11 agosto 2006
Ho un amico inglese, che vive a Birmingham, ed è pakistano. E’ inglese, è figlio di pakistani emigrati tanto tempo fa da un paese che “possiede armi nucleari con l'assenso di Washington” (Vittorio Zucconi, La Repubblica 11 luglio 2006) e dove forse si vive peggio che in Inghilterra. C’è da giurare che i genitori di N., il mio amico, non se la siano passata bene i primi tempi sotto i cieli di Sua Maestà britannica. Perché anche se trovi il lavoro e metti su una bella casetta, sradicarsi non è facile. Noi italiani dovremmo saperlo, visto che fino a cinquant’anni fa ce ne andavamo a cercare fortuna oltre oceano, anche se oggi siamo un popolo razzista e poco ospitale. E non sempre eravamo accolti a braccia aperte. Penso a quelle sere che piove e casa tua è lontana, quelle volte che cogli qualche frasetta contro la tua gente buttata lì da un inglese in vena di polemiche. Quelle feste che a casa tua hanno il rito di tutte le feste e qua quasi preferisci far finta di niente, che festeggiare Natale quando per tutti è una giornata come tante deve far sentire molto soli. E poi tuo figlio: deve essere strano vederlo crescere inglese, perché per lui casa è l’Inghilterra non quel paese lontano di cui gli racconti.
Poi l’11 settembre, l’11 marzo, l’11 luglio. E ieri il 10 agosto. Mentre l’America si affanna a cercare in Iraq un nemico che spesso ha passaporti occidentali, Scotland Yard comunica che gli organizzatori dell’attentato sventato sono cittadini britannici di origini pakistane. Ora io la capisco la paura, a nessuno piace essere ridotto in poltiglia mentre svolazza verso le meritate vacanze, però penso al mio amico. A N., cittadino inglese di origini pakistane che viene da Birmigham e vive nel Londonistan, la periferia londinese che ospita i pakistani. Gli inglesi sono persone ospitali e civili, poco sensibili all’irrazionalità e al razzismo. Però come tutti, saranno sensibili alla paura. E io oggi mi chiedo: cosa prova N.? Cosa i suoi genitori? Oggi, si può essere insieme inglesi e pakistani? Hanno paura? Si sentono lacerati? Si vergognano? Io sono italiana al 4000 per mille. Sono nata dalla parte di quelli che possono avere solo paura e dire a voce alta che il terrorismo è orribile perché uccide i civili, ma le bombe americane non sono meglio, fanno vittime civili, non risolvono nulla e accrescono l'odio. Se fossi un britannico di origini pakistane a Londra, oggi, forse non sarebbe così facile. Avrei paura, sono inglese, potevo essere su uno degli aerei da far esplodere. Ma sarei anche pakistana, chi mi avrebbe fatto esplodere è mio compatriota. Dovrei sopportare i rigurgiti di razzismo che provoca la paura, il sospetto, le frasi a mezza bocca. Dovrei ascoltare discorsi che mi farebbero male. E mi sentirei sola, molto sola.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:52:00 PM | Permalink | 1 comments
Oggi questo blog chiude per ferie. A Bologna siamo rimasti in due: il bicilettaio sotto casa ed io. C'è un clima irreale da città fantasma del vecchio west, la mattina serve davvero la sveglia perchè da fuori arriva solo un silenzio assordante. In ufficio, tra una telefonata e l'altra, passano tre ore. Guidare è uno sport quasi piacevole: c'è gente che si diverte a scorrazzare per la città per il puro gusto di provare l'ebrezza dell'assenza di file. Arrivare in pieno centro e trovare parcheggio al primo tentativo scatena negli automobilisti un tripudio di serotonina che si traduce in un sorriso da paresi appiccicato in faccia tutto il giorno. Se gli morisse il gatto sorriderebbero lo stesso, perchè sono due settimane che parcheggiano sotto l'ufficio senza essere colti da furia omicida. In più piove da due giorni, perciò la notte si dorme e, non senza una punta di goduria, ci si rannicchia sotto il lenzuolino invece di spiaccicarsi sul letto a cosce larghe grondando sudore.
Bene, oggi abbandonerò questa specie di surreale paradiso terrestre per andare al mare dove ci saranno code al casello, code davanti ai supermercati, code ai semafori, code pure nel giardino di casa. Una volta giunta mi spiaccicherò su un lettino in spiaggia nel cm cubo rimasto disponibile a sudare come un gregge di pecore e origliare i gossip da spiaggia della vicina di ombrellone. Le grida dei pargoli mi assorderanno tutto il giorno, mentre infuria il tormentone dell'estate che mi trapana le meningi. Ovviamente, continuerà a piovere fino al giorno prima di tornare in ufficio quando il pianeta sarà surriscaldato da un'improvvisa ondata di caldo africano.
Non è pessimismo, è la legge di Murphy.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:56:00 AM | Permalink | 0 comments
10 agosto 2006
Mettiamo il caso che F. abbia avuto problemi di alcol, sì insomma che sia un’ex-alcolista. Gran lavoratrice, persona schietta, che puoi guardare dritta negli occhi senza sentirti a disagio. Insomma una che si tiene impegnata, raccoglie i cocci e guarda avanti. F. ha fatto bei lavori, è stata scenografa, ha lavorato nella moda ma sarebbe troppo lungo spiegare con quale compito, ha guadagnato stipendi che mettono di buon umore. Ma poi è arrivato l’alcol, lasciamo perdere come e perché, e tutto è andato a farsi fottere. Ma proprio tutto. Otto mesi per dire basta all’amore tormentato con la bottiglia e poi si ricomincia daccapo. Dall’inserimento dei dati, le fotocopie, il faccio quel che c’è da fare. Da quattro spiccioli che non bastano nemmeno per dar da mangiare ai gatti. A gennaio FR decide di darsi all’abbigliamento e le offre un lavoro, non si sa bene se conosca i problemi di F., ma qua dentro è difficile farsi illusioni sulla buona fede di qualcuno. Per mesi F. lavora gratis e lo fa bene. Poi lavora per una miseria e lo fa bene. Dopo sei mesi chiede in cambio uno straccio di contratto, uno qualsiasi. A fine luglio, le viene detto, che il contratto sarà rinnovato a settembre per non pagarle le ferie. Si risparmia su quel che si può e si sa, seicento euro hanno il loro peso, anche per chi ne spende duemila in pranzi e cene (quasi un terzo, magari poi tocca rinunciare al dessert). Però per farla star tranquilla, il contratto si firma a luglio, anche se parte da settembre. Che bello, è il minimo, ma almeno è una briciola di umanità. Però F. il 31 luglio in ufficio non trova nessuno, eccetto me, e tutti i telefoni sono spenti. Eh già, l'umanità.
A. ha la depressione ciclotimica e farmaci farmaci farmaci e ancora altri farmaci fanno da sfondo ai suoi racconti d’adolescenza. Farmaci con canne, farmaci con alcol, farmaci dovunque che almeno tirano un po’ su il morale. E anche A., a dispetto della sua intelligenza, riparte a 40 anni dalle fotocopie. E anche ad A., oggi, 10 agosto 2006, viene detto su due piedi non ci servi più, senza troppi complimenti. Difficile anche con l’impegno credere che li si tratti in questo modo solo perché stavolta è uscito il loro numero, e non perché li si considera troppo fragili per piantar grane. Difficile guardare in faccia uno che lascia a casa la gente nel mese di agosto, così, da un giorno all’altro. Difficile persino lavorare per lui, perché ti viene voglia di vederlo affondare: chissà che non impari una buona volta che lo stipendio non è un capriccio da star viziata, ma serve per mangiare. Sarebbe una consolazione - magra se vogliamo, ma sempre consolazione – pensare che le cose si possono cambiare. Ma ci vorrebbe un atto di fede. Uomini così esistono ed esisteranno sempre, e non cambiano. E forse nemmeno si verognano.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:13:00 PM | Permalink | 0 comments
Non ho mai imparato dai miei errori. Se metto le mani in qualcosa che non conosco (tipo l'html...) e faccio qualche modifichina a naso (tipo il colore del blog, e i titoli delle sezioni, e i link...) e il succitato blog non si autodistrugge, non mi limito a tirare un sospiro di sollievo e stare buona. No. Ci riprovo, in un'escalation di difficoltà pari solo alla mia presunzione. E mentre smanetto già mi sento eletta nell'olimpo dei geni della programmazione (tipo War Games...), mi autocompiaccio, mi elogio (ah, che gran cervello!), mi sbrodo e faccio la ruota come i pavoni. Finchè...non cancello dalla sidebar l'elenco dei post recenti. Ora, non sarebbe successo nulla se io non avessi appena partorito (leggi: scopiazzato dalle blogstar) l'idea di racchiudere i post in sezioni tematiche. Ad esempio: Parole d'Autore avrebbe dovuto essere la sezione dedicata ai testi che mi piacciono, poesi, testi di canzoni, brani in prosa, frasi celebri o lette sui muri, cazzate così insomma. Ma cancellando i post recenti non ho più i link alle singole pagine e quindi niente Parole d'Autore.
E siccome prevedo che non starò buona fino a che non avrò le mia fottute Parole d'Autore, prego chiunque passi da queste parti e conosca l'html decisamente più di me di ripristinare la mia colonna dei post recenti. Costui sarà ricompensato come più desidera, ma tendo a precisare che sono bassa, grassa, brutta e piena di brufoli, quindi consiglio di scartare la modalità natura.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:54:00 PM | Permalink | 1 comments
Un affezionato gruppo di lettori (la mamma, la zia mitomane, la nonna di 90 anni…a ciascuno il suo pubblico) mi hanno messo al corrente del fatto che il verde del mio blog fa schifo. Perciò sacrifico il genio all’audience (mi vendo, parapà…) e lo rifaccio celestino.
Sto ancora smaltendo la sbronza di ieri. Uscita per salutare gli amici che se ne partono per le vacanze - chissà perché quando ci si saluta si deve sempre brindare? Brindisi dopo brindisi, alle due e mezzo ho strisciato verso casa, risalendo le scale a passo del leopardo, e sono stramazzata in branda priva di coscienza. Stamattina un cerchio alla testa mi fa compagnia, e ogni volta che cerco di schiacciarlo scuote la testa (la sua, del cerchio) mormorando “Niet, niet”. Sparo cazzate, ma è il 10 agosto, sono in ufficio, ho diritto a un po’ di compassione.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:03:00 AM | Permalink | 0 comments
09 agosto 2006
Una discussione fra I. e M. equivale ad assistere a un incontro di lotta libera nel fango fra cagnette a cui hanno appena sottratto l'osso. Il round comincia con un improvviso scambio di battute. M. lancia un affondo fingendo disinvoltura, mentre fuma con l'espressione unticcia di una maitresse in trattativa per la sua ragazza migliore. Lascia cadere due parole, casuali ma dritte allo scopo. Di solito la strategia più efficace, e anche la più praticata dagli altri componenti del colorito gruppo di matti che rientra nella definizione di "mio ufficio", è quella di contare fino a dieci e ignorare la provocazione onde evitare il conflitto dichiarato. Ciò perché nella lite aperta M. è sempre la più forte: ciò che il senso comune e condiviso considera un evento spiacevole – la lite fra colleghi – la diverte. Per di più ha certezze incrollabili che niente e nessuno riesce incrinare. Non importa che spesso la realtà sia un altro paio di maniche, le sue convinzioni resistono alla prova dell'evidenza.I. però non conosce diplomazia ed è un'inguaribile trinciapalle. In una vita precedente, era il celebre tarlo protagonista del detto napoletano dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertuso (Disse il tarlo alla noce, dammi tempo che ti buco). In una mezz’oretta buona quella spingerebbe il Mahatma Gandhi a un raptus omicida. Perciò risponde alla frecciata di M. dando il via a un serrato match in cui i toni crescono proporzionalmente all’isteria dei contendenti, diventando sempre più striduli finché le voci si accavallano, le mani prendono a muoversi nervosamente, gli occhi vorticano nello spazio circostante alla ricerca un oggetto contundente da spalmare sulla faccia dell’altro. Gli astanti assistono allo spettacolo a bocca aperta, paralizzati dal terrore, finché decidono di dileguarsi per evitare di trasformarsi in testimoni di un omicidio perpetrato a colpi di portapenne. Bene, caso ha voluto che questa mattina, ben prima di rientrare nel pieno possesso delle mie facoltà mentali saldamente aggrappate all’idea di essere in vacanza, io sia stata l’unico testimone della disfida. Quando hanno cominciato a volare floppy come se piovesse ho deciso che il peacekeeping è un mestiere troppo difficile per me, optando di conseguenza per la soluzione che di solito assicura lunga vita lunga e serenità: farmi gli affari miei. Circa mezz’ora fa l’ufficio ha ritrovato l’innaturale calma agostana, ma temo che per andare a pranzo dovrò guadare fiumi di sangue e occultare i pezzi di cadavere.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:33:00 AM | Permalink | 0 comments
08 agosto 2006
Al lavoro non c'è una ceppa da fare, come si capisce dal fatto che aggiorno un blog che nessuno legge almeno 25 volte al dì. E, complice qualche timido successo con l'html, ora sono preda alla furia smanettona e gli rifaccio il look ogni cinque minuti. Quando non ne potete più, mandatemi affanculo.
Oggi ho saputo che a Hide Park gli uccellini cinguettano le suonerie dei cellulari. Quelle più note, e, quindi, più irritanti. Propongo di osservare un minuto di silenzio in segno di lutto per questa ferale notizia. E di denunciare il guru del marketing che ha passato ore, giorni, mesi, anni a insegnare a questi infidi pennuti a canticchiare i jingle delle compagnie telefoniche. Per farci il lavaggio del cervello proprio quando siamo più vulnerabili, nei rari momenti in cui ci dedichiamo a sporadici quanto paleolitici piaceri bucolici quali ascoltare il canto degli uccelli, il frinire delle cicale, lo stormir di fronde. Immagino un mondo in cui i passeri cinguettano il firu-firu-firu-firu-fi della Nokia, mentre le cicale ci canticchiano la canzone del detersivo Y e le fronde ci sussurrano lo stacchetto della macchina Z. Ok, mi arrendo, il marketing ha vinto.
Che poi, di per sè, il fatto che mi occupi del cinguettio degli uccellini è un segno di guarigione: due settimane di lontananza dalla logorrea della mia capa sono più che sufficienti per riscoprire i piaceri della vita. Tipo il tip-tap della tastiera quando scrivo cazzate che nessuno legge, nemmeno io. O le voci dei bambini che giocano nel giardino di questo sgorbio di cemento che ospita il mio ufficio, voci generlmente sopraffatte dal di lei scilinguagnolo.
Basta taccio anch'io, è evidente che sto sparando cazzate perchè non ho nulla da dire.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:49:00 PM | Permalink | 2 comments
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhisaranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:26:00 PM | Permalink | 0 comments
Siamo in agosto, cazzo. E agosto, come vuole la tradizione popolare, dovrebbe essere un mese di riposo, di pigro sonnecchiare, di giornate passate a scacciare zanzare, di teste vuote, di gossip da ombrellone. E allora qualcuno mi spiega perché io sono ancora tappata in quest’ufficio asettico a guardare l’estate che sfiorisce, senza aver fatto uno,e dico uno, straccio di giorno di ferie? Va bene, lo so l’Italia è cambiata, adesso non è più un paese di vitelloni e vacanzieri, è una serissima nazione europea che prima pensa al PIL e poi al riposo. Ed è pur vero che io sono meridionale, dunque caratterizzata, secondo certo accreditato stereotipo, da naturale tendenza al fancazzismo. Però ragazzi, si perde tempo definire contro natura le tendenze omosessuali, e non si spreca neanche una parola sull’innaturalità di essere chiusi in un ufficio mentre fuori la bella stagione regala giornate splendide e le cicale cantano senza sosta. Sempre a proposito di cicale, qualcuno se la ricorda la storia della cicala e della formica? La morale avrebbe dovuto segnare un uno a zero per la formica, saggia, oculata, lungimirante, gran lavoratrice. A me stava di un antipatico quella formica saccente e secchiona, che da allora mi diverto a sterminare formiche ed abbattere formichieri per principio. Passava la bella stagione a fare le provviste e l’inverno rintanata a consumarle. E il divertimento, il sole, il mare, la salute mentale dove la mettiamo? Ma chi l’ha scritta Calvino (non Italo, il compare di Lutero) quella favola? Co ‘sta povera sfigata che suda e fatica e poi ammuffisce d’inverno, languendo nella depressione più assoluta, finchè non arriva una stronza come me che gli distrugge formichiere e provviste. Faceva bene la cicala a godersi la vita, che tanto non è che cambia, prima o poi si crepa tutti, Stachanov e Oblomov. E allora tanto vale…
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:44:00 AM | Permalink | 0 comments
07 agosto 2006
P. ha paura del ridicolo. Ha così tanta paura del ridicolo che a volte nasconde la parte più vera e umana di sé. P. scrive un blog e io non lo sapevo, anzi peggio. L’avevo dimenticato. Il fatto è che P. tutto quello che fa lo fa bene. Con una buona dose di vera modestia e molto pessimismo, lui va avanti a piccoli passi, come una formichina. Ma alla fine, arriva primo. E se lo merita, davvero. Tutti gli fanno i complimenti, vince borse di studio su borse di studio. E sembra uno tutto d’un pezzo, uno che sa sempre quello che vuole, magari uno che non si monta la testa, ok, ma che nemmeno si perde nel vasto mare delle seghe mentali. Poi un giorno fai un giretto nella rete e capiti lì. E lo riconosci, lo sai che è lui, te lo ricordi quel nome, lo Zaino e tutto il resto. Aveva cominciato due anni fa, e ti ricordi anche quando e, forse, perché. In quelle righe, per carità, non c’è Pavese, ma c’è tanta ingenuità. C’è uno sguardo puro su un mondo che non sempre se lo merita, e la voglia di provarci anche lui, di imitare le blogstar, che sanno sempre cosa dire e fanno ridere. In fondo leggi i fatti loro, ma le loro giornate vale la pena leggerle, le tue si perdono nell’immenso mare della quotidianità. Però mentre sei lì, dentro lo Zaino delle cose che porta con sé ti sembra di capire che un po’ si vergogna, P., di avere questa voglia, di questo diarietto online. E di mettere il dito nelle ferite come a volte sa fare la scrittura, di leggersi la noia di certe giornate, il vuoto di certe altre. E la gioia. Che quando la provi è fantastica e quando la scrivi ti sfugge di mano. Si racconta meglio il dolore, chiunque abbia scritto anche solo la lista della spesa lo sa. Le lacrime si traducono bene in parole scritte, la gioia ti fa sembrare sempre stupido. Qualche volta mi dimentico di guardare in questo Zaino, qualche volte lo prendo pure a calci, e forse non faccio bene a dirgli che l'ho scovato. Però se non glielo dico, non saprà mai che quello che preferisco di lui è l’imperfezione, la paura del ridicolo, il pudore di esporre la fragilità, i sentimenti, le paure. Preferisco il P. reale quando non eguaglia il P. ideale che mostra al mondo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:37:00 PM | Permalink | 0 comments
04 agosto 2006
Anna si occupa dell’amministrazione e il suo orario termina alle 17.30. A quell'ora lei finisce di espiare il suo supplemento di Golgota quotidiano ed è libera di godersi quel che resta di un giorno afoso e stanco di inizio agosto.
FR è in montagna. Si gode il meritato (?) riposo facendosi solleticare i peli dalla frizzante brezza di montagna. Siccome è ricco, si presume che lo solletichi una brezza a cinque stelle mentre, mollemente adagiato su una sdraio in pelle umana, sorseggia un whisky d’annata. Alle 17.35 qui, nel girone degli sfruttati, squilla il telefono. E’ lui, e dalla sdraio in pelle umana ordina di passargli Anna. Non c’è, risponde Alex con voce tremante. Silenzio iroso. Se vuoi posso passarti qualcun altro, suggerisce Alex, con la voce flebile e gli occhi fuori dalle orbite per la paura. Ma FR ha già chiuso la comunicazione. Attesa. Sappiamo, noi quaggiù nell’afa cittadina, che la partita non si chiude così. La constatazione che i suoi dipendenti non vivono per lui getta FR in uno stato di irritazione nevrotica che deve trovare uno sfogo. Forse da piccolo chiedeva al padre di non essere lasciato solo, e invece costui se ne andava puntualmente incurante delle sue lagne. Perciò ora, quando qualcuno lo lascia simbolicamente solo, lui esercita sugli altri la vendetta che vorrebbe appioppare a suo padre. Bah, misteri della psicosi.
L’angoscia si taglia con l’accetta. Squilla il telefono. Alex trema. Si, si, certo, certo, subito, ripete con tono ossessivo. Poi mi passa la chiamata. Devi modificare una fattura con le correzioni che ti manderò via fax. Ma non so cosa sia una fattura, faccio l’ufficio stampa, io. Non so neanche da che lato si guarda una fattura. Ma mai contraddirlo quando è in preda a furia nevrotica. Dopo poco, il trillo del fax annuncia l’arrivo delle istruzioni. Un fogliaccio tutto corretto a mano, con freccie, ghirigori, sgorbi e cancellature mi viene consegnato dalle tremule mani di Alex. Faccio appello a tutte le mie risorse e correggo. Corrego e rileggo. Rileggo ancora. Faccio rileggere ad Alex che ha gli occhi iniettati di ansia perché nel frattempo FR, con la voce prossima all’isteria, ha telefonato a intervalli regolari di 1 nanosecondo. Termino le correzioni. Invio il fax. Incrocio le dita. Squilla il telefono. Un sibilo irritato domanda, hai letto ciò che hai scritto?. Si, certo. Io invece penso di no, rileggi e rimanda. Rileggo, scovo un errore di battitura causato dal correttore automatico (infame strumento, se prendo chi l’ha inventato lo appendo per le palle al lampadario). Correggo. Rileggo ancora. Invio. Squilla il telefono. Sibilo: mancano due righe. Impossibile, nel mio foglio ci sono due righe. Tutto inutile la comunicazione è già interrotta. Guardo il foglio, le due righe ci sono. Rileggo. Invio. Prego. Squilla il telefono. Sibilo: non capisci un cazzo. Ma… Troppo tardi, comunicazione interrotta. Guardo l’orologio: le 6.30. Dovrei andare a casa, ma figuriamoci. Rileggo. Rimando. Prego. Squilla il telefono. Stavolta è R., concubina di FR: scusa, qui in albergo è finito il toner del fax. Adesso l’hanno cambiato e c’è arrivato tutto. Ora FR legge e ti facciamo sapere cosa fare. Fiuuuuuuuuu.
Tic-tac:le sette meno un quarto. Silenzio.
Tic-tac: le sette. Silenzio.
Tic-tac: le sette e un quarto. Silenzio.
Tic-tac: le sette e trenta. Silenzio.
Fumo nervosamente. Silenzio.
Tic-tac: le otto meno un quarto. Silenzio.
Spengo la cicca, alzo la cornetta. Scusa FR sto aspettando di sapere se posso andare. Silenzio. Sibilo: si. Allora tutto a posto? Si. Fiuuuuuuu.
Spengo il PC. Squilla il telefono. Manda le fatture alla commercialista. Lungi da me l’idea di contraddirlo. Riaccendo. Invio. Spengo. Fuggo. Stavolta è toccato a me. Buonanotte ai suonatori.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:00:00 PM | Permalink | 0 comments
Saggezza popolare docet: una testa savia ha la bocca chiusa. In tempi di comunicazione globale, in cui le parole dette crescono in modo inversamente proporzionale alle cose che vale la pena di dire, sarebbe opportuno dedicare almeno dieci minuti il giorno al silenzio. Lasciare a riposo i famosi 99 muscoli che servono per muovere la bocca, concedere una pausa alle orecchie, offese per troppe ore da rumori di ogni genere, e ascoltare il suono della propria testa. La mia responsabile, invece, è ossessionata dal Verbo. Ha due cellulari che, in mano a lei, sono più pericolosi di un mitra. Spesso squillano contemporaneamente e risponde ad uno mentre sta parlando con l’altro. La sua voce risuona ininterrottamente nelle nostre orecchie: qualunque singhiozzo partorito dai suoi neuroni, embrione di pensiero o aborto di idea deve essere immediatamente comunicato ad una lista di individui in rigido ordine gerarchico. E basta poco per rendersi conto che per lei chiudere una telefonata e, di conseguenza, la bocca, ha qualcosa traumatico. Lei è quello che dice, se tace, smette di essere. Dopo undici mesi trascorsi nella scrivania accanto alla sua, l’unico posto dove vorrei andare è l’Hymalaya, l’unico suono che vorrei ascoltare è quello prodotto da un silenzio infinito in un mondo privo di trilli. La nostra giornata è rallegrata da una serie interminabile di trilli: trilla il cellulare, trilla il microonde, trilla la sveglia, trilla il fax, trilla il campanello. E in questo tripudio di trilli, in questo rigurgito di parole inutili, a volte si dimentica di parlare con se stessi, di stare soli con i propri pensieri, di ascoltare il suono della propria testa. Ecco, in questo momento il mio più grande desiderio è poter ascoltare il suono della mia testa, ammesso che sia ancora capace di produrne uno che non somigli a un trillo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:41:00 AM | Permalink | 0 comments
Online Dating

Mingle2 - Online Dating