28 luglio 2006
Il mio prossimo gatto ora ha un’identità definita: è un delizioso micetto tigrato grigio che ha subito l’amputazione di due zampette. E’ uno sfigato, un povero gattino che si aggirava sul campo quando una falciatrice gli è passata sulle zampe. E siccome le falciatrici falciano, per l’appunto, ora al micetto mancano due zampe. E io lo adotto proprio in virtù della sua zuppìa. Perché mi piacciono gli animali sfigati, gatti spelati, cani pulciosi, senza un occhio o un orecchio. C’è gente che compra cani e gatti col pedigree, per essere certi che non ci sia un bastardo in famiglia negli ultimi cento anni. Io invece più sono bastardi e sporchi e più li amo. Niente di grave, è sono l’ennesima manifestazione della nevrosi che mi affligge.
E siccome cioppica, ho deciso di chiamarlo Capitano Achab.
 
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27 luglio 2006
Ho dovuto scrivere questo pezzo autobiografico per una specie di compito e ora lo pubblico...
Io sono pigra, e lo ero anche nella pancia di mia madre. Tant’è che non volevo venire al mondo. Allo scadere dei nove mesi continuavo a sonnecchiare tranquilla, non una mossettina, né un calcetto. Dopo dieci giorni quei rompipalle hanno deciso che, volente o nolente, dovevo uscire di lì. Quando la gente vuole costringermi a fare qualcosa, è la volta buona che m’impunto, come un mulo. Così quelli stuzzicavano e io mi giravo dall’altra parte, quelli pungevano e io manco aprivo un occhio. Finché si son rotti le palle di aspettare i miei comodi e mi hanno tirato fuori con le cattive. Quando hanno aperto la panza di mia madre, invece di una bambina, c’hanno trovato la donna cannone. 5 Kg di figliola che dopo un abbozzo di singhiozzo avrebbe gradito uno spuntino, senonché la mamma in questione era stesa da un’anestesia in dose da cavallo. La mia carriera di cicciona è tristemente finita ancor prima di cominciare: in trent’anni sono aumentata di poco più di 35 chili, con il risultato che, se appena nata sembravo un krafen, ora mi guadagno da vivere facendo il mucchio d’ossa nei film sull’Olocausto.Il seguito è scontato e poco divertente: col latte materno ho succhiato nevrosi e la mia vita ha finito per essere un’immensa battaglia contro un colossale senso di inadeguatezza. Tutto ciò che ho fatto, e faccio, punta a sovvertire l’assunto “Io non valgo niente” che si è impossessato di me fin da bambina per non levarsi mai più dalle balle. Mia mamma e mio padre, nel rispetto della migliore tradizione freudiana, sono due individui strampalati che hanno fatto del loro meglio, ovviamente senza alcun risultato. Mia mamma faceva il padre, mio padre il maestro a tempo pieno a cui non frega niente se piangi, basta che studi. Ma nessun rancore, passata l’adolescenza, li ho presi in simpatia. Altro personaggio rilevante nella storia della mia vita è quella stupida montagna. Ho passato i miei primi diciannove in un paese sotto il Gran Sasso. Quando aprivo la finestra la mattina, la montagna era lì; tornavo a casa da scuola, ed era lì; alzavo gli occhi dai libri, e lei sempre lì. Chiudevo la finestra prima di andare a dormire, e lei ancora continuava a stare lì. Mi stava addosso e mi nascondeva l’orizzonte. O meglio, lo avvicinava, o meglio ancora, era l’orizzonte. Dietro quella montagna c’era Roma, la capitale, la metropoli. Ma tra il mio stupido paese immobile di 10.000 anime e la metropoli, c’era lei, la montagna, il limite, il confine, il recinto dei sogni.
 
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24 luglio 2006
Il caldo ci tiene per le palle. 40° sempre, 40° mentali prima che fisici. In ufficio, in teoria, ce ne sarebbero 26, grazie all’aria condizionata. Ma guardi fuori, il sole rimbalza sulla bianca parte di fronte alla finestra (si sa in città si vive come le api negli alveari) e ti acceca. Sai che fuori ci sono quaranta gradi, e immediatamente una goccia di sudore ti imperla la fronte. Vorrei passare la giornata sdraiata in riva al mare. Se proprio non si potesse, mi basterebbe stravaccarmi su un divano con un buon libro e un ventilatore puntato in piena faccia. Invece la mattina striscio fuori dal letto proprio nell’ora in cui riuscirei a dormire senza lessarmi nel mio sudore, arrivo in ufficio con l’occhio pallato, fingo efficienza otto ore, ma in realtà dormo un sonno neuronale pressoché totale. La conclusione, come al solito, è che dovrebbero vietare per legge il lavoro dal 15 luglio al primo settembre e punire con il carcere duro chiunque infranga questo comandamento. Hai lavorato col solleone? Bene, ora ti fai due lunghi anni di cella di isolamento in compagnia di Rocco, Er Bestia de Centocelle, un australopiteco tatuato che non tocca una donna da circa 10 anni ed è talmente arrapato che si accontenta anche di copule bestiali con borghesi poco pelosi e inciviliti come te.
 
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21 luglio 2006
Hanno squalificato Materazzi. Sono contenta, yuppie! Perchè? Perchè non sopporto di sentir trattare come un martire uno che dice tua madre è una puttana terrorista a un suo avversario, non sopporto un omone di due metri e dieci che riceve una testata e cade per terra come se lo avessero colpito con un macete e due minuti dopo scatta come un puma su e giù per il campo. La testata avrebbe potuto ucciderlo, se Zidane avesse colpito il plesso solare. Alzi la mano chi sa cos’è il plesso solare. E ancora meno sopporto l’ira nazionalpopolare che serpeggia per lo stivale, nonostante abbiamo vinto la coppa e l’artefice della testata più famosa del mondo sia uscito dal campo a capo chino dopo la squalifica, e che si è tinta in modo preoccupante di sfumature razziste. Allusioni tutt’altro che velate alle origini algerine del calciatore FRANCESE hanno attraversato la penisola, ripetute sulla bocca di istruiti e scolarizzati di vario livello, che la gravità dell’evento ha spinto a profonde riflessioni socio-culturali quali “d’altra parte, cosa aspettarsi da un marocchino”. Algerino, signori, non marocchino. Sembra strano, ma anche nei paesi primitivi come l’Africa esistono confini per distinguere una nazione dall’altra. E ancora: tutto lo stivale è compatto nella disapprovazione veemente della violenza. E la provocazione? Vabbè ma in campo ci s’insulta, lo fanno tutti. Quando da piccola dicevo a mia madre “l’ho fatto perché lo fanno tutti”, lei mi rispondeva “e se tutti si buttano dal ponte tu che fai, li segui?”. E poi è la solita storia: italiani brava gente, i veri cattivi sono gli altri.Tutta la vicenda Zidane-Materazzi è servita a dimostrare due cose: primo, siamo un popolo di razzisti presuntuosi; secondo, il sogno americano è, appunto, un sogno. Se sei algerino - come una volta eri italiano in America - puoi arrivare in cima all’Olimpo, essere osannato come Dio, ma appena fai un passo falso, le tue origini tornano come uno spettro. Rocky Marciano si chiamava Roberto Marchigiani, ma un wop non diventa un mito. Quindi i manager suggerirono: sorvoliamo sull’italianità, mettiamoci un nome che suona più zio Sam. Mia nonna, davanti ad atti inspiegabili da parte di qualcuno, chiamava in causa la razza, spiegazione ultima e indiscutibile. Brava persona mia nonna, ma razzista come poche. Le origini algerine di Zidane hanno a che fare con la sua irascibilità come io ho a che fare col maltempo. Non c’è alcuna evidenza razionale che sostenga la convinzione che gli algerini sono tutti violenti e che la dietro un gesto come quello di Zidane ci sia l’origine algerina. Questo ragionamento ha solo la forza del pregiudizio razzista. E allora ben venga la punizione a Materazzi, provocatore nostrano.
 
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17 luglio 2006
Qualche settimana fa ho cambiato casa. E ora sono nella fase voglio-una-casa-pulita-e-ordinata, basta-vivere-in-un-porcile. Così ogni sabato mattina, dopo una buona colazione, mi dispongo con fascia e ramazza a pulire il mio nuovo antro. E sono già due settimane che riesco a sopraffare il mio spirito lassista e pressapochista. Ho persino pulito specchi e vetri, e quindi posso degnamente concludere che mi sto avviando verso una folgorante carriera da casalinga disperata. Tra qualche mese comincerò a elogiare questo o quel prodotto per pulire i pavimenti mentre offro un te' alle mie amiche, divorziate single (zitelle, come direbbe mia nonna adusa ad un linguaggio meno politicamente corretto), ma comunque amanti di igiene e splendore. L'amore della pulizia attraversa diverse fasi, che di solito culminano nella decisione di assumere una donna delle pulizie, e io sono in quella che prevede l'acquisto di una serie di prodotti: WC Net con candeggina per scongiurare la pericolosa eau de latrine; Mastro Lindo sgrassatore universale contro lo sporco unto; Vim contro lo sporco incrostato; Lysoform contro lo sporco batterico; Vetril per levare le ditate da vetri e specchi; Baygon per debellare forme di vita con più di quattro zampe, Swifter per sterminare acari e simili portatori di gravi malattie; deodoranti a gogo per eliminare l'odore di unto, fritto, grasso, sugo, fumo, scoreggie e bla bla bla. Dopo aver investito due terzi del mio stipendio nell'acquisto di questo arsenale, ho riposto tutto con cura nel mobile sotto il lavandino della cucina. Temo però che l'Onu, prontamente informato dalla cassiera della Coop dei miei acquisti, mi accusi di custodire armi chimiche di distruzione di massa e mi mandi a casa gli americani che, adducendo il pretesto di salvare il pianeta, mi trivellino il monolocale riducendolo ad un cumulo di impolverate, sporche, maleodoranti maceria. E poi chi mette a posto?
P. mi ha detto: - A cinquant'anni mi compro un loculo
- Ma che sei scemo? Come ti viene st'idea del loculo, mo'?
- A cinquant'anni sarò nel mezzo del cammin di nostra vita, se ora penso a lavorare per costruirmi una vita decente, quando ormai il futuro sarà solo la fine, bisogna che ci pensi per tempo.
Ditemi se uno così non deve fare il filosofo.
Ieri un gatto mi si è avvicinato e ha cominciato a farmi fusa a non finire, così solo guardandomi. E così ho deciso che è giunto il momento di smettere il lutto per la povera Onion (che tra l'altro, come ho già spiegato, non è morta) e cercarmi un nuovo coinquilino a quattro zampe. Si chiamerà Oreste.
 
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14 luglio 2006
Oggi sono passata dalla catena di montaggio all'ufficio stampa nel giro di due ore. Ovvero alla catena di montaggio del rompimento di coglioni. Immagino che i giornalisti al solo sentire la parola Ufficio Stampa abbiano un attacco di colite. Però anche noi, mica scherziamo. Chiami la Cronaca, che ti rimanda all'Economico, che ti rimpalla al Politico, che ti prega di chiamare la Segreteria di Redazione. A questo punto cade la linea, e si ricomincia da capo. Di solito quando la mia responsabile mi annuncia che bisogna chiamare i giornalisti ho bisogno di almeno un'ora per metabolizzare la notizia: prima mi viene da piangere, poi sento una morsa alla bocca dello stomaco seguita da crampi di chiara natura psicosomatica. A questo punto di solito ho un attacco d'odio nei confronti dell'umanità tutta e sogno di veder morire tutti i giornalisti del mondo fra atroci sofferenze. Poi, alla fine, mi dispongo sospirando a cominciare l'odiato compito. Ogni tre telefonate ho bisogno di una boccata d'aria, o di una sigaretta, meglio ci starebbe una canna, ma in ufficio pare che non si possa. Dopo tre giorni di telefonate, finalmente sto per finire, e provo solo un possente desiderio di trasformarmi in un girasole per passare le giornate a girellare intorno seguendo i raggi e morire alla fine della bella stagione. Tanto, metereopatica come sono, alla fine di settembre muoio lo stesso.
 
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13 luglio 2006
P.S. In ufficio A. ed io abbiamo fondato il comitato per la difesa di Zinedine Zidane. In cambio saremmo grate al giocatore francese se volesse riservarci un posto nel suo arem. Non pretendiamo la maglia da titolari, anche in panchina va bene. Così la prossima volta che qualcuno avrà da ridire sui miei costumi sessuali e morali si piglierà una bella cornata.
 
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Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre
W. Churchill
Vorrei, avrei voluto, scrivere qualcosa sui mondiali. Inneggiare alla vittoria con l'entusiasmo del primo giorno, ma non ho avuto tempo. E ora non ne ho più voglia. Portata a casa la coppa del mondo, gli azzurri sono stati festeggiati come gli spartani di ritorno dalla guerra, sono sicura che agli alpini che tornavano dal fronte non era destinata un'accoglienza così trionfale. In fondo gli alpini non avevano mica vinto niente, erano sporchi, stanchi e mezzi devastati dal trauma di veder morire la gente. Non è che fossero proprio l'archetipo dell'eroe, suppongo. Comunque da quando i nostri Achillini azzurri sono tornati a casa le loro facce sono dappertutto. Pubblicità del salame, della nutella, ringraziamenti da case automobilistiche e produttori di pannolini che, è deciso, da questo momento in poi saranno azzurri con un loghino della coppa del mondo sul fianco. Che chi nasce nel 2006 non abbia mai a dimenticare che l'Italia è diventata campione del mondo. Cannavaro e Buffon sono dappertutto, e ridono sempre, da far venire i nervi a fior di pelle. Santificateli, fate quello che volete, ma per favore, basta mostrarci le loro facce.
Per non parlare del caso Zidane-Materazzi: uno insulta, l'altro incorna. Va bene, s'è detto così tanto sulla faccenda che mi viene la nausea al solo tentativo di formulare un'opinione. Comunque, per amor di par condicio, ci provo: chi picchia è un violento, chi provoca un provocatore (to', ma va?!). Nè i provocatori nè i picchiatori meritano lodi ed encomi. Quindi, se uno s'è preso un opportuno cartellino rosso, non vedo perchè l'altro debba essere trattato come un martire. Ho sentito ogni sorta di stupidaggine sul caso, persino che siccome i giocatori di calcio in campo sono adusi a provocare ed essere provocati, uno deve sopportare di sentirsi dire ogni sorta di vituperio senza battere ciglio. Vabbè, certo non si chiede che Materazzi sappia che in genere gli islamici prendono piuttosto sul serio le offese indirizzate alle madri, ma almeno che si aspetti che non tutti abbiano reazioni composte. Come dire che tu vai da uno, gli dici che sua madre pratica il mestiere più antico del mondo, e poi ci resti male se quello s'impermalosice e ti tira una sberla. Poi noi siamo pacifisti e odiamo le sberle, però non andiamo nemmeno a fare ipotesi sulla moralità delle madri degli altri, in campo e fuori. Poi ora c'è la guerra dei parenti: famiglia Zidane e famiglia Materazzi, tipo Montecchi e Capuleti, hanno sguinzagliato i parenti, prossimi e non, in giro per radio, tv, siti e altri organi d'informazione per commentare l'accaduto. E dai commenti siamo passati agli insulti e alle minacce di morte. Si invoca persino la castrazione. Qualcuno s'è lamentato che i francesi non sono stati opportunamente severi con il loro eroe calcistico nazionale. Vero, avrebbero dovuto appenderlo sulla pubblica piazza. Anzi no, pardon, ghigliottinarlo seduta stante ed esporne la testa su una lancia, come fecero con Robespierre. Suvvia, se proprio vogliamo creare un incidente diplomatico con la Francia, cerchiamo almeno una ragione migliore. Aad esempio che hanno tradotto in francese i menù del McDonald.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:59:00 PM | Permalink | 0 comments
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