30 luglio 2008
Il contratto di un mese, dopo un mese, è scaduto. E non è stato rinnovato. Benvenuta disoccupazione.
Dopo una settimana di disoccupazione (ferie? volete chiamarle ferie? e chiamiamole ferie, perchè quando uno sta senza far niente a luglio è di sicuro in ferie. Se capita a dicembre è disoccupato: come al solito, è la sottile linea rossa del caso a far sia il monaco che l'abito), squilla il telefono. Sono quelli del contratto di un mese.
"Benedetta cara, ti disturbo?" gracchia la voce della responsabile del personale.
(Ve l'immaginate la scena? "Sì, mi disturbi brutta racchia, non sai che mi sto godendo la disoccupazione?)
"No, ci mancherebbe"
"Ti chiederei se sei disponibile per un lavoro"
Sorrido da un orecchio all'altro, ma un sorriso enorme, a tre file di denti come gli squali.
"Certo, dimmi pure"
"Ah guarda si tratta dei libri dio cucina mondadori, ma c'è un solo problema"
"..."
"Io posso darti il lavoro solo a giornate"
"In che senso scusi?"
"Che ti dirò di giorno in giorno se il giorno dopo lavori"
Lavoro a giornate, come gli operai alla fine degli anni Trenta. Un pugno in piena faccia e le mie tre file di denti si trasformano nella maschera dell'urlo di Munk.

Ah, ovviamente, siccome son precaria di lungo corso e attualmente disoccupata, molto dignitosamente ho accettato, ho lavorato due giorni e da un'ora fa son di nuovo disoccupata. In ferie,avevamo detto in ferie. Sì, sono di nuovo in ferie.
 
co.co.prodotto da Atipica at 6:22:00 PM | Permalink | 16 comments
08 luglio 2008
Domani mi rilasciano. Forse. Perchè non è che uno tenta il suicidio e poi lo rimettono a piede libero come se niente fosse. Pare che la pratica clinica insegni che i suicidi hanno il brutto vizio di riprovarci. E siccome in ogni cosa si fa tesoro dell'esperienza, di solito ci riprovano alzando il tiro, cioè riducendo drasticamente le possibilità di essere salvati. E anche se in questo blog nessuno è medico, ci arriviamo tutti a capire che, quanto a drastricità, aprire la finestra e lanciarsi dall'ottavo piano è tutta un'altra cosa rispetto a ingoiare una boccetta di veleno e telefonare dopo un quarto d'ora chiedendo aiuto.
Quindi appena riapri gli occhi, la prima cosa che si preoccupano di appurare è come vivi la faccenda di essere stato salvato: nel senso che la proposizione "é andato tutto bene" acquista senso rispetto a una certa volontà. E in questo caso quando qualcosa è andato bene per i dottori che vogliono salvarti, significa che è andato male per te che volevi trapassare, non so se mi spiego. E ci sono certi che quando capiscono di essere ancora in questa valle di lacrime, s'incazzano come delle pantere. Io ho cominciato a baciarmi i gomiti nel momento in cui ho capito che mio padre era mio padre e non il suo fantasma, quindi almeno sul significato di "é andato tutto bene" ci siamo trovati subito d'accordo. Il secondo passo è convincerli che dici sul serio e che non stai solo facendo il buono per essere rimesso a piede libero il più presto possibile e impiccarti col lenzuolo al lampadario alla prima occasione. E quelli hanno un sacco di modi per capire se dici la verità o no. Io per esempio ho cercato di convincerli che "non voglio svegliarmi domani" non coincideva esattamente con la volontà di morire per sempre. Volevo morire per un po', a tempo determinato pure quello. In pratica prendermi una vacanza dalla vita e poi tornarci quando mi fossi riposata un po'. Ho insistito con questa tesi con lo psichiatra mentre quello mi frugava il cervello con lo sguardo tagliente, convinta che questa voglia di morire solo un po' fosse prova della mia indiscutibile salute mentale. Per fortuna quello ha avuto pietà di me e non mi ha fatto legare al letto. Io, se avessi avuto davanti una che cerca di infinocchiarmi con la morte a tempo determinato, probabilmente non sarei stata altrettanto umana e l'avrei accontentata buttandola dal quinto piano.
E poi dopo l'ospedale viene la clinica psichiatrica, che è un mondo a parte. Appena rilasciata sono stata in un posto con le finestre chiuse a chiave, senza specchi in bagno, in cui non ti lasciavano tenere neppure il caricabatterie del telefono per paura che cercassi di usarlo per strozzarti. Però è stato lì che ho scoperto che dentro le cliniche psichiatriche si parla liberamente e senza vergogna di cose che fuori non racconti a nessuno. Così partecipi a discorsi deliranti del tipo:
"Tu perchè sei qua?"
"Ho cercato di ammazzarmi"
"Ah si, e come?"
"Coll'antidepressivo. E tu perchè sei qua?"
"Beh, io ho ingurgitato tutta la scatola di Xanax, ma mica volevo davvero morire. Ero solo agitata ed era arrivato il momento di prendere il tranquillante"
Che a pensarci bene non è affatto un discorso delirante, ma solo perchè il luogo fa la differenzai: qua dentro è uno dei discorsi più comuni e normali cui si possa prendere parte, ma ve l'immaginate due soggetti passeggiare per piazza maggiore e scambiarsi amabilmente racconti di questo tipo?
Un'altra cosa che colpisce è che qua dentro i rumori del mondo ti arrivano attutiti, lontani, in sottofondo. Tu pensi a te, tutti pensano a te, a farti stare bene, tutti si preoccupano delle tue preoccupazioni. In effetti nessuno ti considera proprio proprio a posto, quando sei qua dentro, quindi tutti fanno di tutto per farti stare calma, serena e non ti si chiede di fare altro che di collaborare coi dottori. E ti ci abitui. E alla fine la distanza fra te e il mondo dei sani aumenta. Fino a quando non capita che ti diano un permesso per andare a prendere un caffè fuori e ti accorgi che sei in ansia. Perchè sei tra quelli che secondo te sono diversi e quantomeno i problemi li affrontano, invece di far cazzate. In dieci giorni ho risalito la scala della salute mentale passando dal luogo in cui le finestre non si aprono a quello in cui si parono ma ci sono le inferriate e puoi passeggiare in giardino con i tuoi genitori, per poi approdare alla camera senza sbarre alle finestre e con un bellissimo specchio in bagno e al permesso di prendere il caffè fuori anche da sola. Le fettine di libertà aumentavano in modo direttamente proporzionale alle quantità di stabilizzatore dell'umore che mi venivano somministrate. E domani (o dopodomani, per questioni burocratiche) mi metteranno di nuovo in mano le mie pilloline e mi rilasceranno con la frase che di solito ti dicono i dottori in questo caso "speriamo di non rivederci mai più".E la prima cosa che farò sarà bere un succo di frutta (niente birretta, non si puote per ora, al mio fegato il sorsetto di antidepressivo non è tanto piaciuto) in Piazza Santo Stefano. Eccheccazzo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 9:00:00 AM | Permalink | 18 comments
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