20 dicembre 2007
"Sozzia, Benny, non ti piazerebbe leggere nella testa della zente?"

Una domanda così, la poteva fare solo la Kapò. E solo lei, ma forse anche La Bara, poteva meravigliarsi del fatto che ho risposto no. Ma non ho risposto "no" perché penso che nella testa della gente ci siano solo cose brutte, i giovani sono senza valori, non esistono più le mezze stagioni e in città non si trova più il parcheggio. Il fatto é che mentre la Kapò mi faceva la domanda, in sottofondo c'era la PsycoCentralinista che parlava da sola: "Eh, ma mica si posso dire le cose sempre all'ultimo momento!Bisognerebbe dirlo, se il 27 si lavora!Cavolo, mi sono sporcate le mani di nero, e come si saranno sporcate, le mani di nero? Con due maglioni sembro ancora più grossa. Tengono proprio caldo, però. E vabbè che la pancia c'è, in effetti". Quella donna non ha il filtro fra pensiero e parola, traduce in suoni tutti i singhiozzi del suo cervello, quindi è un po' come leggerle nella testa. E, vi dico, non è che ci siano cose brutte nella testa della PsycoCentralinista, ci sono semplicemente cose. Questo è il punto: visto che non siamo tutti Amleto, se potessimo leggerci nella testa, si moltiplicherebbero le informazioni inutili, le questioni che lasciano il tempo che trovano. Dovremmo "ascoltare" la gente preoccuparsi di cosa mangia a pranzo, di come sfamarsi senza eccedere con le calorie, di quale manicure farsi per la sera di capodanno, se è meglio comprare il maglione coi rombi o quello tutto nero, cose così. Perché per la maggior parte sono queste le cose a cui pensiamo, mica il cielo delle stelle fisse. E, forse, è meglio così, che un mondo fatto di gente che discetta sui massimi sistemi non so come sarebbe.
Ci sono quelli che dicono: non vorrei leggere nella testa della gente perché sai quanta rabbia, quanto dolore, quanta cattiveria toccherebbe sopportare? Non credo. La rabbia, il dolore, la cattiveria - come l'amore, la bontà, la gioia - sono importanti e si esplicitano sempre, in qualche modo. Quindi tocca sopportarle comunque. Se uno è cattivo/buono, te ne accorgi dopo un po', senza bisogno di leggergli nella testa.
Così ho risposto alla Kapò: "No, non mi piacerebbe leggere il pensiero perché non ho voglia di sovraccaricarmi il sistema operativo di informazioni irrilevanti".
Lei ha incrociato gli occhi. Poi ha domandato: "Sci, però sce sci potessce lezzere nella tescta della zente, scapresti scubito se uno viene con te per farsci una scopata o perchè ti ama!Te, Benny, a queste cose non zi pensci, ma scennò come fai a capirlo?".
E allora m'è venuto in mente che, oltre alla questione sovraccarico, la natura deve aver tentato di ristabilire così un po' di uguaglianza. Secondo me ha pensato, seduta a gambe incrociate su una nuvoletta: "non li faccio tutti uguali sennò da qui all'eternità mi rompo le balle, però faccio in modo che sembrino tutti uguali. Almeno finché non aprono bocca".
Che volete, con questa storia che a Natale tutti fanno i buoni, a me è venuta voglia di sputare fiele.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:51:00 PM | Permalink | 11 comments
19 dicembre 2007
A me Il Diavolo veste Prada non aveva fatto un gran effetto, no. Una roba all'americana e, sarà pregiudizio, le favolone in cui alla fine la protagonista all'apice del successo sceglie una vita povera, ma vera, mi puzzano di fregatura. Una degna conclusione del film avrebbe dovuto mostrarci la protagonista giovane che si imbottisce di coca, manda a cagare il fidanzato povero ma onesto e il monolocale che puzza di fritto e, infine, nel mezzo di un festino sesso-droga 'n rock'n roll, sgozza con un coltello da carne Meryl Streep. Un po' pulp forse, ma di sicuro effetto. Oppure, ipotesi ancora più realistica, alla centoventiquattresima telefonata notturna in una settimana, le viene un esaurimento nervoso di quelli che stendono un cavallo e, dopo opportuna degenza in clinica psichiatrica, si ritira a scrivere oroscopi sull'Eco dell'Ohio.
La Bara, che non va al cinema perché a casa ha l'home theatre con impianto dolby surround e stracazzi, l'ha visto giusto un mese fa. E figuratevi quanto le è piaciuto. Ovviamente s'è subito sentita un po' una Meryl de noantri, giusto un pelo più giovane e di provincia, ma per il resto uguale. Si è così esaltata alla visione della borsa sbattuta con tracotanza sulla scrivania di quella poveretta che il giorno dopo è subito andata a comprarsi gli stivali di Prada, peccato che sembrino disegnati da Himmler. Da quel momento, vai a capire perchè, oltre a comandarmi a tambur battente, mi manda sms a tutte le ore del giorno e della notte. Tra l'altro lei, gli sms, li scrive come se fossero telegrammi di condoglianze: "Manda numero taxi" "prendere giornali da giornalaio" "ricordarsi invio mail giorna". Solo che io non sono americana, vivo nel monolocale che puzza di fritto con un gatto bipede e ho un pulcioso contratto a progetto quindi, quando l'sms arriva dopo le sei e mezzo, sbuffo scocciata e, invece di rispondere, lo cancello con stizza. Lei, non doma, rimanda l'sms tal quale. E io lo ricancello. E lei lo rimanda. E io lo ricancello. Il risultato è che il mio telefono emette ogni cinque minuti una concerto di vagiti che hanno il solo effetto di provocarmi un certo fastidio. Tra l'altro non mi spiego perché non telefoni, se ha tanto bisogno di comunicare ma, ovviamente, mi guardo bene dal suggerirlo.
Il colmo l'abbiamo raggiunto oggi. E' uscita alle due e mezzo per accompagnare suo padre a una visita. Speravo che almeno in ospedale lo spegnesse, quell'attrezzo infernale. Invece no, dalle tre alle cinque non ha fatto altro che scrivermi: "Sono ospedale", "no capisco perché tanta attesa", "medico mai tanta attesa", "torno appena padre finita visita", "in ritardo ma torno", "lunga attesa", "torno", "sto tornando", "ora taxi". Alla fine non ho resistito e ho risposto: "Mi raccomando, quando tu fuori porta no suona campanello, manda me sms così io legge e apre te porta".
Non è ancora tornata. Dite che ho esagerato?


 
co.co.prodotto da Atipica at 5:52:00 PM | Permalink | 8 comments
18 dicembre 2007
Perfetto!Splendido!Stupendo!Fantastico!Terribile!Assolutamente disgustoso!

I miei amati colleghi non dicono mai si, no, ok, bene, benino, mi piace abbastanza, non mi soddisfa del tutto. I miei amati colleghi usano solo i superlativi: una cosa è splendida o fa schifo, non sono previste sfumature intermedie. Hanno abolito il linguaggio della mediocrità, del così così. E se provate a rispondere alle loro domande con un semplice "va bene" quelli la prendono male, si piccano per il poco entusiasmo. Lo so, sembra che stia giocando all'accademia della crusca, ma se ci riflettete l'estremismo linguistico è un bel casino. Perché se uno piglia e elimina tutte le sfumature del medio dalla lingua c'è tutta una fetta di mondo che resta inespressa. La mediocrità, per esempio. Uno magari pensa che della mediocrità, linguistica e non, si fa volentieri a meno. Il punto, però, è che le persone mediocri, oltre a essere le più numerose, sono anche le cosidette persone "normali", quelle che ci danno la misura di come - più o meno - dev'essere un essere umano decente, di come deve comportarsi, di cosa può o non può fare.
Mi spiego, prima che mi prendiate a sassate: il fatto è che la misura del bene e del male non sono Hitler o Madre Teresa. Il metro del lecito non sono né San Francesco, né il Marchese De Sade; e per fortuna non usiamo Marilyn Monroe o Alain Delon (giovane, per carità) come paragone per definire la bellezza. Sennò, va da sè, saremmo tutti dei cessi.
Se poi vogliamo proseguire questa sega mentale, mettiamo pure che sarebbe un casino ancora più grosso se, per definire bella una giornata, una settimana, un anno, la paragonassimo sempre alla giornata o al periodo più bello della nostra vita. Non solo non saremmo mai contenti, ma ci perderemmo un sacco di potenziali buone, anche se non splendide, giornate.
Tra l'altro l'estremismo linguistico è la spia del brutto vizio di sputare sentenze severe e inappellabili sul comportamento altrui, sugli abitanti di intere nazioni, categorie, confessioni, etc. etc. Di solito quelli per cui una cosa è splendida o orrenda sono gli stessi che amano cominciare le frasi con "Tutti i marocchini...", "A me non succederà mai!", "Le donne....".
Detto ciò stamattina entro in ufficio e sulla scrivania trovo ad aspettarmi, severo, il nuovo contratto. Leggo: stesso co.co.pro delle precedenti 4 volte, stesso compenso, soliti sei mesi. Viene da chiedersi com'è che allora sono stati quattro mesi ad angosciarmi con la faccenda della non rinnovabilità, ma in genere, in questi casi, la prima reazione è un sospiro di sollievo: il due gennaio avrò ancora un lavoro. Il resto è corollario.
In quel momento spunta dalla porta il muso affilato della Spia che, con la solita voce un po' lamentosa, un po' materna, domanda: "Che ne dici, va bene?"
Sorrido.
"Perfetto!" rispondo.
Lei sgambetta via soddisfatta.
Io fingo di non aver pensato un mediocre "meglio di niente".
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:34:00 PM | Permalink | 7 comments
17 dicembre 2007
Ed eccomi qua, maciullata, infreddolita, indispettita, stanca. Ma sopravvissuta al popolo dei motori. Che poi è anche il popolo delle veline, delle letterine, delle letteronze, dei gossip e dei quiz a premi, non ho dubbi. Non che a uno non possano piacere le macchine, per carità. Ma chi non è affetto da nessuna patologia psichiatrica né da stupidità cronica, insomma, chi ha un cervello che si colloca a pieno titolo in quel range che si suole indicare con il termine normalità, va a guardarsele da un concessionario, non al Motor Show.
Andiamo con ordine.
Il Motor Show è una discesa nelle viscere del genere umano. E' frequentato da persone di età e provenienza diversa, alti e bassi, biondi e bruni, maschi e femmine, belli e brutti, ma con una caratteristica in comune: una pantagruelica stupidità accompagnata da un'ignoranza così assoluta da sembrare finta.
Già alle otto di mattina i fanatici dei motori si accalcano davanti alle biglietterie e, forse per resistere al freddo, saltano, cantano in coro Po-po-po-po-po-po e suonano trombette come allo stadio. Appena aprono le biglietterie, si riversano all'interno sempre continuando a gridare, alla ricerca di carne fresca e gadget di ogni tipo. Qualunque ragazza gli passi accanto, anche se vestita con una tuta da palombaro, diventa oggetto di ululati, latrati, applausi, grugniti. In ogni caso nulla che ricordi, neppure in modo vago e confuso, suoni umani. I visitatori allupati vengono enuti a bada da ragazzotti identificabili da un orrendo giubbotto su cui troneggia la scritta Motor Show 2007 seguita dalle date del martirio.
L'abbigliamento tipico del fanatico dei motori varia secondo le età: gli adolescenti indossano pantaloni con il cavallo così basso che sembra ci sia un pannolone dentro, cappellini neri con corna e coda da diavolo comprati a un prezzo folle dai merchandising ufficiali della fiera, giubbotti che lasciano scoperti i reni nonostante le temperature polari. Gli uomini di età compresa fra i sedici e i venticinque anni sfoggiano orecchini pendenti e borse da donna. Dove andremo a finire, direbbe mio nonno. Il visitatore intorno alla trentina, invece, ha la camicia aperta fino alla pancia che scopre il petto depilato per l'occasione, pantalone attillato e strappato industrialmente in punti strategici, stivali da bovaro americano con punte di lunghezza insolita. I visitatori dai quaranta in su rivelano tutti una somiglianza inquietante con Tony Manero. Le donne, di qualunque età, si sottopongono gratuitamente alla tortura di tacchi altissimi e vestitini succinti e leggeri nell'evidente, quanto patetico, tentativo di mettere in ombra le standiste. Si guardano intorno con aria idrofoba e, se accompagnano un maschio, gli stringono la mano tanto forte da stritolargliela per ricordare a noi scemette poco vestite che quello è il loro maschio e chi lo tocca è morto.
A costoro ho dovuto distribuire per dieci ore il giorno l'ultimo numero della nostra orrida rivistina, in copertina l'immagine di un albero di Natale fatto con le auto che sembra la foto di un cumulo di cadaveri di lamiera abbandonati dallo sfasciacarrozze. Il problema è che il popolo dei motori non legge. Al massimo guarda le figure. Perciò, quando qualcuno si accorgeva che nella busta che gli allungavo sorridente c'era una rivista, me la restituiva schifato. Uno mi ha detto: "Grazie, ma io non leggo mai, mi fa schifo leggere, preferisco la tivvù". Poi, con un sorrisetto obliquo e l'occhio ammiccante, ha cercato di estorcermi il numero di telefono. In effetti il numero gliel'ho dato, peccato fosse quello della Kapò. No, non sono dispettosa, sono generosa: quel tizio con la camicia aperta, il catenaccio d'oro al collo, un cappellino Calvin Klein visibilmente tarocco e il petto depilato come quello di un tacchino che si appresta a finire in forno è l'uomo per lei. Sono certa che mi ringrazierà per averle reso un simile favore.
E veniamo a loro, le standiste. Sono belle, sorridenti e scosciate, sembrano disponibili, anzi, disponibilissime, desiderose di elargire il loro numero di telefono a qualunque minus habens abbia la fortuna di passare di lì. Ma: per cinquanta miseri euro il giorno se ne stanno per dieci ore conficcate sui tacchi a spillo accanto a una macchina, perseguitate da imbecilli provenienti da ogni parte d'Italia, intontite da una musica infernale, dalle luci stroboscopiche, dalle voci degli speaker di tutte le radio del pianeta confluiti a Bologna per sparare le cazzate di sempre in diretta dal Motor Show. Le standiste, al contrario di quanto sembra, muoiono di noia, di fame e di freddo/caldo (dipende se sono lontane o vicine dalla porta). Sorridono ai visitatori, ma in realtà li odiano e sono disposte a farsi rimorchiare come una tigre del bengala a fare le fusa mentre le accarezzate la pancia. In quel carnaio sudaticcio e urlante non c'è modo di essere notati e rimorchiare una di quelle. Tanto vale rassegnarsi.
Poi c'è stata lei, l'ecocagata. Le nostre misere macchinine a gas schierate in Piazza Verdi fra i cadaveri dei punkabbestia nella giornata più fredda degli ultimi dieci anni. E noi lì, tra piloti e ufficio stampa un totale di dieci cretini fermi a congelarsi senza che nessuno, nemmeno i cani dei punkabbestia, si curasse di loro. Fino a quando sono arrivate le rombanti auto da rally del Memorial Bettega e la piazza si è riempita di gente. A quel punto un vecchietto timido si è avvicinato e ci ha chiesto: "Scusate, ma cosa ci fa una zinquezento a gpl in messo alle macchine del Bettega?". Ci mancava solo che si mettesse a piovere.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:08:00 AM | Permalink | 4 comments
09 dicembre 2007
Adolescenti brufolosi e allupati. Adolscenti brufolosi e allupati. Adolscenti brufolosi e allupati. Scendono a valle come orde di barbari, lanzichenecchi del XXI secolo alla ricerca di gadget.
Adulti allupati e allampadati.Adulti allupati e allampadati.Adulti allupati e allampadati. Utenti medi di SUV alla ricerca del biglietto della lotteria fortunato che permetterà loro di entrare da un concessionario Mercedes e fare la spesa come al supermercato.
Quoziente intellettivo medio a due cifre di cui la prima non è il 9.
Pausa.
Il collegume da il meglio di sè. Eccovi, miei poveri amici, un dialogo, uno solo.

"E' passato uno che mi ha detto che somiglio a Naomi Campbell"
"Accidenti" rispondo "un complimentone!"
"Sei matta?"
"Beh, è un bellissim donna"
"E' negra!"
"..."
"Sarà una bellissima donna" prosegue la collega di Martin Luther King non contenta dell'espressione di disgusto e maraviglia dipinta sul mio volto "ma i negri son sempre negri, devono stare fra di loro".
Non so se ho voglia di piangere o di ucciderla.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:24:00 AM | Permalink | 8 comments
03 dicembre 2007
Eccovi il delirio baresco delle 15.25

"Benedetta come ci vai in fiera?"
"In bici, perchè?"
"Bene, ti informo che ogni giorno dovrai passare dall'ufficio e portare cinquanta cartelle stampa (n.d.r. ciascuna della grandezza di un dizionario di latino, per capirci)"
"Ma se ti ho appena detto che sono in bici!"
"Appunto!"
"Appunto cosa? Lo sai quanto pesano?"
(ma prende il caffè corretto col metanolo puro dopo pranzo?)
"Non so che cosa dirti, bisogna che tu vada in giro con uno zaino"
"Uno zaino?! ma per cinquanta cartelle ci vuole una valigia, altro che zaino!"
"Non so che cosa dirti! Le metterai in un cartone"
"Non ci siamo capiti: le puoi anche mettere in una valigia di Gucci, il problema è che io ho una b-i-c-i-c-l-e-t-t-a!!!Ti dice niente quella cosa con due ruote che girano mentre tu pedali? Ecco, dove la metto, lì sopra, una valigia di gucci con dentro l'equivalente di cinquanta vocabolari di latino?"
"Non so che cosa dirti, bisogna che tu vada in giro con uno zaino"
"Ancora, cristosantissimo! Scusa, ma non può portarle qualcun altro in macchina?"
"Ah, noi in macchina non possiamo venire fino all'ufficio e poi andare in fiera!"
"No certo, dimenticavo che la macchina la spingete a braccia. Però posso farlo io in bicicletta. Che poi mi carico un elefante morto sulla schiena e mi rimetto a pedalare...Ma hai una vaga idea di ciò che stai farneticando?"
"Insomma, basta con le polemiche inutili!Tu passerai in ufficio ogni mattina e porterai in fiera cinquanta cartelle stampa!"

Ora provate, per un attimo, a concentrarvi sul quadretto. Immaginate quest'aspirante velina mignonne, in ritardo di almeno dieci anni, che esce di casa con copripassera e tacchi opportuni e balza su una bicicletta (errore n.1: le vere gnocche si infilano col naso all'insù dentro una minicooper aggiustandosi il cappottino color cammello). Dopodiché pedala fino all'ufficio dove trasborda venti quintali di cazzate stampa dal magazzino alla bici e le carica alla bell'e meglio sul mezzo (errore n. 2: le vere gnocche non svolgono mai lavori fisicamente pesanti, si rovinerebbero manicure e messinpiega). Poi riparte alla volta della fiera tirando come un somaro e sbuffando come un toro (errori n.3 e n. 4: le vere gnocche non tirano come somari e non sbuffano come tori, perché, s'è detto, le vere gnocche non fanno mai lavori fisicamente pesanti). Giunta a destinazione lega la bici a un palo e traghetta i soliti venti quintali di cazzate dalla bici allo stand, presumibilmente inciampando e rischiando la noce del collo una ventina di volte (errore n. 5: le vere gnocche fanno un'entreè degna di un vip, ancheggiando sui tacchi, chiavi della Mini ancora in mano e cellulare Motorola D&G Limited Edition che squilla a ritmo dell'ultima hit di Eros, il loro cantante preferito fin dalla prima media).

No, non ci siamo, non sono credibile.
Anzi, ditelo, faccio ridere, ma quel riso amaro che suscita chi pretende a tutti i costi di recitare un ruolo non suo. Un po' come se Fantozzi fosse diventato, all'improvviso, megadirettore.
Mi coprirò di ridicolo e lo so. Una cosa da stringere il cuore.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:43:00 PM | Permalink | 8 comments
Motor Show.
A parte il fatto che averlo nominato qui incrementerà il numero di accessi casuali (fra i quali spero vivamente che non ci siano i miei colleghi), non vedo altro motivo per non sperare che il quartiere fieristico crolli miseramente durante la manifestazione, seppellendo fra le macerie le orde di adolescenti arrapati e brufolosi che costituiscono il 99% dei visitatori.
Lo odio.
Lo odio in teoria e in pratica.
In teoria perché, primo, vedere tutta 'sta gente che a mala pena arriva a fine mese sbavare davanti a macchinone tirate lucido non è che susciti una gran opinione del genere umano, soprattutto per quanto riguarda la particolare declinazione dell'italiano medio. Secondo: perché l'idea di accostare queste patatone scosciate alla macchinona di turno mi fa venire i brividi. Premesso che io odio le false femministe che stanno sempre a ribadire che "noi donne" (e se poi le state a guardare, vi accorgete che sono le prime che si sdraiano a tappeto), lo spettacolo di queste patatone trasformate in oggettistica di lusso e piazzate a corredo della macchina di lusso - come a suggerire che se vi comprate quella macchina lì non dovrete aspettare molto prima che il destino vi recapiti la gnoccona - mi mette in grande imbarazzo. Non so, mi sento come se in fondo, in tutti questi anni di pretesa parità, fossimo solo riuscite ad ottenere che si paghi un prezzo più alto nel caso l'oggetto sia di qualità. Ma sempre di oggetto si tratta.
In pratica, perché per dieci giorni dieci mi toccherà stare infilzata su tacchi vertiginosi a corredo di una minigonna vertiginosamente corta imposta dalla direzione che, nella persona della Bara, la scorsa settimana mi ha informato che: "Benedetta, il tuo compito sarà quello di raggio di sole: dovrai coniugare le mansioni di addetto stampa con quelle di fanciulla benvestita e sorridente". Dove benvestita significa "poco vestita", mentre "raggio di sole" mi sembra mostri una certa vicinanza concettuale con il più sputtanato ed esplicito "velina".
Ora, dal momento che sono alta un metro e cinquantotto centimetri, e nemmeno con un gradino sotto i piedi potrei eguagliare le patatone mie dirimpettaie, deduco che la scelta di affibbiarmi questo simpatico ruolo sia stata determinata dalla laurea in filosofia. O forse è così: tirchi come sono, non ci pensano nemmeno a pagare due persone, una che faccia la standista (due metri di gambe, quattro chili di tette e tutto il necessaire) e un addetto stampa (eloquio frizzante, cultura sufficiente almeno per evitare figurazze), mi hanno eletto Accettabile-Via-Di-Mezzo: mi perdonano la mancanza di venti centimetri di gamba in virtù della mia capacità di esprimermi con suoni intellegibili ad orecchio umano. Ovviamente, il fatto che io sia conciata come la standista dei poveri non impedirà alle mie simpatiche colleghe di farmi fare, all'occorrenza, il facchino.
Riassumendo: i prossimi dieci giorni comporteranno una serie interminabile di figure di merda, faticacce e incazzature. Fate così: domenica prossima, mentre vi riposate davanti al caminetto, immaginatemi così agghindata in quella selva umana e rivolgetemi un pensiero di solidarietà.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:57:00 AM | Permalink | 10 comments
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