30 giugno 2008
Tutti ci pensano. Qualche volta. Ah, se domani mattina non mi svegliassi, se magari non mi svegliassi mai più. Magari non tutti, ma insomma, i periodi difficili capitano e qualche volta i pensieri sfuggono anche a chi in realtà non lo farebbe mai.
Poi ci sono quelli a cui sfuggono le azioni.
Ah, se domani mattina non mi svegliassi.
Fa caldo, le finestre sono spalancate, la boccetta di antidepressivo quasi piena a portata di mano. No, domani mattina non mi voglio svegliare, sono stanca e non ce la faccio. In camera c'è una luce accesa, di solito sembra calda, accogliente, poi all'improvviso angosciante. E sembra di non riuscire a respirare perchè una mano ti strozza la gola.
E la boccetta è lì. Togli il tappo. La guardi. Togliere il tappo non vuol dire bere.
La guardi.
La luce è accecante e angosciante, la mano ti stringe sempre più forte la gola. Sono stanca. Se domani mattina non mi svegliassi, se non mi svegliassi mai più. E all'improvviso, bevi. Tutto. E' un bel sorso e brucia come la vodka. Sembra un superalcolico. Ti siedi per terra con la schiena appoggiata al letto. Ti s'impasta la bocca, comincia a girare la testa. Comincia quasi subito, quella sensazione di nausea violenta. La mano stringe e stringe, ma adesso la senti di meno, gli occhi si chiudono.
Provi a tenerli aperti ma loro si chiudono lo stesso e ogni volta restano un po' più chiusi.
Ti spaventi.
Telefoni.
Squilla, nessuno risponde.
Telefoni ancora a un'altra persona.
"Dammi un cazzo di numero che posso chiamare, qualcuno a Bologna che ti porta in ospedale!".
Ma tu non riesci, non ricordi niente a memoria, provi a dire qualcosa, ma la lingua s'incolla e gli occhi vogliono restare chiusi. Poi ricevi una telefonata.
"Che cazzo dici? stai li, adesso arrivo".
Non senti suonare il campanello.
Per fortuna ha ancora le chiavi.
Le scale di casa le scendi da sola, sali su una macchina.
Poi il buio.
La voce di qualcuno "Non dormire!Guardami! Guardami!Guardami!Non dormire"
Qualcosa ti stragola.
Qualcosa nello stomaco, brucia.
Poi buio.
Una carezza sulla testa.
Una maglia a strisce arancioni e gialle.
Poi dormi.
Una donna bionda che piange e ti accarezza.
Poi dormi.
Tuo padre con gli occhi rossi.
Poi dormi.
La tua migliore amica che piange.
Poi dormi.
Tante facce, una per volta. Le conosci, sono i tuoi ex colleghi.
"Che ore sono?Quanto ho dormito?".
Poi dormi.
Tua madre.
Poi dormi.
Il giorno dopo la stessa voce che non ti lasciava dormire: "Hai corso un brutto rischio. Hai bevuto un veleno mortale, ti abbiamo salvato dal coma per pura fortuna. Ora stai bene, ma non farlo mai più"
Apri gli occhi, un infermiere, avrà la tua età, ti guarda con gli occhi dolci e preoccupati.
"L'ultimo sforzo e ti libero di tutti questi tubi"
Ti guardi intorno e capisci che sei attaccata alle macchine, quelle che ti hanno fatto respirare quando non ci riuscivi da sola.
E piangi.
Poi dormi.
E adesso scrivi, e sei viva per miracolo e sei dovuta passare da lì e dal ricovero e sotto le mani di sei psichiatri per capire cos'hai e cosa hai fatto. E che la vita in fondo ti piace.
Dopo il reparto di medicina d'urgenza di reparti ne hai visti altri. Dove la gente soffre davvero, e tanto. Dove le malattie, anche se psichiatriche, ti riducono una larva umana.
Tu non hai niente, la depressione si cura. La strada è lunga e ci vuole impegno. Ma si cura.
E così adesso scrivi e racconti di quando ti girava la testa e s'impastava la lingua.
E tutti ripetono che a quest'ora potevi essere terra per fagioli.

"Eccheppalle!voglio uscire di qua!"
"Ok, sta bene, è tornata rompipalle come prima!"
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:00:00 PM | Permalink | 19 comments
20 giugno 2008
Ok, non sto aggiornando. Eh lo so, ma provate voi ad aprire la maschera di blogger su un Mac grosso quanto lo schermo di un cinema piazzato nel bel mezzo di un open space con la faccia al muro. Nel senso che voi siete con la faccia al muro e il Megaschermo che vi tocca in sorte è rivolto proprio verso l'open space. Che più che un open space pare via Indipendenza il sabato pomeriggio. C'è passeggio. E ce n'è talmente tanto che non sono ancora riuscita a identificare le facce dei capi. Davvero. E il più delle volte è un passeggio isterico e qualcuno grida che qualcosa va corretto, rivisto, redazionato, stracciato, ingoiato, ridotto in mille pezzi, disintegrato.
Però.
Però la mia capa è gentile. Impenetrabile eh. Di quelle che quando ti guardano non capisci mai se sta pensando che sei un cretino o un genio. Però quando ho un dubbio e le faccio una domanda non rischio di ritrovarmi con un fermacarte su per il culo. E nessuno, in una settimana, mi ha ancora dato della cerebrolesa. Ed è un buon risultato se considerate che SS ci riuscì dopo solo due giorni e prima di fare una domanda alla Bara bisognava contare fino a dieci e incrociare le dita sperando che fosse di buon umore. E anche se lo era trovava comunque un modo per non rispondere. Perciò se mi andava male collezionavo insulti e non ottenevo risposta; e se mi andava bene alzava gli occhi al cielo e non ottenevo risposta.
E poi i colleghi. Beh son troppi per identificarli tutti in una cinque giorni. Ma ho conosciuto due ragazze e non mangio da sola e con loro vado in pausa sigaretta e ci facciamo pure un sacco di risate. E forse, ma ripeto forse che finchè non vedo non credo, non mi ritroverò in mezzo a una strada il 17 luglio. Forse, ha detto una tizia che io credo essere la responsabile del personale e che sembra appena uscita da un campo di addestramento per militanti di Al Qaeda, ma tutto sommato mi è simpatica, c'è qualcosa anche dopo. Forse. E se non incrociate le dite adesso ve appena vi acchiappo ve le sbrano.
Ho dimenticato qualcosa? Beh, si, la mia scrivania non mi sembra più così inospitale. Forse proprio mia mia non è ancora, ma almeno mi ospita e non cerca di strangolarmi.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:19:00 PM | Permalink | 11 comments
16 giugno 2008
Oggi doveva essere il primo giorno del resto della mia vita. E invece.
Giovedì scorso trovo questo lavoro, un contrattino di un mese, ma in un service editoriale abbastanza importante qua. Contrattualmente e umanamente è arcinoto per essere quanto di più simile ad Auschwitz, ma meglio farsi mangiare vivi per De Agostini che per il giornaletto per i benzinai, non credete? E poi non è che non ci siamo abituati a un po' di sano sfruttamento. Diciamo che c'ho guadagnato 17 giorni: invece di restare senza lavoro il 30 giugno, ci resto il 17 luglio.
Così giovedì arrivo in ufficio e do la lieta novella e scopro che quelli sono contenti per me, che gli dispiaceva sapermi disoccupata. E venerdì per salutarmi mi comprano un mazzolino di fiori e non smettono di ripetere in bocca al lupo. E io penso, in fondo lascio buoni ricordi nella gente, forse non sono così male.
E poi la sera io e l'uomo con cui sto da 8 anni e mezzo, quello con cui siamo cresciuti insieme, quello che c'era quando mi bocciavano agli esami e festeggiava con me quando prendevo 30, quello che c'era il giorno della mia laurea, quello che c'ero io il giorno della sua, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che a furia di condividere siam diventati fratelli. E che ci teniamo davvero che quest'amicizia sopravviva, perchè altro non c'è. E anche se questo è vero anche per me, anche se il dolore non è straziante, ma silente e costante, beh, ti passano davanti agli occhi fotografie e risate e momenti e anni, gli anni che ti separano da quand'eri ragazzina. E poi quegli occhi si riempiono di lacrime che scendono silenziose, amare. E così pensi che lunedì non potrai nemmeno rannicchiarti sulla scrivania - scomoda per carità, ma tua - in cui ti sei rannicchiata per tre anni. E per qualche oscura associazione mentale, pensi che in fondo è al CSM devi questo blog, e di conseguenza tutti voi. I vostri incoraggiamenti, i vostri rimproveri, i volstri applausi e le vostre critiche. Qualcuno di voi è diventato reale, una faccia in carne e ossa, qualcuno con cui discuto, pianifico, rido su skype per ore e una voce a cui telefono quando, come oggi, mi sembra che la voglia di ingurgitare la tutta la boccetta di goccine sia troppo forte per combatterla da sola. Rendiamo grazie al web 2.0.
Poi il week end...
E quando stamattina ho varcato piena di speranze la soglia dell'ufficio che mi ospiterà un mese (che, insomma, qua mica ci facciamo illusioni), all'improvviso le speranze si sono sciolte come neve al sole e mi sono sentita stanca. Ho sbocconcellato un panino praticamente sola, ho spremuto come al solito le mie goccine nel bicchiere ("signorina, con queste medicine non si scherza: mi raccomando, i dosaggi sono quelli che dico io, non una di più, non una di meno") e di colpo ho provato quella sensazione di freddo e vuoto che si ha di solito dopo un trasloco, quando passi la prima notte nella casa nuova, quella casa che è tua epperò non ti appartiene. Davanti a me non ho visto più una pagina bianca tutta da scrivere, che ok, a uno può venire il blocco dello scrittore, ma comunque pagina bianca vuol dire possibilità. Puoi scriverci "scemo chi legge", ma se ti va bene partorisci "Opinioni di un clown". No, io ho visto macerie. Proprio quelle macerie di cui parlava il mattologo:
"Lei costruisce e poi a un certo punto comincia a scagliare bombe su ciò che ha costruito. Poi, quando comincia a vedere le macerie, si spaventa ed ecco che arriva l'ansia. Lei simula suicidi continuamente, Benedetta".
E mi sono sentita infinitamente sola. Con le mie macerie, e la mia inguaribile tendenza ad abbattere, invece che costruire. E mi sono pure un po' incazzata, che abbattere è facile, mentre per costruire ci vuole tenacia, costanza, coraggio. E quindi, dopo essermi incazzata, mi sono sentita fallita e ho avuto una gran voglia di piangere. Di nuovo. E così, mentre inserivo lemmi in un indice analitico, scendevano le lacrime e chissà che macello ho fatto. E se il buongiorno si vede dal mattino...
Ora io non parlo mai di vita privata, o almeno non di questo tipo di vita privata, ma oggi faccio un'eccezione:

Piero sono stati otto anni e mezzo preziosi, prezioso il modo in cui ci siamo presi cura l'uno dell'altra, in cui ci siamo aiutati a crescere con i nostri piccoli e grandi difetti, prezioso persino il modo in cui ci siamo lasciati. Senza rabbia e senza rancore perchè come hai detto tu "certe coppie scoppiano, certe si consumano". Noi ci siamo consumati. E io ti auguro, con una punta di malinconia forse, ma con tanta tanta sincerità di essere felice, qui o altrove, con chiunque avrà la fortuna di incontrarti dopo di me. Purtroppo non so scrive lettere d'amore, d'addio e nemmeno di presentazione, perchè in tutti e tre i casi è previsto che ci si prenda sul serio, e chiunque qui, soprattutto tu, sa bene che prendersi sul serio non una delle mie maggiori qualità. Nemmeno la mia depressione prendo sul serio, anche se ho la sgradevole sensazione che lei prenda molto sul serio me. Quindi poniamo fine allo strazio: in bocca al lupo, grazie di avermi portato fin qui e ricordati che mi casa es tu casa, che piova, nevichi o faccia bello, che tu abbia voglia di piangere, ridere o stare in silenzio in un luogo sicuro.

E poi c'è questa che forse è per qualcuno e forse no. O forse è solo per la vita che dicono che sia bella, e io pure mi ricordo qualcosa in proposito, tipo quando nonna mi portava al mercato a comprare i sandaletti per l'estate, o quando quella mattina mi sono guardata allo specchio e sono riuscita a vedermi bella e forte, ma adesso somiglia solo a un grosso tritacarne.

Love of my life you've hurt me
You've broken my heart and now you leave me
Love of my life can't you see
Bring it back bring it back
Don't take it away from me
Because you don't know
What it means to me

Love of my life don't leave me
You've taken my love you now desert me
Love of my life can't you see
Bring it back bring it back
Don't take it away from me
Because you don't know
What it means to me

You will remember
When this is blown over
And everything's all by the way
When I grow older
I will be there at your side to remind you
How I still love you I still love you

Back hurry back
Please bring it back home to me
Because you don't know
What it means to me

Love of my life

Love of my life
 
co.co.prodotto da Atipica at 8:09:00 PM | Permalink | 18 comments
11 giugno 2008
Atipica dal mattologo per prima cosa inciampa in una sedia. Segue figura di merda anche peggiore: lui si siede e io resto in piedi impalata come un'idiota, letteralmente aggrappata alla tracolla della mia borsa con gli occhi fuori dalle orbite. Lui mi guarda come per dire "oddio, ecco un'altra matta!" e poi mi fa cenno di sedermi. Mi siedo, ma solo un po'. Cioè no, sedermi mi siedo, ma resto sulla punta della sedia rigida come una che ha una scopa nel culo, se mi passate la garbata metafora. E siccome non posso più torturare il manico della borsa stringo ferocemente l'mp3. Domande di rito: quanti anni ha, che lavoro fa, cose così. Poi quella che tanto temevo:
"Perchè è qui?"
"Perchè sta esplodendo tutto"
Chiunque, a una risposta così scema, mi avrebbe congedato con una pacca sulla spalla dicendomi "lei non ha niente, è solo completamente, irreversibilmente, tragicamente idiota". Invece no, quello ha continuato. La mamma, il papà, il denaro, il lavoro, la vita, il futuro. Un turbinio di argomenti su cui pensi di avere teorie infallibili, conoscenze approfondite, consapevolezze frutto di anni di riflessioni, e invece poi scopri che alla domanda "mi parli di sua madre" sai dire solo che non sai niente di lei, che quand'eri bambina era dolcissima e poi è sfumata sullo sfondo e adesso ci parli solo di stronzate e anche per quelle, a volte, finisci a litigarci. Così, nella maggior parte dei casi, non ci parli affatto.
Una fatica immane, un'ora a cercare di sfuggire lo sguardo di sto tizio che invece mi puntava in faccia 'sti due occhietti distaccati, freddi. No, freddi forse no, professionali, immagino. Sono i miei problemi, non i suoi. E lui non è un amico che mi deve comprensione. Lui ascolta, annota, analizza, incasella. E se quella che incasella è la mia vita, beh, strano si, ma lo sto pagando proprio per quello.
Poi un mezzo responso: Atipica Ansiosa, Atipica Depressa, Atipica Autodistruttiva.
Lei è una guastatrice, mi ha detto.
Nessuna sentenza definitiva. Quel che ho appurato per ora è che di depressione trattasi. Accompagnata da manifestazioni ansiose e un non meglio specificato disturbo del controllo degli impulsi. Però adesso bisogna associare il sostantivo Depressione all'aggettivo giusto. Bipolare, monopolare o salcazzo che altro. E pare che dall'aggettivo dipendano un sacco di cose. E per metterci quest'aggettivo dovrò tornare chissà quante altre volte a raccontare i fatti miei all'uomo che ascolta, analizza, incasella e conclude.
E intanto? Intanto fermiamo l'ansia con alcune goccine magiche e proviamo rimettere in bolla la serotonina con altre goccine magiche. E così stamattina - tlic, tlic, tlic - ho spremuto le famose goccine nel bicchiere e...pof, la morsa alla gola è scomparsa. Ho aperto la finestra di blogger e scritto e fatto altre cose in ufficio e mi aspettavo la morsa alla gola da un momento all'altro, ma niente.
Bello, penso, riuscire a respirare normalmente e stare seduti più di dieci minuti e non avere un bisogno esagerato di rimbalzare da una parte all'altra. Bello. E mi domando: quindi è così che sta la gente "normale", che poi l'ho sempre detto che normalità è un'invenzione, al massimo un parametro, un'unità di misura teorica a cui si può più che altro tendere. Però insomma, capito cosa voglio dire? Mi meraviglia, ecco, che non mi ricordavo più com'era rilassante essere così.
E adesso aspettiamo l'aggettivo...


I'm going slightly mad

I'm going slightly mad
It finally happened, happened
It finally happened ooh oh
It finally happened, I'm slightly mad
Oh dear!

Queen
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:53:00 PM | Permalink | 11 comments
09 giugno 2008
La domanda di oggi è: come finisce un blog? E poi, a salire: finisce un blog? E' come un romanzo o un film che a un certo punto deve finire per forza sennò ti vengono le piaghe da decubito sulla poltrona come al cinema all'ultimo pezzo del Signore degli Anelli? E soprattutto: se deve finire, il mio come finisce?
1- Che trovo un altro lavoro, magari a tempo indeterminato, abbandono questa prospettiva distorta e scrausa, questo sguardo obliquo sulla mia vita, mi metto a guardarla di piatto come un tv color al plasma con un mezzo metro di pollici, mi faccio una pettinatura degna di questo nome e divento come La Bara. E magari mi passa pure il vizietto dell'autoironia, di farmi dei piercing e di litigare con mia madre sull'opportunità/necessità di mettere la testa a posto. (Che poi quale testa? E in quale posto? Così la prossima volta che mia madre mi romperà le balle con la storia dell'orologio biologico, e mi dirà che sembro un'adolescente fuori tempo massimo e che se proprio non voglio adottare il motto "concretizzare, concretizzare, concretizzare" come si conviene a un trentenne all'altezza della sua età, almeno le facessi il piacere di levarmi le Converse All Star che puzzano, le risponderò che io voglio concretizzare, sono gli adulti cattivi che non me lo lasciano fare).
2 - Prendo la chitarra, me l'appendo dietro la schiena e mi metto a girare per le piazze come Remì con l'arpa. Senza il nonno e senza il cane, ma vabbè, due bocche in meno da sfamare. Faccio del nomadismo uno stile di vita e vedo dove mi porta: così il precariato diventa assoluto e la facciamo finita con le scissioni e le lacerazioni. Che poi son quelle a dar fastidio, mica altro. Non vogliamo essere precari e lo siamo; siam figli di borghesi e viviam da proletari, vogliamo il posto fisso e siam liberi professionisti. L'unica differenza fra precarietà e flessibilità che sia riuscita a individuare è questa: che il flessibile ci sta bene in questa situazione di merdina e il precario no. Che poi per starci bene nella flessibilità ci devono essere certi parametri, ok, ma la sostanza è quella. In questi 3 anni ho scoperto a mie spese che non esser nè carne nè pesce non significa che nessuno ti vuol mangiare, ma che ti vogliono arrostire sia quelli a cui piace la carne che quelli a cui piace il pesce. Tragicamente questo raddoppia il numero di quelli che ti vogliono far la festa e dimezza le possibilità che hai di star tranquillo. Fate un po' voi.
3 - Fine alla Tarantino: entro, faccio una strage e poi me ne vo a fare colazione con kalashnikov a tracolla e pezzo di interiora di collega sulla faccia. Arrivano le sirene, mi arrestano, io sorrido ai giornalisti e passo alla storia come Il Boia di Bologna.
4 - Fine alla Che Guevara: mi metto il baschetto con la stella e guido la rivolta dei giovani precari. Poi quando ho finito qua me ne vado in Darfur e lì muoio poco dopo crivellata di colpi di machete. Oppure mi faccio ammazzare proprio all'alba di una nuova era, come Lady Oscar. Passo alla storia come il Robespierre dei Precari, ma di fatto resto una che ha levato le castagne dal fuoco a un sacco di gente e non ha avuto manco l'accortezza di campare abbastanza per mangiarsene una.
5 - Mi fingo pazza, me ne vado in giro in babydoll rosa e orecchie da coniglio, distribuisco perle di follia a chiunque e poi un bel giorno me ne esco con la frase: " Conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perchè? Perchè non si resiste a sentirli parlare". E il fatto che ora mi senta un po' Enrico IV e un po' Pirandello suggerisce che non devo fare poi tutta 'sta fatica a fare il saltello definitivo in direzione della follia.
6 - Mi sposo possibilmente un titolare di American Express e risolvo la questione precaria mia personale con i metodi suggeriti dal Pastore Tedesco e da Silviuccio nostro. Poi tra dieci anni, agghindata di brillanti come un albero di Natale e con la coscienza pitturata di bianco da un decennio di beneficenza, vado in analisi a raccontare quanto mi annoio e quanto sono insoddisfatta a un tizio profumatamente pagato per annuire, prendere appunti ed elevare al rango di problema esistenziale la mia noia di donna ricca e viziata.
7 - Resto precaria. Incazzata e povera, o anche no, ma comunque fedele a me stessa, anche se in questo momento non ho ben capito a quale delle mie una, nessuna e centomila personalità vorrei restare fedele. Accetto suggerimenti.

Insomma, decidete voi fra le proposte o inventatene altre. Siete lettori di un blog, mica di un libro. E se questo è il web 2.0 e voi avete la possibilità di mandarmi affanculo nei commenti, potete anche scegliere la fine di questo blog. Io intanto sconto l'ansia di dover scrivere la parola fine e domani, alle 18, vado per la prima volta dal mattologo. Che, son sicura, mi proporrà per una lobotomia frontale e addio Atipica. E il punto è che ora come ora non mi sento nemmeno sicura che sia una proposta così sgradevole.
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:07:00 PM | Permalink | 13 comments
06 giugno 2008

Allora, fino a cinque minuti fa avevo il blocco dello scrittore, tipo che quando apri la finestra di blogger una mano ti acchiappa il collo e un'altra l'esofago e insieme stringono stringono stringono e tu sei troppo impegnato nel cercare di sopravvivere per dedicarti a un'attività cognitiva complessa come scrivere. Il cervello è vuoto. Non mi succede solo con blog, mi succede persino coi commenti, le email, gli sms. Lasciamo stare il lavoro, devo scrivere un articolo sulle modifiche al codice della strada e me lo sto trascinando dietro da settimane, manco fosse una tesi di dottorato sull'ateo virtuoso di Baille. Capita pure con la lista della spesa: prendo la penna, il foglietto e penso "patate, mozzarella, zucchine, fragole...". Poi alla p di patate il cervello va in loop e la mano si blocca. E non sarebbe neanche un dramma che in vita mia ho compilato liste della spesa solo e soltanto per dimenticarle sul tavolo e ritrovarmi a comprare tutto quello che non avrei dovuto comprare. Però insomma, per il blog mi scocciava. Solo che cinque minuti fa il Deus Ex Machina è entrato nella mia vita con le sembianze e la voce del Signor Vito da Salerno per ricomporre, se non proprio il milione di piccoli pezzi esplosi da quando è iniziato giugno, almeno questa microtragedia artisticoespressiva.
"Buongiorno Signorinella"
E già uno che mi chiama signorinella mi fa sentire una vispa teresa, invece del macigno che sono di recente.
"Buongiorno, mi dica"
"Allora, a me mo il 15 giugno mi arriva la Renò Espace (leggere come è scritto, please, il signor Vito da Salerno non sa l'inglese né il francese e manco li vuole sapere, secondo me)”.
Pausa.
“Bene e come posso aiutarla?”
“Eh, voglio fare gli incentivi”
“Vuole fare gli incentivi in che senso?”
“Che voglio fare l’impianto con gli incentivi”
“Ah, ok!Beh però gli incentivi sono esauriti, mi dispiace”
“Come sarebbe?”
“Sarebbe che sono finiti i 52 milioni di euro destinati alla trasformazione delle auto a gas. Sono finiti”
No money, no party, entiende?
“E quando li rimettono?”
“Non glielo so dire, dipende dal governo”
“Ah! E voi non glielo potete chiedere?”
“A chi?”
“A Silvio”
“…”
“Signorinella bella, se non glielo chiedete, quello non ve li da…”
“Ah, invece se glieli chiediamo…”
“Se glieli chiedete, Silvio ve li da sicuro. Ha detto che vuole aiutare la povera gente”
“S-s-icuramente lo farà, ma quand’anche non potrebbe decidere da solo…”
Comincio a sudare freddo, temo di non riuscire a liberarmi dell’apostolo di San Silvio da Arcore.
“E come no, signorì!Certo che può, quello Silvio è il capo di tutto e lo sa che la benzina costa cara e si preoccupa per la povera gente, è un santo Silvio, signorì, e se voi ci chiedete gli incentivi per il primo luglio quello ve li dà”
“Proveremo…intanto lei provi a proporlo per la beatificazione ante-mortem”
Non coglie.
“Se lei ce li chiede, quello ve li dà, si fidi, sennò sono costretto a scrivergli io, ma non va bene, signorì, che io mi metto a fare il mestiere vostro”
“Decisamente no, non va bene”
“Allora, mi promette che lo fa per me?”
“S-s-ì pro-pro-prometto…”
“Oh, brava così si fa!”

Posto che non era uno scherzo e che, almeno a giudicar dalla voce, il signor Vito da Salerno ha diritto alle attenuanti generiche per rincoglionimento senile avanzato, la domanda del giorno è: tutti quelli che si fan la macchina a gas sono scemi? Ecco, ho appena capito cosa mi mancherà di questo lavoro...
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:01:00 PM | Permalink | 5 comments
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