31 maggio 2006
Le bollette, quando cerchi di ignorarle, si vendicano. Di solito la vendetta assume le sgradevoli sembianze di un omino che si presenta a casa tua e, sorridendo, ti annuncia che sta per staccarti il gas mentre fuori infuria l'inverno russo. E a nulla valgono biechi tentativi di seduzione, preghiere, lamenti, lacrime. Lui è venuto per staccare e stacca. In vita mia m'hanno staccato di tutto, il telefono soprattutto, ma anche la luce e il riscaldamento. Non mi fa onore, ma tant'è.
Ci sono sporadici casi in cui però le bollette scelgono modi più subdoli, o coreografici, secondo il punto di vista, per attuare la loro vendetta. Stamattina Liz, una mia amica che in vita sua credo non abbia mai pagato una bolletta che sia una, ha deciso di mettere testa a partito. Non solo pagherà la bolletta, ma lo farà addirittura prima della scadenza. Per farlo però ha bisogno del bollettino. Ehm, bollettino. E' sicura di aver visto un bollettino Liz negli ultimi giorni, sicura come che si chiama Liz. Perciò inizia una forsennata ricerca. In cucina: niente. In camera: niente. Persino in bagno: niente. Eh no, cazzo, per una volta che ti voglio pagare ti nascondi? magari l'ha presa uno dei due coinquilini. A quest'ora non ci sono quindi perchè non guardare in camera loro? Leggermente isterica, Liz spalanca la porta della prima camera. Cerca, fruga, ravana, ma niente bolletta. Mediamente isterica spalanca la porta della seconda camera ed è costretta a constatare che non solo il coinquilino c'è, ma è pure intento a cercare di porre rimedio a un lungo periodo di digiuno sessuale con l'unico metodo che si può praticare in solitudine se hai ancora tutte le costole al loro posto. Lei vede lui, lui vede lei. E vabbè che siamo grandi e c'abbiamo l'aria disinibita, ma insomma... Assolutamente isterica Liz balbetta uno "scusa...la bolletta...pagare" e richiude frettolosamente la porta.
Si sa come siamo fatte noi fanciulle... una cosa così bisogna raccontarla. Liz prende il cellulare e scrive un messaggio a una sua amica, solo che invece di mandarlo a lei, sbaglia numero. E lo manda a lui! e ora io lo racconto a tutti quelli che sono in grado di leggere l'italiano e che, per caso, passeranno da queste parti.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:41:00 PM | Permalink | 1 comments
Ho diverse antipatie linguistiche. "Piuttosto che" al posto di e congiunzione, perchè fa agente di commercio che cerca di venderti qualcosa; inglesismi vari, come skills al posto di competenze, perchè esiste la parola competenze e quindi non c'è bisogno di dire skills, e perchè fa rampantello milanese in giacca e cravatta destinato a diventare una macchina per soldi che fa shopping in via Montenapoleone e occupa il tempo libero fra palestre e lampade. Ma il primato in cima alla lista delle mie antipatie linguistiche spetta indiscutibilmente alla locuzione "risorse umane". Perchè c'è dentro tutto lo schifo di una società in cui un individuo, prima di essere un individuo, è una risorsa umana. Ovvero, è prima di tutto una risorsa, a cui capita per puro caso di essere anche umana. Quando ero alle elementari la maestra spiegava cos'è un aggettivo dicendo che si tratta di una parola che attribuisce una caratteristica a qualcosa o qualcuno. Il fiore è bello e odoroso. Bello e odoroso, due caratteristiche che aggiungono qualcosa in più al concetto di fiore. Che però potrebbe essere anche brutto e puzzolente. Non c'è nessuna necessità che sia bello e odoroso. E lo stesso l'umanità della povera risorsa. Che è umana come il fiore è bello e odoroso. E, come quello, potrebbe anche non essere umana. A discrezione di chi usa il termine. Ecco, io odio quelli che riducono l'umanità all'aggettivo. Ad attributo. Che non è sostanza, per tornare ad Aristotele. L'italiano è ricco di sinonimi e, se uno che potrebbe dire il lavoratore, il dipendente, il collaboratore, per esempio, sceglie di dire la "risorsa umana" è sicuramente uno stronzo. Che tratterà il succitato lavoratore come una risorsa, anzichè come un'individuo, gli proporrà il contratto più precario che esista, lo pagherà due lire per 80 ore settimanali (e solo perchè non può farlo lavorare in nero o gratis). E quando si ricorderà della sua umanità, quell'aggettivo caduto lì dietro per caso, magari gli regalerà una cesta di natale.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:04:00 PM | Permalink | 1 comments
30 maggio 2006
- Buongiorno, qui è la rivista Ecoblabla che parla. Sto aggiornando la rubrica degli incentivi...
Non è per fare l'Accademia della Crusca come al solito, ma immaginiamo un polveroso ufficio di un polveroso comune di un polveroso paese in cui c'è un polveroso impiegato fiaccato dalla digestione e dalla difficoltà di resistere alla tentazione post-prandiale di un pisolino. Tanto si sa, nell'amministrazione pubblica non lavora nessuno, pisolino più pisolino meno chi vuoi che se ne accorga. Tutto è silenzio intorno, il sole di maggio-quasi-giugno penetra attraverso gli scuri accostati, la palpebra superiore scende lentamente ma inesorabilmente verso il basso, sta per saldarsi a quella inferiore quando - DRIIIINNNNN!!!! - molesta come una raffica di mitraglia arriva una telefonata che squassa la calma del polveroso ufficio nel poveroso comune. E, soprattutto, rompe i coglioni al polveroso impiegato. E sicuro vedrai che è uno del Nord, con la sua smania di lavorare pure dopo pranzo. Potrebbe non rispondere, ma il nostro impiegato è polveroso e sonnolento, non ruba lo stipendio, quindi raccoglie le forze, scrolla la polvere dalle sinapsi, avvicina faticosamente la mano al ricevitore e bofonchia: - Assessorato all'Ambiente di Rocca Vattelappesca...
- Buongiorno, qui è la rivista Ecoblabla che parla. Sto aggiornando la rubrica degli incentivi...
Deve aver capito male, la prossima volta niente vino. Chiede di ripetere. La voce ripete:
- Buongiorno, qui è la rivista Ecoblabla che parla. Sto aggiornando la rubrica degli incentivi...
Una voce da doppiatrice di film porno made in Padania continua ad ansimargli nella cornetta spacciandosi per la rivista Ecoblabla in carta e ossa che desidera conferire con lui per autoaggiornarsi la rubrica degli incentivi.
Allora, due sono le possibilità: o questa signorina dalla voce suadente lo sta prendendo per i fondelli, cosa assai probabile visto che i giovani di oggi hanno sempre voglia di scherzare; o quelli del Nord, per farsi venire voglia di lavorare anche alle due del pomeriggio, si correggono il pranzo con qualche potentissima droga. E prontamente sbatte giù il telefono...
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:27:00 PM | Permalink | 0 comments
29 maggio 2006
Al mare uno dei miei passatempi preferiti dopo dormire e rosolare al sole come una lucertola è il people watching, ovvero il sistematico spionaggio dei miei simili con intenti assai malevoli, tipo rintracciare cuscinetti di cellulite e peli incarniti nelle donne presenti (più giovani sono e più intenso sarà il piacere della scoperta dell'imperfezione) allo scopo di piazzarmi degnamente nella graduatoria delle bellezze al bagno. Il people watching è uno sport per tutti: coinvolge solo i bulbi oculari, ma richiede quantità industriali di quella celeberrima dote tutta femminile che consiste nello sbranare (in senso figurato, per carità) tutti gli esemplari di femmina cui disgraziatamente capita di entrare nel campo visivo del people watcher. Il people watching può all'occorrenza trasformarsi in attività culturale: se invece che in una delle affollatissime spiagge nostrane andate a praticarlo sui gradini di Montmartre a Parigi, animati da ben altre intenzioni s'intende, scoprirete in mezz'ora che cosa distingue un francese purosangue da un inglese con parentele sudafricane o un'italiano mezzo milanese e mezzo calabrese. Non sarete mai capace di descriverlo senza scivolare nei più banali dei luoghi comuni, ma niente è più utile per cogliere le cosiddette caratteristiche nazionali. Dopo un'ora di people watching in ciascuna capitale europea saprete perfettamente che se uno si muove in un certo modo è francese, se ride in un'altro indiscutibilmente tedesco e se indossa sandali color cuoio sotto una gonna rossa condita di maglietta viola che lascia intravedere i peli sotto le ascelle è inglese, non ci piove.
Bando alle ciance: dicevo che ero sdraiata sul lettino. E praticavo la più feroce forma di people watching di cui è capace una donna nervosa e momentaneamente scontenta sia del suo aspetto che del suo intelletto. La spiaggia pullulava di puledroni palestrati che si aggiravano fra gli ombrelloni sprigionando feromoni alla volta di tenere signorine che ricambiavano con sguardi languidi, studiata indifferenza, sguiati sorrisi. E fin qui, tutto regolare, l'estate è fatta per quello, no? Ma ciò che non mi spiego è com'è che a Marina di Ravenna le fanciulle si vestono per andare al mare come se andassero ad un ricevimento di gala. Tacchi a spillo per affondare meglio nella sabbia e dar luogo alla migliore imitazione dell'andatura di un cammello che io abbia mai visto, jeans attillati e incollati alle coscie sudate che la sera avranno dovuto chiamare il chirurgo plastico per levarseli, gonne zingare lunghe fino ai piedi ornate di cinte con fronzoli e pendagli che per mettersi in costume bisogna chiamare l'ancella che aiuta la svestizione. Nelle mie assai più rurali spiagge abbruzzesi la gente va al mare con vestitoni larghi, magliette sottratte al fratello e zoccoli di legno. I più glamour si accontentano di calzare infradito guru con fiore.
Scherzi a parte: le spiagge nostrane pullulano di fanciulle ai limiti della sopravvivenza, che a fatica si trascinano su ossa rivestite di pelle, ostentando splendidi spunzoni di rotule e menischi. Queste ragazze sono diafane e spesso assolutamente orgogliose della loro magrezza spettrale. In tutto il giorno non le vedi mangiare un fico secco; quando la fame non lascia scampo, cedono a uno yogurt vitasnella e una pesca portata da casa. Alla faccia della società dei consumi, i giovani si consumano in un'eterna dieta. A un tratto in questa specie di ossario è spuntata una bella ragazza prosperosa, florida, abbronzata e sorridente. Aveva un gelato in mano. Se fossi lesbica mi sarei innamorata, giuro. Non ho guardato se aveva la cellulite, nè se stesse tirando gli addominali per nascondere la pancetta. Era bella, allegra e sapeva di estate. M'ha fatto venire voglia di un gelato e l'ho mangiato. E se oggi ho un rotolino di più che non se andrà mai perchè ho 30 anni e non 20 chissenefrega, mi sento più felice e mi voglio più bene.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:35:00 PM | Permalink | 0 comments
Ho deciso di cambiare look. Da donna di classe con caschetto liscio e castano, pallidamente intellettuale, a regina delle spiagge italiane, iperabbrustolita e con i capelli allegramente ricci e svolazzanti. Premetto: riccia -troppo- mi ci ha fatto mia madre, liscia il parrucchiere. Quindi se torno riccia ci guadagno in quattrini e salute del capello. Singolare come usano i parrucchieri: come lo facciamo questo capello? (uno lo arricciamo, gli altri li lasciamo così come sono), sfiliamo il capello (sempre il solito, oggetto di odio inveterato da parte del succitato parrucchiere che lo tormenta a colpi di forbici, mentre gli altri vengono lasciati in pace, e poi vai a dire che la legge è uguale per tutti). E qui ci sta una considerazione su quanto si facciano pagare i parrucchieri a Bologna. Ma d'altronde, un cestino di ciliege quasi sei euro, fate vobis.
Dopo il drastico ritorno al riccio, che mi vale prese in giro e battutine da parte di tutto l'ufficio, ho deciso di abbandonare del tutto l'aspetto intellettuale grazie ad una drastica abbronzatura. E siccome o tutto o niente, ieri mi sono sdraiata come una cotoletta sulle spiagge piuccheproletarie (chi si ricorda il piuccheperfetto? ne ho sempre avuto una gran paura. Piuccheperfetto: già uno che è perfetto è insopportabile, che i latini abbiano potuto inventare il piuccheperfetto mi turba davvero. Si trattava di un verbo, ok, ma m'inquieta lo stesso) della riviera romagnola. Unico movimento in dieci ore dieci, quello per mettermi a pancia in sotto. Stamattina mi brucia ogni cosa, ma ho l'aspetto piu sano e sorridente che voi abbiate mai visto. Ricci svolazzanti, faccina rossa, mi mancano due-tre chiletti distribuiti fra tette e sedere per diventare il sogno erotico di ogni idraulico. Ci penserò.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:14:00 AM | Permalink | 0 comments
26 maggio 2006
Detesto chi pensa di prendere per il culo il suo prossimo con comportamenti naif. Se uno è maleducato, e disgraziatamente è anche il capo di un'azienda, bene, è maleducato. Se ne prende atto e ci si comporta come si ritiene più opportuno di fronte alla maleducazione del proprio capo. Ma se uno è maleducato e poi pretende di giustificarsi dicendo che lui ha l'abitudine di maltrattare le persone di cui ha stima e a cui vuole bene, allora non va più bene. Perchè è una vistosa presa per il sedere. Come dire che un marito che prenda a pugni la moglie, opportunamente tradotto di fronte al giudice, si giustifichi dicendo che lo fa solo perchè è avvezzo a gonfiare di botte tutti quelli a cui vuol bene. Mica prendersela, ognuno ha le sue stranezze, lui prende a pugni la gente in segno d'affetto. Io lo getterei in galera e butterei via la chiave, solo per il fatto che ha cercato di prendermi per i fondelli. Ma per fortuna io non sono un giudice.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:43:00 PM | Permalink | 0 comments
Ci sono giorni che ho paura di scrivere. Guardo il mondo con occhi spenti e non ho voglia di raccontare niente. Come mangiare: ci sono giorni che non ho nessuna voglia di nutrire il mio piccolo corpicino dispettoso, che sta lì da anni, che non si può buttare come un vestito vecchio per sostituirlo con uno nuovo, in linea con il tuo gusto del momento.
Facevo una riflessione sulla vecchiaia: ho una paura folle di invecchiare. Deve essere un momento a suo modo molto bello, la vecchiaia, ma è solo un punto di arrivo. Quello che c'è in mezzo mi spaventa. Tutti i giorni che devi vivere, tutte le rughe che devi veder spuntare, appena accennate che poi diventano sempre più profonde. Ieri guardavo La Meglio Gioventù, su RaiTre. In una scena, Capodanno 80 e qualcosa, tutta la famiglia riunita intorno a un tavolo giocava a carte. Facevano un po' i buffoni per far divertire i bambini. Anche i miei zii lo facevano per me e i miei cugini. Carta da parti ai muri, telefoni senza la tastiera, ma con quella specie di ghiera che facevi girare, pesanti come macigni. Nel film qualcuno ha sollevato il ricevitore e m'è sembrato di sentirlo, quel peso. Mi sono chiesta chissà se era pesante davvero, o ero io bambina che lo sentivo pesante. Adesso i bambini di quel film sono come me: telefonino, vita strascinata fra un co.co.pro e l'altro, cameretta in affitto 30 anni. Hanno alle spalle l'adolescenza negli anni Novanta, la caduta del muro di Berlino, il grunge e la morte di Kurt Cobain. Hanno dato il primo bacio con One degli U2. Hanno imparato a guidare il motorino su un Ciao, si ricordano il Commodore 64. E sono arrivati fin qui. Come me. Il punto non è dove siamo arrivati, ma come ci siamo arrivati. Nel film si passa dal '68 al '77, poi agli anni '80. Cambiano le mode, ingrigiscono i capelli, si curvano le schiene. I neonati diventano bambini, poi ragazzi, poi adulti. Infine vecchi. Nei film il tempo lo tocchi, lo senti scorrere. Io invece no, non lo sento. Finchè un giorno, guardando un film e la carta da parati negli '80 mi rendo conto che io c'ero allora, avevo più o meno l'età della figlia di Giulia (la brigatista), ero vestita in quel modo e facevo le stesse cose. E adesso sono qui. Se mi fermo a pensare, se conto i ricordi, sommo gli attimi, mi accorgo che il tempo è passato. Ma non l'ho sentito scorrere. Mi sembra di essere sempre stata qui ed ora, così.
Magari a 60 anni guarderò un altro film, mi riconoscerò in qualcuno, mi fermerò a guardare la mia immagine nello specchio, accorgendomi che non sono sempre stata così, c'è un'infinita somma di attimi che mi separa da com'ero quando sono venuta al mondo. Una somma di attimi che non ho sentito scorrere, non ho percepito quando c'erano, di cui mi accorgo solo dopo, quando mi fermo a contarli. Forse è questo che davvero mi spaventa, quando penso al tempo che passa.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:04:00 AM | Permalink | 0 comments
24 maggio 2006
Ho fatto un giretto in macchina con la mia amica Alda, ieri. Tornavamo dal nuoto, parlavamo di gatti. Uno dei suoi sta male, pare che ne abbia ancora per poco, ma lei non ci pensa nemmeno a sopprimerlo. Perchè anni fa ha avuto una forte depressione, con psicofarmaci e schiere di dottori in camice bianco che ti prendono la pressione, ti fanno le analisi, ti scrutano e vogliono curare una malattia dell'anima come si farebbe con l'unghia incarnita. Alda dice che la presenza di questo gatto, orbo e diabetico, l'ha aiutata più della presenza dei suoi familiari. Esagerazioni, direi se avessi voglia di essere cinica. Ma oggi no, proprio non ne ho voglia.
Me ne tornavo a casa sotto la pioggia, ieri, e pensavo ad Alda, al gatto e alla depressione. La depressione. Una malattia che non esiste. L'infelicità è il contrario della felicità e, come quella, è sempre esistita. Ci sono sempre stati individui che si trascinano nella vita strusciando le suole, che faticano a trovare una ragione per alzarsi dal letto e, alla fine, gettano la spugna. Come sono sempre esistite le persone felici, in pace con la vita e gli uomini, checchè si dica. Quello che ci fa veramente incazzare, dice Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato, è le famiglie felici esistono. Solo che in una società in cui il successo è tutto, la felicità è un must. Immaginate i manager nelle foto patinate di Max o Vogue, seduti dietro quella scrivania lustra, col completino Armani tirato a lucido. Sorridono come in uno spot. Venite a sedervi in cima al successo, mordete la vita e sarete felici come me. Successo=felicità. E quando per caso l'infelicità fa capolino dietro la porta, allora bisogna chiamarla malattia, perchè è socialmente inaccettabile. Elencare sintomi, inventare terapie, pillole della felicità che stimolano questa e quella ghiandola e con una bella iniezione di serotonina l'umor nero se ne va, come la febbre, e si ritorna come nuovi. La teoria dell'infelicità come malattia è ridicola, ma rassicurante. Non tutti prendono la febbre durante l'inverno, non tutti muoiono di cancro, non tutti sperimentano l'epatite, in vita loro. E allo stesso modo, mica tutti si debbono ammalare di infelicità. E quand'anche, pasticchina e via. Nel XXI secolo si può tenere un diario su internet e annoiare chiunque abbia tempo da perdere con le proprie privatissime cagate, si arriva sulla luna come al supermercato sotto casa, ci si catapulta in meno di 24 ora dall'altra parte del mondo. Ma si ha bisogno di considerare l'infelicità una malattia per credere di esserne immuni, tanto ci spaventa essere lasciati soli cinque minuti cinque con la nostra anima.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:52:00 PM | Permalink | 4 comments
23 maggio 2006
Leggendo uno dei post, la mia prima lettrice (e temo anche l'unica) mi scrive: ma dove lavori in un ufficio di pazzi?Domanda che io stessa mi pongo circa una decina di volte il giorno. A giudicare dai racconti di tanti, però, quello che accade qui non è affatto l'eccezione, ma la regola. Perciò la domanda successiva è: se con normalità si definiscono comportamenti diffusi e condivisi dalla maggior parte dell'umanità, è probabile il folle sia chi non li condivide o li trova strani. Ergo, secondo l'opinione comune, la vera pazza qui dentro potrei essere io. Perchè non riesco a condividere comportamenti che la maggioranza trova assolutamente normali.
Per farla breve: le cavallette sono animali assolutamente disgustosi, dal mio punto di vista. Ma dal loro è probabile che io sia altrettanto rivoltante. Dipende, appunto, dalla prospettiva che si sceglie, dagli occhi (i miei o quelli delle cavallette? ai posteri l'ardua sentenza) con cui si guarda il mondo. Perciò temo che anche follia e normalità, eccetto i casi di psicosi conclamata in cui lo scemo del villaggio si dichiara Napoleone, dipendano semplicemente dall'aver scelto un certo punto di vista anzichè un altro.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:58:00 PM | Permalink | 4 comments
Il potere logora... chi non ce l'ha. Direbbe uno che di potere ne ha avuto pure troppo. Ma, soprattutto, logora chi deve sopportare chi è convinto di non averne abbastanza. Parrebbe infatti che chi aspira ad essere uomo/donna di potere, ma deve, suo malgrado, accontentarsi delle briciole che i veri potenti lasciano sulla tavola, abbia la fastidiosa tendenza ad opprimere quei pochi su cui, per gentile concessione dei veri potenti, hanno una qualche sorta di supremazia. In parole povere, rompono le palle a non finire alle c.d. ultime ruote del carro, far le quali ho il piacere di annoverarmi.
Così accade che una mattina arrivi in ufficio e trovi la tua responsabile fuori di se dalla bile perchè un giornalista ha chiamato quando lei non c'era e ho avuto l'ardire di passarlo a U., direttore della rivista. Perchè quello che conta non è che il Pinco Pallino abbia le risposte che cerca, ma che sia lei a dargliele. Così potrà continuare a sentirsi indispensabile nell'economia dell'universo e, che poi è lo stesso dal suo punto di vista, del nostro ufficio e a ripetersi, guardandosi nello specchio: - Specchio specchio delle mie brame, chi al CSM è la più indispensabile del reame?
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:38:00 PM | Permalink | 0 comments
Confondere causa ed effetto non è cosa da poco. Se lo facesse un medico finirebbe a schifìo nove volte su dieci. Se poi si confondono causa ed effetto e ci si aggiunge la servile abitudine di seguire il principio di autorità anzichè il metodo scientifico, è finita. Tanto vale fare un salto indietro di quei quattro secoli buoni, chiudere Galileo Galilei nel cassetto e buttare via la chiave una volta per tutte. In genere è un rischio che non si corre, fra gente normale. Il problema è che nel mio ufficio la gente normale è merce assai rara.
Mi spiego: durante un incidente un serbatoio di benzina può esplodere se la benzina cola, una scintilla innesca un incendio e nel serbatoio chiuso la pressione sale a causa del calore prodotto dall'incendio. Punto. Non lo dico io, lo dice la termodinamica, o comunque si chiami quella cosa che ti fanno studiare a scuola quando sei ragazzino normalmente temuta più delle fiamme dell'inferno. Per stare dalla parte dei bottoni, chiamiamola genericamente fisica e non se ne parli più. Nel mio ufficio però, dove non si può dire ad alta voce che dio è un'invenzione degli uomini senza provocare una crisi isterica nella mia responsabile, si possono mettere in dubbio le leggi fisiche supportate da tanto così di esperimenti e verifiche.
Veniamo al dunque: devo scrivere una lettera per rispondere ad un articolo in cui indirettamente viene sostenuto che il GPL è più pericoloso della benzina perchè scoppia. Ovviamente dati alla mano si tende a far notare che gli impianti sono sicuri e bla bla bla e che, in caso di incidente, la benzina può essere responsabile di esplosioni quanto e più del GPL. Perchè è altamente infiammabile e quindi il discorsetto di cui sopra. Ora, puà darsi che mi sbagli, ma secondo M. la benzina non è responsabile di esplosioni in quanto infiammabile, perchè semmai l'esplosione sopraggiunge quando il tizio nell'abitacolo è già morto. Se qualcuno trova una logica in questa frase giuro che gli pago una vacanza alle Maldive. Punto primo, che ci sia qualcuno dentro l'abitacolo è assolutamente ininfluente se si sta parlando della maggiore o minore infiammabilità di un carburante rispetto a un altro. Secondo, che il succitato tipo crepi bruciato o ridotto in mille pezzi da un'esplosione non è all'esame di questa commissione. Ovvero non ce ne frega niente, se il nocciolo dell'argomentazione è capire se l'eventuale fuoriuscita di benzina e l'eventuale conseguente incendio siano causa dell'eventuale esplosione del serbatoio. Sennò aggiungiamo che non esplode perchè tanto arrivano i pompieri e buonanotte.
Quando ho sollevato queste obiezioni, M. mi ha guardato con occhio cattivo e ha sibilato: - Se non hai voglia di scrivere quello che ti dico, dillo che me lo scrivo da sola. Io: - La voglia non c'entra niente, cosa c'è che non va nel ragionamento, peraltro elementare, che ho fatto?
- Non lo so, ma si è sempre scritto come dico io e tu scrivi così...
Pensate cosa sarebbe successo se Galileo si fosse rassegnato al fatto che s'è sempre detto che il sole gira intorno alla terra e, dopo una bella alzata di spalle, avesse deciso di fare il fioraio...
Una postilla: non mi frega assolutamente nulla nè del GPL nè della benzina, per fortuna occupo le mie giornate pensando ad altro. Era così per raccontare...
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:58:00 AM | Permalink | 0 comments
22 maggio 2006
Stamattina facevo rassegna stampa. Un bel mestiere dite voi. Una delle mie quotidiane mansioni umilianti, dico io. Perchè non devo leggere di politica estera, o interna, cinema, letteratura, musica, anche sport andrebbe bene. No, devo leggere di prezzi di benzine e petizioni per ridurre le accise sul GPL. Quando mi va bene, il che è tutto dire, di barche di lusso. Una riflessione sul termine barche di lusso: le barche sono già un lusso. Costano un patrimonio e poi bisogna mantenerle, fare il pieno, pagare qualcuno che sappia almeno evitare gli scogli e tenerle ormeggiate in marina, visto che nel giardino di casa non si può. I comuni mortali non possono avere idea delle cifre che illustrissimi nababbi spendono per portarsi per mare la biondona rifatta di turno. Centinaia di migliaia di euro, se restiamo nella categoria delle bagnarole, per gingillarsi 3 settimane tra aperitivi, salatini e chiappe abbronzate in alto mare. In riviera si fa con 1000 euro, ma quelli, figurati, devono essere esclusivi e fra gli ombrelloni dei comuni mortali che fanno i debiti per portare i figli al mare non ci mandano nemmeno il lacchè. E va bene, parlo per clichè, come fonte di ispirazione solo il livore comunista del figlio del popolo. Che poi se ce li avesse, i soldi, farebbe peggio. Può darsi, ma tanto non ce li avrò mai, e quindi posso liquidare queste illazioni di stampo radical-chic-berlusconianocon una semplice alzata di spalle.
Stavamo ancora parlando di barche, però. Un gradino sopra ci sono le barche di lusso. Se applichiamo nel dettaglio le regole della grammatica italiana, le barche di lusso sono due volte di lusso. E qui siamo proprio su un altro pianeta. Si tratta di reggie galleggianti, qualcuno davvero se la fa costruire in stile Luigi XVI. E magari quando ci salgono si fanno pure chiamare maestà, ma almeno questo non lo vanno a dire in giro. Che la vita è strana, e quando meno te l'aspetti capita che, insaccato dentro il completino e la cravatta, ci sia uno che si sente un po' troppo Robespierre.
I soggetti che comprano queste barche appartengono a uno strano tipo di umanità. Ho avuto tempo di osservarli a Genova, durante la fiera della nautica. Ero stata mandata lì a fare l'ufficio stampa ma, com'è come non è, è finita che trasportavo scatoloni pieni di cartelle stampa, facevo volantinaggio per ore e ore sotto un sole subsahariano e traghettavo vassoi pieni di pasticcini da uno stand all'altro. Nel corso delle mie transumanze (alla fine della giornata puzzavo pure come un pastore, alla faccia delle pubbliche relazioni) guardavo. E quello che vedevo m'avrebbe fatto venire l'ulcera, se non fossi dotata di un robusto senso dell'umorismo. Innanzi tutto, per quanto scontato, è vero che i ricchi hanno sempre di fianco delle zellerone bionde di un metro e 90. Ed è altrettanto vero che le zellerone hanno l'abitudine di vestirsi come dentro una telenovela o un film americano, con tanto di anelli da venti quintali ciascuno, rossetto rosso-che-più-rosso-non-si-può, una scia di profumo che stenderebbe un cavallo, e le famose scarpe leopardate con tacco a spillo. Mi chiedo se esiste un supermercato dove le vendono (Mi dà 60 Kg di bionda con scarpe leopardate per cortesia?mi raccomando fresca di giornata, eh!), e perchè ai multimiliardari decisamente fanno schifo le more con le scarpe basse. Come da tradizione, il ricco che le accompagna è una spanna più basso di loro e almeno due più largo, ma appena apre il portafogli si capisce che è uno che ha delle ragioni da far valere. Costoro arrivano e, del tutto incuranti del fatto che hai un cartellino con su scritto Press - Ufficio Stampa, ti chiedono di fargli il caffè e poi ti danno una pacca sulla spalla, si girano verso il pinco pallino più vicino e commentano "che bel sorriso che ha la bambina, eh?". Un grazie - che poi sarebbe la cosa più scontata da dire - manco a parlarne. Tutte le volte mi veniva voglia di prenderli a pugni: primo, perchè ho 30 anni e non sono una bambina; secondo, perchè il sorriso è di circostanza e tu non l'hai manco guardato, sennò te ne saresti accorto; e terzo, perchè nessuno ti ha autorizzato a parlarmi come mio zio d'America. Ma soprattutto perchè ho passato pomeriggi di primavera belli come oggi chiusa in una casa a mandar giù quintali di Heidegger, Hegel, Kant, Spinoza, Descartes e a fare le promozioni della ricotta Vattelappesca per guadagnarmi due lire per la birra al bar di Peppe, mentre tu spendevi i soldi di papà in qualche esclusiva scuola di marketing d'oltreoceano e frequentavi i vernissage della New York bene. E finchè non saprai almeno chi sono Kant e compagnia bella, il caffè me lo devi chiedere per favore e, dopo che l'ho fatto, devi dire grazie, come tutte le persone educate.
Poi ho capito: per molti di loro il mondo si divide in gente che può chiedere il caffè senza dire per favore e gente che deve farlo, anche suo malgrado. Ho capito che, più spesso di quanto si creda, sono seduti su tutti quei miliardi e se ne vanno in giro per i sette mari perchè c'è gente che conosce Heidegger, Kant, Russel e persino Marx che lavora perchè possano continuare a farlo. Non glielo chiedono per favore e non dicono grazie, semplicemente li pagano. Chissà, forse se avessi preteso un grazie m'avrebbero dato un euro. E tenga pure il resto...
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:25:00 PM | Permalink | 0 comments
19 maggio 2006
Mentre noi italiani stiamo ancora qua a discutere sui Pacs, in Inghilterra due lesbiche divorziano. Evito di affondare il coltello nella piaga con considerazioni, tra l'altro ovvie, sulla loro civiltà e la nostra trogloditaggine.
C'è una cosa che però non mi è affatto chiara: perchè se i miei vicini di casa sono due gay convinventi o sposati, io corro più rischi di veder fallire il mio matrimonio di due che hanno come vicini di casa due etero?Sono estremista e anticlericale, questo è assodato, ma dimentichiamolo per un attimo e proviamo a usare la logica. Quale relazione di causa/effetto può esserci fa i gusti sessuali dei miei dirimpettai e la probabilità che io decida di buttare all'aria il mio matrimonio?
Chi mi dà una risposta sensata vince un soggiorno-premio nel mio ufficio.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:58:00 PM | Permalink | 0 comments
M. ha un amico: G. Costui ha 40 anni, una bella crapa pelata e lucida su cui non c'è nemmeno il ricordo di un capello e un'espressione così stupida, ma così stupida, che guardandolo ti viene da girargli attorno per controllare di non esserti messa a parlare con il manichino di un negozio. G. ha un bar, uno di quei posticini plasticosi e patinati, arredamento minimal da rivista per architetti della Milano da bere, dove di solito si ammassa la bella gente che cerca di dimenticare che vive in un brutto mondo. Nel bar a servire la bella gente, oltre a G., c'è un indianino appena saltato fuori dal Libro della Giungla, piccolo e secco come una prugna Sunsweet, che quando apre bocca sembra la versione post-moderna di Balanzone: - Socci regaz, ma come sciamo in tiiiro sctascera... Bella Max, comprato il ferro nuovooo?
G., nonostante la sua tracimante stupidità, ama distribuire perle di saggezza e insegnamenti di vita. Tipo: volete conquistare una donna? Spiazzatela. Se una ha un gran decolletè, ad esempio, bisogna dirle che ha delle belle mani: non saprà resistere di fronte a cotanta sensibilità e si sciolgierà come il burro sui maccheroni. Parola di G., che a conoscenza dell'animo umano sta una spanna sopra Freud. E ancora: le donne amano gli uomini perversi, quelli che fanno del sesso un'esperienza estrema, tipo bunji-jumping. Perciò non abbiate timore di rischiare, confessate i vostri desideri proibiti, cogliete senza paura il frutto del peccato. Lui, ad esempio, sogna che la sua donna se ne vada in giro con un piccolo, ma non troppo, vibratore a ventosa applicato non ho ben capito dove e telecomandato. Così a Natale, di fronte alla famiglia riunita per festeggiare la nascita del bambin Gesù, lui può azionare il mefistofelico strumento da lontano e godere la scena della poveretta che cerca di trattenere urletti isterici e gemiti mentre zia Concetta attacca famelica un pezzo di tacchino, ricordando quanto piacesse al compianto zio Osvaldo la cena di Natale. Oppure fra amici, nel pieno di una discussione sulla guerra in Iraq, sull'America, su Abu Ghraib, mentre gli animi si scaldano di passione politica, lui ZAC aziona la vibroventosa, precedentemente applicata nella di lei patatina, e da il contributo alla discussione ricordando alla consorte che, da che mondo è mondo, l'importante è fare l'amore, non la guerra.
Guardiamo il lato positivo della cosa, se uno così è sposato vuol dire davvero che sulla faccia della terra c'è posto per tutti.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:41:00 PM | Permalink | 0 comments
18 maggio 2006
Ieri sono tornata a casa più stanca che mai. Grazie ad un contratto precario, uno stipendio da fame, l'assenza di figli e la giovane età (si ricorda al pubblico pagante e non il già citato acne giovanile) sono stata costretta a restare in ufficio fino alle sette e mezzo, per un totale di quasi 10 ore di lavoro 10. Andava spedito un comunicato opportunamente consegnato nelle mani di F.R. martedì pomeriggio perchè lo approvasse. Fino a mercoledì pomeriggio alle 6 circa (l'orario finirebbe - e qui ci vorrebbe un equivalente del wish inglese espressione del famoso desiderio irrealizzabile - alle 6 e 30) F.R. non ha creduto opportuno degnare di attenzione l'argomento. Salvo poi avere la brillante di idea di allegare al suddetto comunicato un documento che avrebbe dovuto essere preparato da un altro ufficio e che io, e non lui, ho aspettato fino alle 7 e 30. Non si vive di urgenze. Se fossero la norma, non sarebbero urgenze. Bastava guardare il comunicato 2 ore prima. I cari colleghi hanno tirato fuori dal cappello figli che escono da scuola, famiglie da accudire, madri moribonde, mariti gelosi. E se la sono squagliata.
Nessuno mi ha ordinato di restare. Era scontato: una che a Capodanno festeggerà la scadenza del contratto senza sapere se sarà rinnovato non ha diritto di dedicarsi al resto della sua vita. Chi non riesce a mettere da parte un centesimo del suo miserrimo stipendio, chi non avrà la liquidazione, chi può essere buttato fuori con un semplice "grazie, non ci servi più" mentre imperversa la disoccupazione non può essere così ingenuo da credere di avere una vita oltre il lavoro. Nei giorni in cui vuoi mordere la vita ti racconti la favola dell'ufficio che si fida di te: corri avanti e indietro, passi dalle fotocopie al comunicato, dalle conferenze stampa al centralino e la portineria, l'ufficio crollerebbe se non ci fossi. La verità, però, è che non crollerebbe affatto. Si troverebbe un altro seguace di San Precario da mettere al tuo posto. Chi approfitta di questa debolezza è proprio chi fino a ieri era debole come te.
Non so se una volta fosse diverso, è l'unico mondo che conosco. Però so che la precarietà è molto più di una condizione professionale. Te la senti cucita addosso. Sei seduto su una sedia con tre piedi e devi tenertici in equilibrio. Alla fine diventa precarietà esistenziale, un po' maledetta, un po' compiaciuta. Tanto il mio futuro si ferma alla settimana prossima, al giorno in cui scade il mio contratto. Dopo, se sarò fortunato, continuerò a fare lo schiavo qui, altrimenti forse lavorerà in un negozio, in un call center, in un bar cercando di ricordare com'era quando l'Università mi proteggeva dal mondo. La laurea è chiusa nel cassetto, quel che conta è pagare l'affitto. Il lavoro nobilita l'uomo. Come allora, è una presa per il culo.
Appena insediato, il nuovo ministro del lavoro ha smentito chi lo vuole fedele alla linea di Epifani e della CGIL. Stiano tranquilli padroni e padroncini, guardie, ladri e truffatori: la legge 30 non si tocca. Al massimo qualche incentivo alle aziende che assumono, perchè la precarietà sia solo "di passaggio".
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:35:00 PM | Permalink | 0 comments
In italiano la parola merda ha 8 - e dico 8 - sinonimi, escludendo il senso figurato: cacca, escrementi, feci, cagata, popò, defecazione. La merda è democratica: fa schifo e puzza dalle Alpi al Manzanarre, a ogni latitudine e stadio di sviluppo socio-economico. Per intenderci, la cacca di un africano affamato puzza come quella di un americano unto di McDonald (ammesso e non concesso che l'africano abbia qualcosa da espellere). Giusto ieri, grazie all'ispirazione che traggo da ogni giornata lavorativa, stavo pensando alle possibili ragioni che spingono uno a dire feci anzichè cacca, merda anzichè defecazione. Non mi addentrerei in considerazioni sui registri linguistici per evitare l'inconveniente di un subitaneo colpo di sonno e soprattutto perchè non me ne frega niente. Mi interessa di più l'uso consapevole di un termine, quello determinato nel 90% dei casi dalla voglia di prendere per il culo qualcuno. La merda resta sempre merda, ma può essere conveniente che qualcuno non si accorga che quella che ha sotto il naso, e che sta maneggiando con cura, è proprio merda.
In ufficio ieri, verso mezzogiorno, qualcuno ha suonato il campanello. È un qualcuno fastidioso come una zanzara che c'è ma non si vede, che qualche furbetto tenta di frodare per pagare meno tasse e che ha la pessima abitudine di cacciare il naso nelle scartoffie aziendali quando sente puzza di bruciato fiscale. Suvvia non stiamo a fare i moralisti, tutti hanno qualche scheletro nell'armadio. Il punto è che ci sono scheletri e scheletri (è realistico supporre che quelli di Provenzano fossero più grossi dei miei). Alcuni vanno nascosti in un posto più sicuro dell'armadio, e pure in fretta.
Convincere qualcuno a spostare scheletri che puzzano e sporcano come la merda e che sono i rifiuti tossici di azioni che hanno arricchito qualcun altro è facile: basta non dirgli che quella che tocca è merda. E nemmeno deve arrivarci da solo. Così si prende il tontolone dell'ufficio, buono e gentile, ma indiscutibilmente ritardato, gli si dice che è venuta l'ora di riordinare l'archivio e gli si fa fare avanti e indietro con la merda in mano. Con buona pace della morale e di quella buona abitudine che sarebbe non approfittare della debolezza altrui.
Come quando la coca la fanno spacciare ai ragazzini perchè a 9 anni non li possono sbattere in galera.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:51:00 AM | Permalink | 0 comments
17 maggio 2006
Oggi è una giornata triste. Moolto triste. Fuori c'è il sole, i primi 30° della stagione sono arrivati. Eppure la vita ha un sapore di mela acerba e puzza di vuoto. E di stantio. Vorrei approfondire lo stato d'animo, ma scivolerei nel melodrammatico.
Negli ultimi giorni cerco caparbiamente di spiegare a tutti quelli che hanno cinque minuti da dedicare alle mie nevrosi la differenza fra vivere e guardarsi vivere, fra avere punti fermi - un saldo e granitico concetto della differenza tra giusto e sbagliato - ed essere incline alla pessima abitudine di rimasticare, adattare, criticare, digerire e vomitare tutto quello che ci viene scodellato del piatto. Nella mia testa giusto e sbagliato hanno confini troppo sfumati per essere giusto e sbagliato, e bene e male vanno a fare shopping insieme al mercato. Così ciò che è insindacabilmente giusto il lunedì mattina è quantomeno discutibile il martedì dopocena. E quello che non farei mai il sabato, lo faccio con convinzione la domenica pomeriggio. Opportunismo travestito da spirito critico? Può darsi. Ma mi spaventa chi crede sempre nella stessa idea, chi non si concede il gusto dell'incoerenza, il piacere di cambiare vita, vestito, idea, personalità, gusti; chi dice "per tutta la vita" convinto che sia vero, chi non prova mai il piacere estremo di rivedere le proprie convinzioni. Mi sembra che buttino il bambino con l'acqua sporca. Questa vita è precaria, che c'è di male a prendersi il bello della precarietà?
 
co.co.prodotto da Atipica at 6:31:00 PM | Permalink | 0 comments
Pietà l'è morta
Oggi non ce la faccio a trasformare la rabbia in ironia. L'ironia in qualche modo compone un conflitto incomponibile nell'unico modo possibile: ridendoci su. Oggi, invece, voglio coccolare la mia rabbia.
F.R. è un sadico torturatore. Tiene tutti in pugno con la paura. Non una fisiologica paura di perdere il posto quando la disoccupazione fa più vittime del cancro, di scontentare il padrone del tuo stipendio. No, qui serpeggia una paura più profonda, patologica, malata, morbosa. Non si teme solo di sbagliare, ma di non pensare come lui, di non anticipare le sue mosse, di non essere nel suo cervello. Di non essere il suo cervello. In questo ufficio non si fa solo ciò che il padrone vuole, si cerca di intuire cosa vorrà prima che lui lo esprima. Se non ci riesci ti guarda dall'alto in basso con gli occhietti a fessura come una faina, sudoli che quasi sibilano, facendoti sentire il figlio ritardato a cui papà deve sempre spiegare tutto. Lui non dice nulla direttamente, non chiede, non ordina. Allude, insinua, lascia sempre aperta una porta all'ambiguità, alla doppia interpretazione. Così tiene tutti in pugno, perchè nessuno è mai certo di aver capito bene cosa voglia e tutti temono i suoi occhi da faina.
A causa di questa paura sussurrata ma pervasiva, amplificata da comportamenti sadici gratuiti e del tutto imprevedibili che provocano una costante sensazione di pericolo imminente, si dimenticano diritti ottenuti a caro prezzo nel corso dei secoli, umanità e solidarietà verso i colleghi. Si dimentica che la vita è anche - e soprattutto - fuori dall'ufficio. Certi giorni si dimenticano persino dignità, stanchezza, salute. Oggi è il compleanno di M., appena arrivata in ufficio le ho fatto gli auguri. La risposta è stata:"hai mandato il comunicato corretto a F.R.?". Non un grazie, nè un sorriso.
Qui la paura non unisce, divide. Chi subisce per primo o più a lungo non perde occasione di vomitare bile e risentimento su chi è sotto di lui. Chi gode di buona sorte mette in cattiva luce colleghi e collaboratori, nella vana speranza che questa fedeltà al principe-padrone lo metta al sicuro e lo aiuti a non cadere in disgrazia.
Appena si entra qui si viene sottoposti a una serie di prove subdole, ma utili per capire che tipo sei: ti pieghi all'autorità? riconosci subito chi è al di sopra di te nel gioco delle parti e ubbidisci qualunque stronzata dica o pensi? O sei uno di quei pericolosi individualisti che hanno la sgradevole abuitudine di pensare con la propria zucca e di ragionare su tutto? Qui non lavorano uomini, ma soldati e se tu non sei così metti rischio tutto il branco e perciò te ne devi andare.
Poco più raffinati dei riti tribali, da questi giochetti dipende la tua sopravvivenza nel branco.
Qui essuno è solidale con la malattia del collega, la stanchezza, il bisogno di riposo. Perchè l'assenza di uno può gettare l'altro nell'occhio del ciclone. È pura matematica, meno si è più si rischia. M. ha avuto la polmonite del legionario, è stata a casa un mese e mezzo con gli aghi infilati nel braccio, ma quando ha osato chiedere di fare il ponte del 25 aprile qualcuno ha commentato "Che ponti vuole fare quella, non le è bastato un mese e mezzo di vacanza?".
Nessuna pietà o giustificazione per l'errore che espone tutto il branco alle rappresaglie. Quando si sbaglia, non si cerca di rimediare ma qualcuno a cui dare la colpa, l'agnello sacrificale. Una volta trovato, l'equilibro è ristabilito. Mors tua, vita mea.
Se qualcuno è ancora alla ricerca dell'anello di congiunzione fra l'uomo e la bestia...
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:21:00 AM | Permalink | 0 comments
Bologna è bella nelle sere di primavera. Ieri sono uscita e lungo le strade c'era gente che passeggiava, rideva, gente finalmente vestita di magliette leggere, con i sandali ai piedi. Gente rinata, sopravvissuta a un altro gelido, orribile inverno.
L'inverno a Bologna ha qualcosa di metafisico, è un inverno dell'anima. Il freddo e l'umidità ti penetrano nelle ossa e raggiungono lo spirito, congelandolo. Al mattino ti svegli, vai al lavoro, sembra che nulla sia cambiato rispetto alla solita vita. Ma è solo apparenza: in realtà ogni singolo gesto è finalizzato alla lotta contro gelo e intemperie. Tutto tende a un unico momento: il giorno in cui il sole sorgerà e sarà caldo e scioglierà la brina che hai sulla coscienza.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:48:00 AM | Permalink | 0 comments
16 maggio 2006
La mia coinquilina S. scoppia di salute, ma è convinta di stare malissimo.
Nell'ultimo mese ha avuto, a suo dire, il reflusso gastroesofageo, che poi si è trasformato in gastrite che, divenuta appendicite, è sfociata in peritonite che poi si è coagulata in una ciste sotto il piede che, operata e mal suturata, alla fine si è infettata. Nel suo percorso a ritroso dall'effetto alla causa, le è sembrato plausibile che dietro reflusso e cisti ci fosse il temuto HIV. Risultata negativa, ha dichiarato pubblicamente che si metterà il cuore in pace solo fra sei mesi, se nel frattempo non avrà contratto qualche altro morbo incurabile, e per completare il check up ha deciso stoica di spararsi una gastroscopia, così tanto per gradire.
Così, in questo tripudio di ospedali, dottori, medicine e malati veri o presunti ieri torno a casa e la trovo in lacrime
Io: - Ehi, che succede?
S.: - Forse sono positiva all'HIV?
Ok, niente panico. Dopo il brufolo che si trasforma come per magia in tumore benigno e la follia che regna sovrana in ufficio e in casa, ora ci manca solo l'HIV.
Io: - Scusa???
S.: - Si, ho avuto una ciste sotto il piede, a febbraio il reflusso, sicuramente c'è qualcosa che non va...
Qualcosa che non va=AIDS. Come minimo mi sembra un po' precipitoso.
- D'accordo, ma se non hai avuto rapporti a rischio, visto che le pere non te le fai, non è che l'AIDS ti viene per un colpo d'aria!
- Ah, la fai facile tu... Lo sai che ho donato il sangue?
Ho sempre saputo di essere stupida, ma comincio a sospettare una tara ereditaria o demenza senile, visto che aumentano in modo esponenziale i nessi che non colgo.
- Appunto, donato mica ricevuto...
S. mi guarda come se fossi una completa idiota.
- Già, ma c'è passaggio di sangue, no?!
È stizzita senza rimedio, posso tentare una strada sola per riabilitare le mie maltrattate facoltà mentali.
- Si ma da te a qualcuno, non da qualcuno a te...E non vale la proprietà transitiva.
Potenza della logica, mica ragionamenti complicati, giusto un 2+2. Eppure sempre più spesso finisco a chiedermi com'è che uno strumento in grado di semplificare tanto la vita va così poco di moda...
S. resta a bocca aperta, ci pensa su, poi mi guarda con odio. Ora dovrà cercare un altro modo per ottenere l'attenzione del suo prossimo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:14:00 AM | Permalink | 0 comments
15 maggio 2006
C'era una cosa che avevo dimenticato dell'Abruzzo... La gente quando si incontra dopo ore, giorni, mesi, anni, decenni, secoli, dopo la domanda di rito "Come stai?", comincia a fare l'elenco dei morti che ha avuto in famiglia dall'ultima volta che ha visto l'interlocutore. Sabato mattina mi aggiravo con mia mamma per il mercato di Teramo in preda ad un frenetico attacco di shopping compulsivo (piacere assai intenso quando le sostanze che vengono dilapidate a colpi di magliette, jeans e creme sono di qualcun altro) quando, fra le bancarelle, spuntano quattro amiche di mia mamma. Le garbate signore dopo i tradizionali convenevoli conditi di urletti ed espressioni di giubilo rumoroso ("come stai?" "ihhhhhhhhhhhh, bene bene", "E questa è tua figlia? Ohhhhhhhhh, ma come è diventata grande!!!E che fai, adesso?" Chissà perchè, anche se hai i capelli bianchi, ti aspetti sempre che ti chiedano che classe fai), hanno sfoderato opportuna espressione compunta e hanno cominciato ad elencare morti. Sono riuscita a non distrarmi e ho contato quattro morti cadauna. 4x4=16, quindi 16 racconti di morti strazianti, con voce che si incrina, occhi che diventano lucidi, e minuto di silenzio, per un totale di 16 minuti di silenzio. Mentre le signore narravano con dovizia di particolari di infarti, cancri, ictus fulminanti e accidenti vari, non ho potuto fare a meno di considerare come le vittime di questi anatemi del destino siano sempre i mariti, suoceri, cognati e zii, mentre le donne restano sempre per raccontarlo. Rendiamo grazie al cromosoma XY.
La circostanza imponeva che non manifestassi segni d'irritazione per questi funebri elenchi e così ho fatto, guadagnando la stima delle gentili signore che da quel momento mi considerano "una gran brava ragazza, educata e a modo".
È proprio vero, non bisogna mai fidarsi delle apparenze.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:37:00 PM | Permalink | 0 comments
Dopo una brutta notizia, ce n'è sempre una buona: ho l'acne giovanile... Ergo, non sono vecchia e quindi posso smettere di buttare la metà del mio stipendio in stupide creme che garantiscono solo un po' di pietoso effetto placebo... Ah, se non ci fosse l'effetto placebo!
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:06:00 PM | Permalink | 0 comments
Per una virgola Martin perse la cappa. Me lo scrisse la maestra dietro un tema, perchè quando da piccola mi si chiedeva di inventare una storia, ritenevo uno spreco di tempo pensare alle virgole. Come interrompere un sogno a occhi aperti per pagare una bolletta. Lei non era della stessa opinione e per questo mi dette un bel cinque per un tema a suo dire bellissimo, ma clamorosamente privo di punteggiatura.
Sabato sono stata dal dermatologo. Avevo un brufolo sul naso, che non era un brufolo. Era lì da anni, da decenni, e non c'avevo mai fatto caso. Poi un giorno qualcuno me l'ha fatto notare chiamandolo "la piccia", come quelle sul naso delle streghe. Da quel giorno, quando mi guardavo nello specchio, vedevo solo quello. Un po' mi vergognavo di questa mia smaniosa attenzione all'estetica: ho la pretesa di essere una donna interessante, e si sa, le donne sono interessanti quando sono imperfette e le loro imperfezioni si amalgamano in un insieme armonioso. Ma alla fine, abbandonati i ragionamenti cervellotici, ho ceduto alle volgari ragioni dello specchio.
Così sabato, stremata da una seduta di due ore e mezzo da un dentista macellaio, ho deciso di sottopormi anche al trattamento per togliere la piccia.
Il dermatologo mi guarda, mi ascolta, mi fa sdraiare su un lettino e osserva la piccia con una lente d'ingrandimento. Poi, in silenzio, inizia i preparativi. Tanto per ingannare il tempo e non guardare la siringa, che di ferraglia ne avevo avuto abbastanza, ho domandato: - Dottore, ma cos'è? Una verruca?
Silenzio e sospiro. Poi la risposta: - No, un fibroma, un piccolo tumore...Stia tranquilla, non c'è da preoccuparsi, è benigno. Quante volte mi avranno detto di non fare domande se non si è preparati ad ascoltare le risposte...
TUMORE BENIGNO.
Ce l'avevo da quando ho iniziato a guardarmi nello specchio. Ci ero quasi affezionata, alla mia imperfezione. E si vede che anche lei si era affezionata a me, visto che ha deciso di restare benigna.
Forse perchè al solo sentirle, certe parole, vengono in mente le cose più strane, perchè ho studiato filosofia o perchè sono clinicamente pazza, fatto sta che mi sono messa a pensare a sostanza e attributo. Fra brufolo e tumore c'è una differenza sostanziale: il brufolo non è il tumore, il tumore non è il brufolo. Ma fra tumore benigno e tumore maligno la differenza è solo l'attributo, quel piccolo aggettivo aggiunto lì, quasi per caso. Il tumore è sempre il tumore. Può essere benigno, lo si taglia via e chissenefrega, o maligno e arrivederci e grazie dei fiori. La differenza fra la vita e la morte in un aggettivo. Messo lì quasi per caso.
Ed è solo per caso che stavolta m'è andata bene.
Lo diceva la maestra: per una virgola Martin perse la cappa. Fino a sabato non credo di aver davvero capito cosa volesse dire.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:15:00 PM | Permalink | 0 comments
11 maggio 2006
Non sono una donna, sono un cantiere a cielo aperto. Dunque vediamo, sono uscita di casa questa mattina prima delle 9, sono venuta in ufficio dove sono stata opportunamente strapazzata e maltrattata come ogni singolo giorno della mia breve vita, e alle 7.29 minuti di questa sera prenderò un treno puzzolente, vecchio e cigolante che per la modica cifra di 22 euro mi riporterà in terra d'Abruzzo. E il cantiere? In terra d'Abruzzo io ci vado perchè domani mattina devo fare le analisi del sangue che sicuramente mi annunceranno la fine ormai prossima, e domani pomeriggio devo farmi ricostruire un dente che ho sputato giusto in coincidenza del mio trentesimo compleanno, come inesorabile annuncio dell'incombente disfacimento fisico. Infine, per chiudere la partita, sabato pomeriggio mi attende una seduta dal dermatologo al quale sono ansiosa di chiedere perchè sulla mia faccia ormai angheriata dalle rughe di espressione continuino a spuntare brufoli come a una diciassettenne. Situazione che porta con sè un terribile dilemma: meglio le creme per i brufoli o quelle antietà?
A ogni età le sue croci, lasciatemi le rughe e riprendetevi i brufoli, please.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:57:00 PM | Permalink | 0 comments
Ogni volta che vado a pranzo con M. e F. torno con un senso di solitudine addosso che per toglierlo, più che lo psichiatra, ci vorrebbe l'esorcista. I loro discorsi, le loro espressioni, persino i loro luoghi e la loro musica sono raccapriccianti.
All'una mi chiamano: - Vieni a mangiare con noi?
E' maleducato dire sempre di no, e poi qualche volta voglio illudermi di essere una persona socievole. Perciò ho acconsentito. Poichè posseggo 25 euro fino a nuovo accreditamento di stipendio e questa sera ne lascerò 22 alle vecchie Ferrovie dello Stato, autoribattezzatesi Trenitalia (nome dal sapore più aziendale in linea con la privatizzazione dell'Ente che così può applicare appunto prezzi da privato), ho chiesto di andare in un posto in cui panino e caffè non costino quanto un superyacht accessoriato con schiavo di colore.
F. e M. ,alias il Gatto e la Volpe, hanno acconsentito (quale magnanimità d'animo!). Mi hanno portato in un bar tutto arancione, in cui una tigella con prosciutto e formaggio m’è costata la bellezza di 5 euro e 50 con le quali è scomparsa per sempre la speranza di comprare il biglietto del treno e viaggiare seduta, anziché chiusa nel cesso nel tentativo, di solito inutile, di sfuggire al controllore. I baristi erano gonfi di muscoli e la camicia aperta mostrava una depilazione sul petto fresca di estetista. M’è venuta voglia di pungerli con uno spillo per assistere compiaciuta all'esplosione. Avrei potuto ancora sopportare se non fosse stato per la musica, un tuzz-punz-tunz incessante a volume iperbolico. Il panino mi saltava dalle mani al ritmo di tunz – tunz. Cercava di fuggire, troppo disonorevole anche per un prosciutto finire i suoi giorni al suono di tunz-tunz in un bar tutto arancione con baristi palestrati e palesemente analfabeti.
Torniamo al Gatto e la Volpe, tutte intente a parlare di A., nostra collega. Naturalmente la riempivano di complimenti: si andava da un moderato “mi sembra che viva sulla luna” a un più deciso “la prenderei a schiaffi”. Alla domanda “perché?”, che dovrei imparare a fare meno spesso, ho ricevuto un argomentatissimo “perché si!”. La Volpe ha tentato, con rapida mossa neuronale, una spiegazione: - È superficiale.
Io: - Non mi sembrava, ma se lo dite voi…
La Volpe: - Ieri mi ha detto “da giorni ho un dolore dietro la schiena… beh, passerà, a meno che non sia un tumore mortale…
Io: - ….
Per quanto mi sforzi, non capisco il nesso logico fra questa frase e la superficialità.
La Volpe cerca testardamente di strapparmi al buio della ragione e mi svela il quid che non colgo: - Ieri ho parlato con una mia amica che mi ha detto che il trisavolo di un amico di suo cognato è morto di tumore, e la battuta di A. non l’ho trovata divertente. Sono sensibile io, mica come lei…
Io: - Beh, si capisco, dovevi esserci affezionata…
La Volpe: - Non lo conoscevo, ma ci vuole rispetto…
Io: - Si, ma non è che se entri in un reparto di ortopedia non puoi dire ahi se ti schiacci un dito nella porta solo per rispetto a chi s’è rotto il femore…
Il peggio è stato arrivare all'argomento shopping, durante il quale ho dovuto sentire che suscita raccapriccio chi va a comprare gli oggetti per la casa al Mercatone o all'Ikea e chi compra vestiti da H&M, luridi postacci a poco prezzo dove non hai una commessa tutta per te, nè la garanzia di una firma.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:44:00 PM | Permalink | 2 comments
Alla donna delle pulizie della mia responsabile hanno scippato la borsa. Dentro, le chiavi di casa della mia responsabile, insieme con quelle di altre case in cui lavora la donna. Spaventata, ha avvertito tutte le famiglie. Alla mia responsabile stava per venire un infarto: - Oh mio Dio ora dovrò cambiare la serratura della porta blindata, della porta interna, della porta fra la porta blindata e la porta interna....Ma che è un bunker?
Vedrai che il ladro alla seconda porta si scoraggia, le ho detto. Mi sa che se l'è presa.
Poi ha cominciato a telefonare a destra e a manca, mentre la sua voce si sintonizzava su frequenze sempre più stridule.
Stamattina è arrivata trionfante: - Mi hanno chiesto 170 euro!La colf è disperata...
- Perchè?
- Beh, perchè insomma, l'ho chiamata e gliel'ho detto che per colpa sua mi tocca cambiare la porta.
Colpa sua? Ma da quando la colpa dello scippo è dello scippato? Suggerirei di mandarla in galera e buttare la chiave, trovo che se lo meriti.
Naturalmente, visto che sono finiti i tempi di gente che ruba ai ricchi per dare ai poveri, la scippata è extracomunitaria, pure in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Arrivata da chissà dove, da due anni che aspetta di far venire i figli in Italia. E magari non li vede da un anno.
Sulla mia responsabile sorvolo... Basta pensare a tutte le porte che ha messo tra sè e il resto del mondo.

 
co.co.prodotto da Atipica at 11:54:00 AM | Permalink | 0 comments
Un tizio che si chiama Amleto una volta è venuto a trovare mia madre. Era un suo collega. Non si vedevano da anni. Ha suonato il campanello e quando lei ha chiesto chi è, lui ha risposto: - Sono Amleto, sono venuto a salutarti prima di morire...
E' entrato, si è seduto, ha chiacchierato amabilmente, ha preso un caffè.
La settimana dopo è morto.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:47:00 AM | Permalink | 0 comments
10 maggio 2006
Certe volte basta un odore e riaffiorano ricordi lontanissimi, che non sapevi nemmeno più di avere.
Cosa sia stato ieri - un odore, un colore - non saprei, però ad un certo punto m'è venuta in mente Santina la Giocattolaia. Sono nata e cresciuta in un paese piccolo piccolo, dove ad ogni mestiere corrispondeva una faccia, rugosa perlopiù, e la concorrenza non si sapeva neppure cosa fosse. Per dire: i giocattoli si compravano da Santina la Giocattolaia, in nessun altro posto, mortadella e cibarie varie da Mimì che ormai era morto e sepolto e nel negozio c'erano i figli, ma mia nonna continuava a dire: - Va ju' Mimì...
E poi c'era Tommaso, meglio noto come Tumàs, il fioraio. E lu lattar, da cui andavo a comprare le caramelle da dieci lire, ma non riesco proprio a ricordare come si chiamasse e a mia nonna non posso chiederlo più. La schiera di personaggi mitologici non è finita: Miro vendeva l'acqua frizzante, perchè quella "liscia", come si dice da noi, era rigorosamente del rubinetto, e l'uomo delle patate passava ogni mercoledì mattina, giorno di mercato, col camion e mi svegliava all'alba ragliando "patat' p' gnocc'" nel megafono. Mi pare che ci fosse anche l'uomo dei gelati col carretto, che passava d'estate alle cinque puntuali e ti vendeva due palline di gelato a 500 lire. E Glauco, che vendeva ogni cosa, dai profumi alle calze, ai trucchi, ai detersivi. Mi piaceva accompagnare mia nonna da Glauco, perchè sul bancone aveva una lunga fila di anellini di plastica tutti colorati. Li provavo più o meno tutti con grande disperazione della commessa, mentre mia nonna sceglieva il regalo e, se lo sconto di Glauco sull'acquisto era consistente, qualche volta mia nonna me ne comprava anche uno. Aveva anche i fermagli per capelli, ma io avevo i capelli corti, perchè mia mamma non aveva tempo e li trovava più pratici da lavare e asciugare.
Il Paese, chissà perchè, me lo ricordo solo d'estate, quando ero sempre in mezzo alla strada a giocare. All'ora di pranzo mia nonna si affacciava al balcone e mi chiamava, come facevano tutti. La sera i vecchi mettevano la sedia in strada e prendevano il fresco, chiacchierando.
Poi sono passati gli anni, e m'è venuta voglia di andare in città a vivere la vita vera.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:38:00 AM | Permalink | 0 comments
09 maggio 2006
I kapò non sono un'ivenzione dei nazisti. I kapò sono sempre esistiti e sempre esisteranno. E sono dappertutto. Negli uffici occupano di solito il gradino più basso dei piani alti. Non faranno mai carriera, si sono arrampicati un po', ma ad un certo punto è chiaro che da li in avanti non resta che raschiare il fondo del barile.
E così si trasformano in aguzzini.
M. è una giovane donna con il viso da maialino che lavora nel mio uffficio. È sola, e odia tutti quelli che hanno una ragione per voler smettere di lavorare. Tutti quelli la cui vita non finisce dietro queste anguste e impolverate scrivanie. M. odia chi ha convinzioni proprie. Giuste o sbagliate, ciò che la irrita è che siano personali e non del nostro capo. Perciò, se non corrispondono a quelle del Boss sei condannato ad una persecuzione perpetua; se invece coincidono, ma sono state elaborate in completa autonomia, cerca di farti capire che non ti conviene cambiarle e neppure essere troppo attaccato alla libertà di opinione, visto che chi ti paga lo stipendio ha diritto non solo al controllo alle otto ore per cui ti paga, ma anche a quello del foro interno di hobbesiana memoria. Spesso l'ho sentita dire: "Se F.R. fa i capricci, sarà anche stronzo, ma non bisogna dimenticare che ci dà da mangiare". Farle notare che in fondo quei quattro soldi che ci dà mica ce li regala e che tra lui e un benefattore dell'umanità c'è ancora differenza si è rivelato inutile, oltre che controproducente. Questa mia sciocca precisazione ha suscitato un'ira terribile che ancora mi vale occhiatacce e dispettucci. Altra caratteristica del nostro kapò è che vuole essere informata di tutto ciò che ci accade, dentro e fuori dal lavoro. Perciò capita di vederla affacciarsi sulla porta con un sorriso amichevole. Comincia con un complimento sulla maglietta che indossi o sul trucco, poi ti racconta una maldicenza su qualcuno come per dire "ti puoi fidare di me, visto che io ti sono così amica da raccontarti un segreto di qualcun altro" e poi ti fa una domanda. Non rispondere di solito non conviene. Come gli animali, sente che non ti fidi e se ne va meditando vendetta. Se poi si limitasse a meditare... Rispondere non si può, perchè tutto al momento opportuno sarà usato contro di te. Perciò bisogna fingere di fare una confidenza di vitale importanza senza però dirle niente.
Cerca sempre di mettere gli uni contro gli altri, per poi prendere le parti di uno o dell'altro secondo che stia parlando con l'uno o con l'atro. E se scopre che qualcuno si vuole bene, è la fine. Non ha il cervello fino, ma l'intuito le dice che l'affetto è pericoloso, perchè rende le persone più forti. L'affetto va stroncato sul nascere, è funzionale al suo habitat che tutti siano sospettosi nei confronti di tutti... E se con le semplici maldicenze non gliela fa, passa alle balle.
Dovrei provare disprezzo, invece, in fondo in fondo, mi fa solo un po' pena. Mi meraviglia sempre scoprire che c'è chi, per ricevere un osso sotto il tavolo mentre sopra i potenti banchettano, si venderebbe l'anima.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:36:00 PM | Permalink | 0 comments
Stavo rietntrando in ufficio e ho incrociato una mia collega. Parlava con una signora. Grassoccia, over sixty almeno, con i capelli rosso menopausa, che macinava parole alla velocità della luce. La mia collega arretrava di un passo ad ogni frase e la signora la seguiva. Il balletto era comico, sembrava che la braccasse. Mi è venuto in mente Quark, quando mostrano i riti degli animali. Anche quello era un rito: uno dei due interlocutori arretra e così facendo dice quello che a parole sarebbe inaccettabile "lasciami in pace". L'altro lo insegue "no, mi devi ascoltare". Alla fine - filosofia e razocinio mi scusino - non siamo altro che animali e come loro ci esprimiamo.
Mentre aspettavo l'ascensore m'è capitato di cogliere qualche frase.
La Signora: - Te lo dico, perchè non c'è niente di cui vergognarsi e chissà che non puoi aiutarmi...
Collega: - Se...
Signora: - Ho un bisogno disperato di lavorare. Cioè, potrei anche non farlo, ma mi annoio a stare a casa...
Collega arretrando: - Se...
Signora: - Devo pagare le cure, i dottori, sai...E so fare tante cose. So vendere, so vendere perchè mi piace e sono sempre stata brava. So stare in un ufficio, eseguo, imparo in fretta, sono puntuale...
Collega arretrando ancora: - Se...
Signora: - E me lo dicono tutti sa...Lei è brava signora, proprio brava...Ma nessuno me lo dà, il lavoro.
Collega arretrando e sospirando: - Se...
Signora: - È l'età, è l'età... Una volta uno me l'ha detto. Signora alla sua età vuol mettersi lavorare? I giovani, quelli vogliono, che imparano in fretta e sono belli. Belli, svegli...giovani...Ma non sono mica gli unici che hanno bisogno di campare, i giovani!
Ho immaginato che quella signora fosse mia mamma. Ho immaginato come dev'essere sentirsi dire brava, brava, ma alla sua età vuol mettersi a lavorare? Come dev'essere tornare a casa e guardarsi nello specchio...
Per fortuna è arrivato l'ascensore.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:12:00 PM | Permalink | 0 comments
Continua a piovere. Certi giorni pensi che non smetterà mai. Ieri ero sdraiata sul mio lettino, nella mia mansarda asfissiante e un po' umida. La pioggia batteva sul lucernario. Quando piove, in camera mia sembra scoppi la terza guerra mondiale. Anche la pioggia può essere un rumore insopportabile, dipende, come sempre, dai punti di vista.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:52:00 AM | Permalink | 0 comments
08 maggio 2006
Piove, e la pioggia mi deprime. È faticosa la pioggia, con quel cielo pesante che si porta dietro. A Bologna il cielo è quasi sempre pesante. D'inverno è pesante di latte, come se ti dovesse cadere addosso da un momento all'altro. Non ha pietà di te, della tua scarsa produzione di serotonina, non gli frega niente, trova qualcos'altro per cui continuare a pensare che vale la pena essere al mondo. Ma non guardare mai il cielo di Bologna d'inverno.
D'estate perchè ti opprime con la sua mancanza d'aria, la sua densità, il suo colore sempre troppo sbiadito. L'afa soffoca in estate. Non soffocava prima però, quando ero all'Università e Bologna d'estate voleva dire solo libertà e birrette sotto i portici affollati. Non sembrava vero fosse arrivata di nuovo un'altra estate e di nuovo quella bella magliettina, la tua preferita, quella che non butteresti mai. Adesso anche l'estate è un problema. Perchè c'è l'afa e la notte non si dorme, e quindi il giorno dopo si fa fatica a lavorare. La magliettina l'hai buttata perchè alla fine aveva i buchi e non si capiva più di che colore fosse. E c'è sempre quello stronzo di collega che gli piace stare in una ghiacciaia, tiene l'aria condizionata a mille e in ufficio c'è il polo nord. E figurati se il collega ascolta le tue proteste, che fresco va bene, ma gennaio lasciamolo dov'è per carità che quando poi arriva non si sa dove girarsi per non guardare. Niente, lui ti guarda sorridendo (tanto lui e il responsabile e tu il sottoposto, sottopagato, sovrasfruttato, inetto fotocopiaro con la laurea) e ti comunica (siamo in un ufficio stampa, che c'è di più bello della Comunicazione?) che a lui piace il freschino sulla pelle, il brividino lungo la schiena e dell'afa e del caldo e del sole non sa che farsene, preferirebbe fosse sempre autunno. Non inverno, a lui, allo stronzo dell'aria condizionata, basta l'autunno. E poi, dando prova di raro acume psicologico, aggiunge che dev'essere perchè vieni dal Sud che non ti piace il fresco e preferisci il caldo torrido. Ma con il caldo si lavora male, meglio il fresco che sveglia le meningi e stuzzica i pensieri.
Già, dev'essere il Sud. Quello che mi ricordo io, di persiane accostate per non far entrare il sole e nonne che riposano nel pomeriggio. E bicilette abbandonate contro i muri, padrone della strada deserta, mentre cantano le cicale, tanto forte da stordire. Prima delle quattro non si esce a giocare, troppo caldo. Aspetti dietro la porta, pronto a scattare fuori. Appena arriva l'ora corri, salti sulla bici e via. Alle cinque è l'ora del gelato. L'estate al Sud. L'estate all'Università.
Oggi piove troppo. Davvero.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:56:00 PM | Permalink | 0 comments

Trovo stupendo questo cricetino. Esprime bene come affronto la vita. Un'indigestione, seguita da una sbronza, seguita da una domenica di mal di testa come tutte le sbronze. E poi si ricomincia.
Il problema è che sono più o meno 30 anni che vado avanti così...e soprattutto, che non lo percepisco affatto come un problema.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:49:00 PM | Permalink | 0 comments
Scrivo solo quando sono triste. Quindi questo blog non farà ridere. E forse non ci scriverò neanche spesso. E domani lo abbandonerò. Ma il bello delle cose è iniziarle. Portarle avanti richiede troppa fatica, o troppa convinzione, o troppa costanza. Tre qualità che non ho. E non sono più neppure convinta che siano così indispensabili.
La mia collega ha un bambino di sette anni, che gioca in casa, con gli altri bambini solo quando i genitori si mettono d'accordo per portarli e passarli a prendere e rigorosamente in casa sotto vigile sorveglianza adulta. D'inverno perchè fuori fa freddo e passano le macchine. D'estate perchè passano le macchine e c'è il baubau. Che nel 2006 suppongo sia extracomunitario, arabo e terrorista, magari anche drogato, se capita di voler rincarare la dose. E così questo bambino non si fa mai male, non corre, non si sbuccia le ginocchia, non litiga con gli amichetti. Non impara a crescere. Non che alla mia generazione di lavoratori precari, fidanzati a progetto, figli eterni di famiglie angosciate da tutto sia andata meglio. Non siamo cresciuti affatto noi, era troppo difficile e non valeva la pena. Ma di sicuro ci siamo sbucciati le ginocchia giocando a nascondino. Forse siamo una delle ultime generazioni che s'è sbucciata le ginocchia sull'asfalto. Magari perchè sono nata in campagna. E non per tirare fuori il solito monotono inno al piccolo mondo antico, ma secondo me faceva bene all'aggressività. Che si sfogava, si manifestava come robusta vivacità infantile, anzichè come sadismo post-moderno dal sapore vagamente berlusconiano. Bambini che non si pigliano mai per i capelli, non si sbucciano le ginocchia, non rischiano la vita con una gara in bicicletta, ma magari a 8 anni ti gridano spaventati "attento a non cadere" mentre attraversi la strada di corsa e ti riprendono seri perchè ti accasci sul seggiolino del treno senza prima stenderci un fazzoletto. Giuro, l'ho visto coi miei occhi: aveva otto anni, una barbie Fior-di-Qualcosa in mano e un bel paio di jeans diesel con marca in evidenza. La mamma, evidentemente esausta, è sprofondata nel posto di fronte al mio. La bambina ha quasi avuto un infarto: "Mamma ma che fai? ti siedi senza mettere il fazzoletto? Lo sai che i treni sono sporchi e si prendono le malattie!". Ve l'immaginate a quarant'anni? Chi mai potrebbe votare una che è stata una bambina così?
 
co.co.prodotto da Atipica at 1:06:00 PM | Permalink | 0 comments
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