mio compleanno in santa pace a casa mia. Ora dico: è vero che dopo i 28 anni l'entusiasmo per il compleanno viene completamente risucchiato dall'angoscia dell'invecchiamento; ed è altresì vero che se uno compie gli anni di mercoledì va a lavorare senza battere ciglio. Ma se uno ha il gran culo che il compleanno gli capiti di sabato o domenica e scopre con orrore che, invece di passare la giornata a mangiare torte e autocommiserasi per la vecchiaia che s'avanza, gli tocca spararsi un viaggio a Venezia e una giornata in compagnia di meccanici e installatori di impianti a GPL, ditemi: ha o non ha il diritto di incazzarsi come una mandria di bufali?
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:02:00 PM | Permalink | 4 comments
Non si finisce mai di imparare. Nel tentativo di recuperare un po' della rassegna stampa lasciata indietro ho scoperto che esiste una rivista che si chiama LA VOCE DEL TABACCAIO. Se a ciò aggiungiamo che la Gazzetta dello Sport è uno dei giornali più letti d'Italia e che nelle classifiche sui paesi in cui si legge di più riusciamo a posizionarci a mala pena dopo il Mozambico, direi che non ci resta che piangere.
Ora immaginate: Ermenegildo Benetti, aspirante giornalista nonchè redattore precario della rivista la VOCE DEL TABACCAIO, durante un aperitivo in un bar cool della Milano da Bere (che si sa che per muoversi in certi ambienti conta soprattutto stare nel giro) tenta di rimorchiare una biondina con Woolrich e stivali a punta che lavora nel mondo della moda, nel senso che fa la commessa da Max Mara. Dopo il primo approccio la biondina sembra quantomento non infastidita e si arriva alle domande di rito.
Biondina: "E tu di cosa ti occupi?" (nessuno chiede più "che lavoro fai?", è poco polite).
Ermenegildo: "Beh, io sono nella comunicazione".
Biondina (incuriosita):"Wow, scrivi! E cosa fai di preciso? Pubblicità, pubbliche relazione, ufficio stampa, giornalista?.
Ermenegildo (con una punta d'ansia nella voce): "G-giornalista, diciamo, anche se non sono proprio un professionista".
Biondina:(un pelo, ma solo un pelo, delusa): "Beh, un bel lavoro. E su quale giornale scrivi?".
Ermenegildo(glissando): "Mah, sai una rivista tecnica, diciamo di categoria, diffusa su abbonamento. Non siamo in edicola, perciò credo che tu non la conosca".
Biondina (un pelo, ma solo un pelo, più delusa di prima): "Oh, capisco. Ma, sì insomma, come si chiama?".
Ermenegildo (con un filo di voce, appunto): "La Voce del Tabaccaio".
Biondina (incredula): "Come scusa?".
Ermenegildo (ormai prossimo alle lacrime): "La Voce del Tabaccaio".
Biondina (ironica): "In effetti non la conosco, no. Comunque deve essere uno spasso. Va bene, senti, le mie amiche mi aspettano, ci vediamo".

Il povero Ermenegildo Benetti, fissando lo zucchero appiccicato sul fondo del bicchiere dove prima c'era una caipiroska, decide che la prossima volta dirà che è disoccupato.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:42:00 PM | Permalink | 0 comments
08 marzo 2007
Da queste parti pare che sia la festa della donna. Un modo come un altro per far guadagnare i fiorai, d'altronde ogni categoria ha diritto alle sue piccole soddisfazioni. Oggi c'è silenzio, e il neon ronza. Non è esattamente la descrizione più romantica che si possa fare dei primi giorni di primavera, ma quelli sento. Se sentissi le rondini cinguettare direi che sento le rondini cinguettare; purtroppo il suono più frequente di questi giorni pre-primaverili è il ronzio dei neon e di quello parlo. Perchè siano accesi poi nessuno lo sa, visto che l'ufficio è molto luminoso. Magari per contribuire al dispendio energetico generale. A proposito di dispendio energetico: ieri è arrivata la bolletta dell'Enel. Per quanto non viva l'arrivo delle bollette con particolare serenità e neppure con noncuranza, bensì con una punta di ansia, ieri ho aperto l'infame missiva con distrazione. Erano le otto di sera, ero uscita di casa dodici ore secche prima, ero stanca. Ma l'ho pagata cara, nel vero senso della parola: appena ho buttato l'occhio distratto sulla cifra ho avuto un attacco di panico. Ho dovuto persino stropicciarmi gli occhi e rileggere prima di prendere atto della tragedia che stava investendo la mia vita precaria. 182 euro! Sissignori, avete letto bene: 182 euro, e non fatemelo ripetere. Ora, prima che a qualcuno salti in mente di definirmi una sprecona, preciso che:
  • abito in un monolocale. D'accordo, non proprio un monolocale di 5 metriquadrati bagno compreso, ma nemmeno un open space. Un monolocale, cazzo, un puro e semplice monolocale, con le dimensioni di un monolocale e non di un aeroporto.
  • se anche volessi sprecare non potrei. In un monolocale c'è una sola stanza e, va da sè, una sola luce. E quindi è escluso che io possa "lasciare tutte le luci accese" (accusa mio padre muove a mia madre con frequenza ossessiva, tanto da indurmi a sospettare che sia questa la causa del parziale fallimento del loro matrimonio). Una stanza, una luce: pura, semplice corrispondenza biunivoca.
  • la lavatrice è stata rotta, dunque inattiva, dal 9 gennaio al 2 marzo. Quando, ormai soffocata dalla biancheria sporca, mi decidevo a fare il bucato a mano, solevo farmi coraggio ripetendomi "beh, almeno risparmio la corrente". Le ultime parole famose.
  • non ho elettrodomestici in sovrannumero: una lavatrice, un forno, un frigorifero. Il minimo indispensabile alla sopravvivenza nella società post-moderna.
  • Dal lunedì al venerdì trascorro in casa si e no dieci ore, otto le passo a dormire e no, non dormo con la luce accesa.
Quindi, a meno che il mio gatto non si diverta a organizzare party felini con schiamazzi e ubriacature quando non ci sono - e anche in questo caso non vedo come potrebbe consumare 182 euro di elettricità, visto che sarebbero festini diurni perchè di notte io ci sono - restano due ipotesi: o quelli dell'Enel hanno fatto la lettura del contatore sotto l'effetto dell'LSD o qualcuno mi sta ciucciando corrente come un neonato ciuccia il latte dal biberon. Giuro che se lo pizzico il contrappasso sarà impietoso e feroce. Adesso scusate, urge una decisione: mi imbottisco di sonniferi o mi sdraio sui binari quando passa il pendolino delle sei?

 
co.co.prodotto da Atipica at 10:47:00 AM | Permalink | 4 comments
07 marzo 2007
Ore 16.30: squilla il telefono.

Io: - XXXX buongiorno, sono B.
Sconosciuto: - C'è FR?
Io (gentile come Silvia nella pubblicità delle Pagine Gialle): - No, ma se vuole può lasciare un messaggio.
Sconosciuto (con un'eco di livore nella voce): - Ah, posso lasciare un messaggio?
Io (prendendo carta e penna come un robottino efficiente):- Mi dica.
Sconosciuto (il livore è diventato distillato di odio): - Dica a FR che se entro domani non paga, gli si brucia tutta la baracca. Lui sa chi sono.
Click.

Ecco il tenore delle telefonate a cui vi capita di rispondere dopo aver studiato per vent'anni e sognato per le vostre meningi un glorioso futuro. Ma, mi domando, dopo la Legge Basaglia i manicomi non dovrebbero essere stati chiusi?
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:22:00 PM | Permalink | 2 comments
Quando sei piccolo ti insegnano che uccidere è sbagliato. O quantomeno sconsigliato, dato che commettere un omicidio comporta la sgradevole conseguenza di essere, nella maggior parte dei casi, arrestato e trascorrere un considerevole numero di anni in gattabuia. All'inizio effettivamente non uccidere nessuno sembra piuttosto facile dato che, almeno fino a una certa età, non si prova nemmeno il desiderio di uccidere. Ma col passare degli anni le cose si complicano. In generale lavorare significa passare un certo numero di ore in compagnia di individui che, potendo scegliere, nella migliore delle ipotesi non avresti mai degnato di un'occhiata e, nal caso peggiore, avresti decisamente evitato. Siccomefatti non fummo a viver come bruti nel corso degli anni si elaborano una serie di sovrastrutture che consentono di adattarsi più o meno bene agli individui che la vita ci manda incontro: si guarda il lato buono, si fa buon viso a cattivo gioco, ci si tura il naso e chi più ne ha più ne metta. Ma prima o poi ce n'è sempre uno che ti fa perdere le staffe: tu ci provi, davvero, a trovargli almeno un pregio, qualcosa che lo salvi ma, comunque la metti, resta insopportabile. I. è una signora anziana, ansiosa e logorroica. L'abbinamento "ansiosa+logorroica" dovrebbe già fornire un'indicazione sufficiente a intuire quale posizione costei occupi nella classifica degli I.P.I.D.P. - Individui Più Irritanti Del Pianeta. Aggiungete che è completamente priva di senso di realtà e dovreste avere un'idea realistica di quanto sia difficile sopportarla 8 ore il giorno senza sognare di piantarle un coltello nella schiena. Oggi I. era in preda a un attacco di panico. E, per calmarsi, non ha trovato niente di meglio che ripetere dalle dieci alle due "Non ce la faremo mai". Il rituale non deve aver funzionato perchè, verso le 11.30, al "non ce la faremo mai" ha aggiunto un "perchè non vi muovete?" e dalle 12.00 ha cominciato a seguirci in ogni stanza come un'ombra ripetendo "perchè non vi muovete? non ce la faremo mai" 60 volte in un minuto. Dall'una in poi, quando la fotocopiatrice ha avuto un tracollo, ha aggiunto al mantra un dondolamento ritmico e ancor più destabilizzante delle parole. Così oggi, dopo 31 anni di vita, ho scoperto per la prima volta quanto è difficile controllarsi quando la violenza ti pulsa nelle vene e ti rimbalza nelle tempie. Sono stata a un passo dal commettere un omicidio efferato e feroce, con spargimento di sangue e accanimento sul cadavere come nella migliore tradizione pulp. I non sa il rischio che ha corso.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:39:00 PM | Permalink | 0 comments
06 marzo 2007
Ore 11:40: riunione di redazione. Bene, un modo come un altro per perdere tempo, ma mai sia che io mi lamenti perchè qualcosa si frappone fra me e il lavoro. Perciò trascinando le scarpe e me stessa mi avvio verso la sala riunioni, pregustando il pisolino a occhi aperti che mi attende. Quando arrivo U. è già accomodato sulla poltrona padronale (U. ha una vera passione per i simboli del potere, telecomando compreso). Ci sediamo, tutti più o meno scoglionati, come è d'uopo il martedì, che non è proprio nero come il lunedì, ma nemmeno tanto meglio. Ridacchiando U. ci comunica che FR lo ha chiamato sabato e gli ha chiesto come se la passa dal punto di vista economico. Come sta a soldi, per parlare potabile. U., dopo un'iniziale stupore, ha risposto che se la passerebbe meglio se venisse pagato, ogni tanto. E così noi abbiamo scoperto che, a quanto pare, U. vive d'aria. Posto che mi dispiace per U., ma se non si è ancora suicidato evidentemente è meno dispiaciuto di quanto lo sarei io se non prendessi lo stipendio da tre mesi, quello che davvero mi ha sconcertato è il discorso successivo. Pare che FR, in risposta a questa non troppo velata allusione, lo abbia informato che resterà a bocca asciutta ancora per un po', perchè siamo in un periodo difficile. Ok, non credo che ci sia mai stato un periodo facile, considerati i vertici aziendali, gli investimenti prudenti e l'affidabilità della dirigenza. Quello che ci ha sconcertati di più, in verità, è che FR l'abbia raccontato a U. perchè, data la sua scarsa propensione alla discrezione, c'è da supporre che l'abbia fatto apposta perchè corresse a raccontarcelo. E perchè vuole che noi sappiamo che è un periodo difficile? Capisco che sembro un tantino ansiosa, ma io già soffro d'insonnia e il sospetto, seppur fragile, che si possa di nuovo restare a secco per qualche mesetto come lo scorso autunno non mi aiuta di certo a prender sonno. Abbiamo chiesto garbatamente lumi sullo scopo di questa sibillina comunicazione, ma U. ha dichiarato che aveva mal di testa e si è dileguato. Riusciranno i nostri eroi a fare la spesa nel mese di marzo?

 
co.co.prodotto da Atipica at 2:42:00 PM | Permalink | 2 comments
La mia vita non è interessante, come mi è stato più volte fatto notare. Non fa audience. Però io non dormo. E capisco che questo non interessi a nessuno, che non c'è ragione di collegarsi a internet e spendere quei due soldini per leggere delle insonnie di una tizia, peraltro sconosciuta. Però provate a non dormire. A fissare il soffitto durante la notte, a guardare il mondo e la vostra vita sotto la lente deformante dell'insonnia. Tutto sembra gigantesco e irrisolvibile. E provate a svegliarvi di mattina, alle sei, ancora assonnati, ma consapevoli che tanto non vi riaddormenterete più. E che sarà una giornata dura, che tanto tempo vi separa dall'ora di andare al letto di nuovo. E comunque, andare a dormire, che una volta vi piaceva tanto, adesso vi spaventa. Perchè se poi gli occhi non si chiudono? Se il cervello non si spegne? Se questa sorta di agitazione permanente non scompare e non vi lascia riposare? Ieri nemmeno il nuoto è riuscito a spegnermi. Nemmeno le solite novanta vasche, che mi risparmierei volentieri se non fossero l'unica attività capace di resituirmi quel sonno profondo che, fino a due mesi fa, non mi era mai mancato.
Insomma, è vero, tutto questo è poco interessante, ma io non dormo. Sulla soglia dei 31 anni ho scoperto cos'è l'insonnia e perchè si è disposti a impasticcarsi pur di chiudere gli occhi. E già non ne posso più.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:10:00 AM | Permalink | 0 comments
05 marzo 2007
"Apelle, puer Apulli, fecit (fiat) pilam pelle pulli, et eam iectavit ubi erant pisces. Omnes pisces ad gallam venerunt, ut viderent pulchram pilam pelle pulli, quem fecit (fiat) Apelle, puer Apulli"
Oggi non so come perdere tempo. Lavorare mi sembra un'attività ignobile - e comunque ho già scritto un comunicato con cui informo il mondo che può mettersi tranquillo e non preoccuparsi più di nulla perchè sono arrivati i mobility manager, i power rangers in bicicletta - perciò, per tenere allenata la mente, mi sono data ai carmi. Siccome non ho abbastanza fantasia per inventarne di sana pianta, mi sono presa la briga di tradurre nella lingua dei padri una delle poesie più importanti di tutti i tempi. Però ho qualche dubbio sull'ad gallam, che mi pare abbia un non so che di maccheronico.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:59:00 PM | Permalink | 3 comments
03 marzo 2007
Venerdì niente ufficio, ma una bella giornata alla Conferenza Nazionale dei Mobility Manager, ovvero alcuni soggetti in gessato grigio (qualcuno mi spiega perchè i cretini amano tanto il gessato grigio?) profumatamente pagati per dire al mondo che spostandosi in bici si inquina meno che girando in macchina. Meno male, da soli non ci saremmo mai arrivati. Ad ogni modo la cosa per me ha significato un'altra levataccia a un'ora ignobile, una pedalata fino al Palazzo dei Congressi con conseguente inalazione di una secchiata di smog mattutino (bono tamquam medicina), il facchinaggio di ben sei scatole contenti cartelle stampa e ciarpame vario che, nella migliore delle ipotesi, è finito nella lettiera dei gatti degli intervenuti all'incontro. Ma la cosa peggiore è stata ascoltare i succitati Mobility Manager parlarsi addosso, fra sbadigli e sguardi vacui, per circa otto ore e ripetere fino alla nausea che solo loro hanno la soluzione del problema ambientale, dell'effetto serra, del global warming e financo della fame nel mondo. Però. Però i Mobility Manager devono essere sostenuti dal governo. Insomma il mondo non si salva mica gratis. E poi uno studia così tanto per imparare che la bici inquina meno della macchina che poi qualcosina ci vuole guadagnare. Incentivi ci vogliono. D'altronde salvare il mondo dal cancro ai polmoni, da un'epidemia di malattie respiratorie e altri accidenti che solo a nominarli si drizzano i peli sul coppino non è faccenda da improvvisare e, si sa, per far bene le cose bisogna essere motivati. E quale motivazione migliore del vil danaro?
Poi la parola è stata data agli esponenti del governo. I quali, senza por tempo in mezzo, hanno ribadito la fiducia che l'Unione ripone nei Mobility Manager e nella bicicletta quale strumento privilegiato nella lotta contro tutti i mali del mondo, AIDS compreso. E che certo il governo non potrà non sostenere una categoria animata da tali nobili propositi. Subito dopo hanno approfittato dell'occasione per dir giusto due paroline di critica a questo o quell'alleato, a qualche vicino di poltrona, a quei compagnucci con cui si dovrebbe governare. Infine hanno proposto di non costruir più autostrade, per evitare di inquinare sempre di più. In fondo, l'esperienza della Calabria insegna che se non hai le strade ci guadagni in salute. E alla domanda, ovvia, "ma noi le merci come le spostiamo se non facciamo le strade?", hanno risposto: coi treni. Perfetto, ora io ho un'unico dubbio: con questi treni? con queste ferrovie? Forse bisognerebbe dargli un'aggiustatina, prima di farci troppo affidamento. Giusto ieri, tornando dall'Abruzzo, c'ho messo 4 ore invece di 3 e il treno a un certo punto s'è fermato in mezzo al nulla perchè s'era scassato non so cosa. Ecco, e non è che fosse proprio una tradotta: trattavasi di Intercity Plus, per il quale è persino obbligatoria la prenotazione. E però per aggiustare le ferrovie ci vogliono - ma che strano! - i soldini. E codesti soldini non li avremo mai se li diamo ai mobility manager perchè ci comunichino che la bicicletta inquina meno dell'auto.
Un'ultima chicca: fra i relatori c'era anche un tale dell'ARPA. Quando il chairman (guarda caso il nostro U., direttore dall'io ipertrofico) ha domandato agli organizzatori "che domande potrei fare a questo qui?", s'è sentito rispondere dall'organizzazione medesima "quello che ti pare, ma fallo parlare poco dell'inquinamento atmosferico, che questi cervelloni qua non si sa mai che dicano qualcosa che non conviene...".
Buona settimana a tutti.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:42:00 PM | Permalink | 0 comments
01 marzo 2007
Stanotte ho sognato Pulsatilla. Ma non lei - intendiamoci - che a parte l'occhio sulla copertina del libro non so nemmeno che faccia abbia. Il suo blog. Ero in casa ma, per quanto mi stropicciassi gli occhi, ogni cosa al suo interno aveva assunto una drastica tonalità verde mela e su ogni parete, mobile, elettrodomestico o suppellettile campeggiava la scritta verde Pulsatilla. Lo specchio era verde e attraversato da un minaccioso "Pulsatilla", il beige del frigo si era trasformato nel verde brillante del blog incriminato e su di lui lampeggiava, oscena, l'insegna verde in stile motel americano "Pulsatilla". Il pavimento era lucido, drammaticamente verde e attraversato dalla scritta Pulsatilla. Persino il gatto, immobile sul letto coperto da una coperta Ikea verde (che però, ora che ci penso, è verde davvero), era diventato verde e sulla sua schiena una buffa rasatura disegnava il logo "Pulsatilla". Ora, premesso che:
  • leggo il blog di Pulsatilla come quasi tutti gli affezionati della blogosfera (se non altro per esprimere commenti velenosi e non sembrare troppo demodè quando sono in mezzo a gente che vuole parlare di letteratura senza tuttavia aver chiaro cosa sia davvero la letteratura);
  • trovo che scriva piuttosto bene e, talvolta, faccia sbellicare dal ridere;
  • abbia ben poco da dire;
  • credo sia di sicuro molto esperta nell'arte - non so quanto nobile - del marketing di se stessa, del proprio personaggio, nonchè delle sue nevrosi;
  • non sono affetta da strani desideri di emulazione perchè, in fondo, non più l'età per queste cose e ci manca solo che mi metto a imitare una ragazzina;
  • da anni sono indiscutibilmente etero e mi va bene così;
  • e, last but not least, se anche non fossi etero, lei non sarebbe il mio tipo.
da questo sogno deduco due cose. Prima di tutto che Pulsatilla sta inflazionando un po' troppo, col rischio di finire come le canzoni che diventano jingle di Vodafone o Tim: prima ti piacevano, poi nauseano così tanto che non vedi l'ora di dimenticarle. In secondo luogo, forse è giunto il momento di farsi visitare da uno strizzacervelli. Bravo. Perchè ok, passino Pulsatilla, la casa e il gatto verde, ma se poi mi capita di sognare Platinette? O Costantino? O Maria De Filippi? E se alla fine mi apparisse in sogno il Berlusca in persona? Voi capite, non posso correre il rischio di restare traumatizzata per sempre.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:22:00 AM | Permalink | 17 comments
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