28 novembre 2007
E' comparso un alberino di Natale qui al CSM. Uno di quegli alberini tristi prefabbricati, preaddobbati, preinnevati, plasticosi. Ai rametti di quest'alberino sono impiccate quattro palline spennellate di una polverina bianca, che ricorda più la cocaina che la neve, e due regalini finti che si contendono il primato della tristezza con due campanelle più grosse dell'albero.
L'alberino è opera della PsycoCentralinista. Bofonchiando "Ovmai è avvivato Natale, ci vuole l'albevo. Cevto, l'albevo è quello che ci vuole. Pvendo l'albevo, si, pvopvio l'albero" e dondolando come suo solito, l'ha riesumato dalla sua tomba di cartone e l'ha piazzato nell'ingresso senza manco spolverarlo.
Quando l'ho visto stamattina, m'è venuto un colpo. E in testa ho sentito quella canzoncina irritante della tivvù che fa "E' Natale, è Natale si può amare di piuuuuuuuuuuuuuuuù" e, anche se non c'entra niente, ho immaginato quell'odiosa bambina riccia del mulino bianco col cappello da Babbo Natale. Poi sono passata a immaginare gli agghiaccianti pranzi di Natale a cui ci costringe ogni anno SS. In genere il 22 o il 23 dicembre ci ritroviamo tutti intorno a una tavolo, imbandito come se fosse l'ultimo pranzo prima di andare in guerra, e tutti che sorridono e si ingozzano come tacchini. Tutti che si fanno gli auguri, i più arditi tirano fuori pacchettini per i colleghi. Che odiano, beninteso. Che per tutto il resto dell'anno, quando amare ed essere gentili non è un obbligo ma una scelta, maltrattano senza pietà. E più ti vedono arrivare in ufficio strisciante e più picchiano con violenza.
Persino i pistolotti antinatalizi come quello che ho appena fatto hanno rotto le balle. Noi cinici davanti al caminetto a rimuginare con le mani in tasca sul consumismo e il significato che non c'è e mumble mumble. Pure i pandori mi hanno scocciato, e quelle canzoncine che inneggiano all'amore e al volemose bene che siamo tutti fratelli. Poi, dopo che se semo voluti bene per due settimane e siamo affogati nei trigliceridi, riprendiamo a scannarci come belve feroci.
Arrivo al punto: cosa c'entra l'amore? perchè scomodiamo una cosa come quella, quando di altro si tratta? che bisogno c'è di smenarcela con la storia che ci dobbiamo volere bene? Scelgo io a chi volere bene e di sicuro non sarà per quindici giorni l'anno in un tripudio di stelline e lucine colorate. Qualche volta, le persone a cui vuoi bene, le odi pure; altre volte si fa fatica, a voler bene, che non è facile e le stelline sono proprio fuori contesto.
E poi che senso ha promettere di essere buoni, se in realtà stiamo solo ripulendo il fucile? Dico non sarebbe più semplice per tutti mettere le carte in tavola? Ci sediamo intorno a un tavolo e ci diciamo "ok, tendenzialmente la nostra natura ci porterebbe a estinguerci a revolverate e non è detto che prima o poi non ci arriveremo", ma, per ora, l'idea è salvare il salvabile, perciò cerchiamo di fare i buoni e metterci d'accordo su due o tre principi di massima. Chi sgarra, finisce in galera dopo opportuno processo. Poi della vostra coscienza fate un po' quel che vi pare, amate chi vi pare e, se non ne avete voglia, non amate proprio nessuno che non è obbligatorio e comunque non ci guadagnate niente. Basta che fate i bravi e lasciate a casa le armi.
Poi se vogliamo mangiare un panettone non ce lo vieta mica nessuno, ma per carità, basta con questa pippa del natale e dell'amore e della famiglia che sorride intorno all'albero.

Ieri, dopo aver esposto questa mia teoria, e aver concluso "ma magari sono io che sono un po' inquieta", mi son sentita rispondere: "Tu un po' inquieta?Altro che inquietudine, direi che c'hai uno tsunami in testa". Eppure mi sembrava così lineare...


 
co.co.prodotto da Atipica at 2:39:00 PM | Permalink | 4 comments
27 novembre 2007
Ecco, ieri m'è arrivata 'sta cosa via mail. Con dedica: "Alle carampane della mia generazione". E per restare sul tema della carampana, stamattina ho pure scoperto un capello bianco, fiero e ritto al centro della testa come un carabiniere sull'attenti.
Siccome sospetto che tutti quelli che perdono tempo a leggere le mie scemate quotidiane veleggino intorno ai trenta, la dedico anche a voi. Vi avverto, è una scemata, ma un po' di malinconia la fa venire.

Noi che la penitenza era 'dire fare baciare lettera testamento (allora, la scena classica era che tu sceglievi baciare perché c'era uno che ti piaceva - il ripetente di terza media, il più scemo di tutti, nonché il più amato da te e le tue amiche - e puntualmente ti mandavano a baciare il più cesso che c'era, quello con l'apparecchio e i brufoli);
Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva (a me non li hanno mai allungati: perché dopo una settimana che ce li avevo, nel bel mezzo di una piroetta in salotto, sono atterrata su mia nonna che s'è rotta il braccio. Risultato: corsa al pronto soccorso e pattini requisiti e mai più restituiti);
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo (dopo un po' siamo andati oltre: ci lanciavamo giù da una discesa a picco con una bici appositamente privata dei freni. In fondo alla discesa c'era una strada in cui passavano le macchine e subito dopo un muro. Figo era chi portava a casa l'osso del collo);
Noi che il Ciao si accendeva pedalando (quando si accendeva);
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico in casa (poi venivamo invitati a salire e la nonna dell'amico ci ingozzava come tacchini da brodo. Un mio amico, tale Massimiliano, aveva una nonna soprannominata la Gelataia. Figo era chi riusciva a sopravvivere alla caghetta provocata dai quintali di gelato che quella ti costringeva a ingurgitare);
Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella...(a tressette e biliardino - calcio balilla, calcino, chiamatelo come vi pare, ma quello è - e, se per caso tale Federico riteneva che fosse colpa mia se perdeva la partita, la rivincita e la bella della bella della bella, prendevo tanti di quei cazzotti che ancora me li ricordo. Per istinto di sopravvivenza, puntavo a non perdere),
Noi che giocavamo a 'Indovina Chi?' e conoscevamo tutti i personaggi a memoria
Noi che giocavamo a Forza 4 (Tutti hanno un piccolo grande trauma infantile: non aver mai vinto una partita di Forza 4 ed essere chiamata ciccio pasticcio dal mio primo grande amore mi hanno segnato in modo irrimediabile);
Noi che giocavamo a nomi, cose, animali, città.. (e la città con la D era sempre Domodossola, ma a me veniva in mente sempre dopo che l'aveva scritto qualcun altro. Quando dici la prontezza);
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l'album Panini (in compenso avevo una fila di doppioni che cercavo di smerciare con le più bieche strategie);
Noi che avevamo il 'nascondiglio segreto' con il 'passaggio segreto' (però, quando mia nonna non mi trovava, quello era il primo posto in cui andava a cacciare il naso);
Noi che giocavamo a 'Merda' con le carte;
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la bic (qualche volta il mangianastri le digeriva anche e ce le restituiva distrutte solo dopo lunghe trattative);
Noi che avevamo i cartoni animati belli (ma anche no);
Noi che 'Si ma Julian Ross se solo non fosse malato di cuore sarebbe più forte di Holly e Mark Lenders...' (Julian Ross, quell'animo delicato, è sempre stato più figo di quell'avanzo di suburbia di Mark Lenders. Si vede che già allora soffrivo della Nevrosi della Crocerossina: il mio grande amore era Andrè di Lady Oscar, ma solo dopo che era diventato cieco. Col tempo questa mia insana passione per l'infermità si è sublimata in un'ancor più insana passione per l'infermità mentale);
Noi che guardavamo 'La Casa Nella Prateria','Candy Candy' e 'Giorgie' anche se mettevano tristezza (soprattutto Candy Candy. A parte essere un'orfana cresciuta con le suore - che sarebbe già abbastanza per farti diventare un serial killer di bambine bionde coi codini, c'è il fatto che codeste suore non si sono manco prese la briga di darle un cognome decente. Tocca il fondo quando Terence la molla per rimettersi con l'ex fidanza a cui era franato addosso un palo della luce);
Noi che le barzellette erano Pierino, il fantasma formaggino o un francese,un tedesco e un italiano (però non facevano ridere);
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia (dipende sempre da chi lo dava);
Noi che si andava in cabina a telefonare (ma il più delle volte erano rotte, ti mangiavano il gettone e ti facevano una pernacchia. A proposito, vi ricordate i gettoni?);
Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto;
Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della Coca Cola con l'albero;
Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo (ma tanto non c'arrivavo mai, alle nove e mezzo dormivo come un tasso);
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo (una volta la Signora Pasqualina ci aspettò dietro la finestra e, quando le suonammo il campanello, lesta come una faina ci rovesciò addosso una secchiata d'acqua gelata. Mai più suonato il suo campanello);
Noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevano il mercuro cromo, e più era rosso più eri figo (un bel giorno il mercurocromo era finito e mia nonna mi rovesciò sul ginocchio un ettolitro di tintura di iodio marrone e puzzolente. Fu la prima volta che bestemmiai tutti santi del calendario);
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna ed eravamo sempre sorridenti (si, ma a sorridere erano quelli che facevano le corna, non quelli che le avevano. Un po' come adesso, insomma);
Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo da casa in tuta;
Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli (a otto anni mio padre mi venne a prendere e io, sdegnosa e pure un po' offesa da questa sua iniziativa, gli dissi "che ci fai qua? non sono mica una bambina!");
Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava 2 (ma anche 3);
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore (a meno che non avessi imparato a falsificare opportunamente la firma di entrambi i genitori. Per evitare i ceffoni di cui sopra, ho imparato presto);
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google ;
Noi che il 'Disastro di Cernobyl' vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina;
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio (ma, almeno nel mio caso, non era detto che si rientrasse la sera, per le ragioni di cui al punto 3);
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso;
Noi che sapevamo che erano le 4 perchè stava per iniziare BIM BUM BAM;
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perchè c'era Happy Days (immagino di essere l'unica che aveva un debole per Ralph Malph);
Noi che il primo novembre era 'Tutti i santi', mica Halloween;
Noi che a scuola con lo zaino Invicta e la Smemoranda;
Noi che all'oratorio le caramelle costavano 50 lire;
Noi che si suonava la pianola Bontempi (no, io suonavo il pianoforte vero. Con risultati pressochè identici a uno che prende a sprangate una batteria di pentole, ma insomma, fa figo lo stesso);
Noi che la Ferrari era Alboreto,la Mc Laren Prost, la Williams Mansell, la Lotus Senna e Piquet e la Benetton Nannini;
Noi che la merenda era la girella e il Billy all'arancia (no, io ho mangiato il buondì Motta al cioccolato ogni sentissimo giorno di tutti i santissimi anni delle santissime elementari. Avevo le papille gustative in decomposizione. Il primo giorno di prima media mi sono rifiutata di andare a scuola finché non mi veniva cambiata la merenda. E' stata la mia prima vertenza sindacale);
Noi che le macchine avevano la targa nera..i numeri bianchi..e la sigla della provincia in arancione;
Noi che guardavamo allucinati il futuro nel Drive In con i paninari (mi piaceva Hasfidanken... Come si scrive secondo voi, Hasfidanken?);
Noi che il Twix si chiamava Raider e faceva competizione al Mars (era pure più grosso, il Raider. Adesso fanno porzioni per conigli);
Noi che giocavamo col Super Tele perchè il Tango costava ancora 5 mila lire e.. 'stai sicuro che questo non vola...' (e invece volava pure quello);
Noi che le All Star le compravi al mercato a 10.000 lire (e dopo due giorni puzzavano come le fogne di Bombay);
Noi che avere un genitore divorziato era impossibile (ma, in taluni casi compreso il mio, anche auspicabile);
Noi che tiravamo le manine appiccicose delle patatine sui capelli delle femmine e sui muri (a me, nei capelli, m'hanno appiccicato una big bubble. Ed è partita la seconda sequela di bestemmie della mia vita);
Noi che abbiamo avuto tutti il bomber blu, nero, argento e verde con l'interno arancione e i miniciccioli nel taschino.
Noi che se eri bocciato in 3 media potevi arrivare con il Fifty ed eri un figo della Madonna (sempre se mia mamma non m'ammazzava prima).
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:11:00 AM | Permalink | 9 comments
26 novembre 2007
Adesso una nota di precarietà familiare. Io, i miei genitori, non li capisco più. Li capivo di più quando avevo diciassette anni, il che può voler dire tre cose:
1) Sto vivendo una specie di adolescenza assai peggiore della prima in quanto in netto ritardo sulla tabella di marcia condivisa dalla maggioranza;
2) I miei genitori hanno subito un'involuzione tradizionalista che fa letteralmente a cazzotti con il loro passato;
3) A diciassette anni ero un'imbecille.

Veniamo al dunque: mia mamma passa le giornate a disperarsi perché sua sorella vedova si sposa. Anzi, non perché si sposa, ma perché lo fa nel paesello sotto gli occhi di tutti. Ora, io più vado avanti e meno capisco, quindi può essere che mi stia progressivamente rincitrullendo, ma qualcuno sa dirmi che c'è di male se una vedova si sposa? Certo, la faccenda è godibile sotto molti aspetti, soprattutto perché la sposina settantenne, con gli occhi a cuoricino, non fa mistero di aver acquistato un set di completini intimi per l'ottuagenario neosposo; perché si mandano gli sms della buonanotte e, siccome lei è sorda, tiene la suoneria a livello trombe di Gerico cosicché tutto il condominio possa partecipare al di lei struggimento quando arriva il bacio della buonanotte; perché lui si presenta a casa mia per chiedere la mano di mia zia all'unico maschio della famiglia e, alla notizia del nulla osta, poco ci manca che scoppi in lacrime. Insomma, una risatina maliziosa può scappare. E pure il famoso commento al vetriolo "Alla sua età, e dopo aver seppellito un marito, ancora non s'è stufata?". Ma cosa c'è da essere depressi e rimuginare tutto il santo giorno su cosa dice il paese? Quando mai mia madre s'è preoccupata di quello che dice la gente? Le importava talmente poco che che da bambina l'avrei strozzata: alle elementari mi prendevano tutti in giro perché non avevo fatto la comunione "perché tuo padre è comunista" e, quando tornavo a casa in lacrime e glielo raccontavo, quella mi rimproverava di essere una pecora che segue il gregge e mi diceva che la diversità è qualcosa di cui andare fieri. "Sai che palle se fossimo tutti uguali" sentenziava, chiudendo per sempre l'argomento. Io, che a dieci anni avrei tanto voluto essere uguale agli altri, ma così tanto da scomparire nell'immenso mare dell'umanità, odiavo con tutte le mie forze lei e i suoi atteggiamenti da suffragetta. E adesso mi ritrovo a dirle ciò che lei diceva a me: solo che, invece di rimanere impalata a bocca aperta, quella mi risponde con la determinazione che la contraddistingue di non romperle le palle con questi atteggiamenti posticci da post-suffragetta fuori tempo massimo. Ma vi pare?

Veniamo a lui, mio padre, il sessantottino-fallito-depresso-incompreso-solo-e-tormentato. Quando ero piccola me la smenava continuamente con la storia dello spirito critico e dell'indipendenza. Le chiese, bisogna guardarsi dalle chiese, quelle religiose e non. Spirito critico, ecco cosa ci vuole. Pensare con la propria testa, cercare di capire le debolezze umane perché sono anche le tue, analizzare, leggere, leggere, leggere, leggere. E quando gli pareva che preferissi vivere anziché passare la vita seduta sulla riva di un fiume con un libro in mano e la testa appoggiata al gomito, giù una pugnetta memorabile. E non parliamo della televisione, quando ero piccola era il demonio fatto scatola. Ora si lamenta che non guardo mai un programma intelligente. E quando gli dico che in linea di massima proprio non guardo mai un programma, mi inchioda mezz'ora dicendomi che certi miei integralismi proprio li non capisce. O, se capita che io gli parli di un libro che ho letto o della fatica che certe volte provo a stare al mondo, taglia corto perché deve andare a guardare qualche cagata alla tivvù.

Lo so che in fondo non vi interessano queste micragne familiari, ma - capite - già non è che io mi senta integratissima, ma proprio adesso che sono diventata vagamente simile a quello che loro volevano che diventassi; proprio ora che mi sembra in qualche modo di meritare la loro stima; mo' mi si devono rincoglionire i genitori?
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:25:00 PM | Permalink | 10 comments
Non so se vi è mai capitato, di sognare a occhi aperti il futuro grandioso che vi riscatterà dalle miserie in cui pasteggiate ora. Tipo l'altro giorno: alle quattro del mattino me ne tornavo a casa in bici dopo una festa di compleanno, arrancando in salita mentre le macchine mi rombavano accanto. Mini Cooper maraglissime, Nuove Cinquecento piccole quanto costose, rombanti macchinoni e SUV d'ogni genere che persino a dei neuroni istupiditi dall'alcol viene da pensare "ma non c'era la crisi?". Poi, con i salti logici tipici dei cervelli in stato d'ebrezza, sono passata a sognare la mia riscossa. Una mattina nebbiosa in cui non sembrano esserci alternative all'uscita dalla finestra (siamo al quinto piano), ricevo una telefonata. E' un editore, celeberrimo, granderrimo, famoserrimo, uno di quelli che quando ti pubblicano poi ti sbattono direttamente sui manuali di letteratura per il Liceo senza passare dal via. Bene, costui col tono di chi si sente una divinità, mi dice: "sai, ho letto il tuo blog: hai talento baby (diceva baby nel sogno, e allora?), che ne dici di farci un libro?". Ovvio che cado in ginocchio ringraziando il Dio a cui non credo, anzi ringraziandoli tutti gli dei a cui non credo- tanto visto che non ci credo, non vale la pena di inimicarsene qualcuno che poi magari s'incazza - e senza alcuna puzza sotto il naso da intellettuale di sinistra (soprattutto perché la sinistra non si sa più cosa sia - e se ci sia - e un intellettuale-e-punto è comunque uno a cui manca qualcosa) opero tutte le modifiche che il Dio Editore mi chiede. Poi finisco in libreria, e tutta Italia corre a comprare il mio libro. In breve tempo divento il caso editoriale dell'anno e tanti saluti al CSM. Me ne vado sbattendo la porta. E poi, mentre la critica sbrodola lodi al mio indirizzo, io accumulo royalties da fare schifo. Praticamente passo le giornate a contare i soldini, ma soprattutto a immaginare i miei colleghi, lividi di rabbia e d'invidia, ciucciarsi il calzino.
Dopodichè il mio futuro di grande scrittrice è segnato. Al secondo libro stabilisco che è giunto il momento di tirarmela e quindi sparisco dai salotti in tivvù e mi ritiro in una casa in montagna coi gatti (tanti gatti e tutti quadrupedi), ormai pronta per il Nobel. A quel punto hanno reinventato la sinistra e io posso comprarmi degli occhialetti d'oro alla Gramsci e calarmi nel ruolo di intellettuale di sinistra.
E' becero, lo so. Ma becera è la situazione in cui mi trovo e becere le persone con cui ho a che fare, quindi becera dev'essere la vendetta e becero il sogno di essa. E se non avessi rischiato di farmi schiacciare da un SUV che mi riportato coi piedi per terra a colpi di clacson, avrei condito il delirio con una serie di particolari pecorecci tipo me al Maurizio Costanzo, me che do consigli per diventare scrittori ai giovinastri di Maria de Filippi, me alla Feltrinelli che, sotto Natale, firmo copie al pubblico in deliquio mentre La Bara, che per due anni mi ha ridotto a timbrare volantini e contare fotocopie, assiste nell'ombra, verde di bile come Crudelia Demòn.

Credo che la mia intelligenza sia ai minimi storici. Io lo dico sempre che stare qua dentro m'ha reso peggiore.



 
co.co.prodotto da Atipica at 1:10:00 PM | Permalink | 9 comments
23 novembre 2007

Non si può essere co.co.pro tutta la vita. 36 mesi, dice il governo di sinistra, bastano e avanzano. Il 31 dicembre scadrà il mio quarto contratto: 1 di nove mesi e 3 di sei mesi per un totale di 27 mesi di precariato solo al CSM. Siamo in zona rossa e la consulente del lavoro ha avvisato SS che si corre il rischio che qualcuno senta puzza di bruciato. Che poi sarebbe come accorgersi che qualcosa brucia quando ormai il fuoco s'è spento ed è rimasta solo la cenere, ma si sa che in Italia siamo lenti. Così mi hanno guardato in faccia ad agosto e mi hanno detto "non sei più rinnovabile, bisognerà trovare altro".
L'estate è finita ed è arrivato l'autunno. E tra un po' pure quello se ne va in gloria per lasciare il posto al gelido inverno. E d'inverno, senza il sole a darti una pacca sulla spalla, certi rospi si digeriscono peggio.
Stamattina arrivo e trovo la Trimurti (Spia - Bara - Kapò) ad attendermi con un'espressione severa e un po' seccata.
"Dobbiamo parlare del tuo contratto" esordisce La Bara.

"Ditemi, sono tutt'orecchi"
"Ecco, non sei rinnovabile"
"Questo si sapeva"
"Ma la consulente del lavoro dice che i contratti nuovi li controllano di più dei vecchi"
"Si, e quindi?"
"Quindi..."
"Io
eviterei la partita IVA, se non vi dispiace" preciso.
"Sozzia Benny, la solita sindacalista del cazzo!" commenta La Kapò.
"Quindi" prosegue La Spia visibilmente irritata dalla mia precisazione "si tiene il co.co.pro."
"Ma hai appena detto che non è possibile..."
"Non è possibile nella stessa mansione..." l'occhio della spia diventa una fessura azzurra e tagliente, il tono della voce si fa più basso, ma duro e aggressivo "perché due anni sono sufficienti per capire se sai fare l'addetto stampa. Ma è possibile in un'altra mansione, perché quella non è detto che tu la sappia svolgere. In caso di controllo, si può sempre dire che per questo nuovo compito devi essere formata perché fino al giorno prima facevi altro"
(Ma dove studiano i consulenti del lavoro, a Birkenau?)
Taccio. Non so quale sia la mia espressione, ma sono in piedi nell'ingresso, ho ancora il cappotto addosso e sento gli occhi schizzarmi fuori dalla faccia.
"E noi avevamo pensato..."
Silenzio.
"...che qui c'è molto bisogno di personale di segreteria. M. (La Bara) è una donna molto impegnata, una giornalista, e ha bisogno di una segretaria. Oltre tutto, anche su chi ha contatti con lei farà un’ottima impressione che abbia una segretaria”
La Bara annuisce, accenna un sorriso soddisfatto. La Kapò si guarda le unghie e controlla la manicure fatta di fresco.
“E non scrivo più?” domando.
“Certo che scrivi: lettere di presentazione, di accompagnamento, aggiornarai i database, poi magari qualche news ogni tanto te la facciamo scrivere…” continua la Spia “Insomma, la segreteria dell’ufficio stampa sarà sulle tue spalle. Tanto gli articoli che scrivevi per la rivista non sono importanti, può scriverli lei con il tempo che guadagna non dovendosi più occupare dell’organizzazione e dell’operatività”.
“Lo stipendio resta sempre quello?”
“Oh, certo, non ci sono le condizioni per darti un aumento” taglia corto la Bara.

Così, se non salta fuori dal cappello un lavoro entro tre settimane, dal 31 dicembre sarò la nuova segretaria della Bara. Vorrei prendere la mia laurea in filosofia, ridurla a brandelli e ingoiarla. E non sentirne mai più parlare.

In testa ho un solo pensiero: pagherete caro, pagherete tutto.

 
co.co.prodotto da Atipica at 12:04:00 PM | Permalink | 15 comments
21 novembre 2007
Apro Outlook, scarico la posta. Umore sotto le scarpe, scarsa disposizione all'ironia, mondo in gran dispitto. Inutile scomodare Freud per descrivere il mio stato d'animo, cinque parole sono più che sufficienti, che quando sto così adoro la sintesi, il silenzio e coloro che lo praticano a livello agonistico.
Fra le centinaia e centinaia di e-mail in cui Il Feretro ripete sempre le stesse cose senza nemmeno prendersi la briga di cercare sinonimi, una missiva del Direttùr ansioso di riaffermare la sua autorità alla vigilia del Motor Show perché a nessuno venga in mente di rubargli la scena. Allegandoci l'invito alla conferenza stampa di presentazione del succitato supplemento di Golgota annuale, ci comunica che: QUALCUNO DI VOI BISOGNA PROPRIO CHE CI SIATE.

Ho deciso: ora raccolgo questi preziosi contributi alla demolizione sistematica della lingua italiana in un blocco e, se proprio a dicembre mi va male e resto senza lavoro, pubblico "IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO PARTE II. Sottotitolo: i giornalisti e la grammatica, un conflitto irrisolto".



 
co.co.prodotto da Atipica at 11:22:00 AM | Permalink | 1 comments
20 novembre 2007
"Se fossi un'inguaribile ottimista, penserei che il futuro dell'Italia è piuttosto grigio". L'ho letto ieri da qualche parte e, manco a dirlo, sono d'accordo.

Qui all'inferno è arrivato uno stagista. Figurarsi se SS non coglie la preziosa occasione di ricevere manodopera gratuita di tutte le scuole del regno. Diciottenne, assonnato, vestito come un cretino che abbia lavato i vestiti nel frullatore (ma meglio che se fosse leccato e rigido, questo di sicuro), affamato come un lupo dopo la carestia, col viso flagellato da brufoli di evidente origine ormonale ma non dalle rughe di espressione, il ragazzino ha varcato i cancelli dell'Ade ieri mattina. Ha un'espressione così infantile che fa tenerezza, ogni volta che lo vedo vorrei dargli una pacca sulla spalla e sussurrargli "non sono mica tutti così, gli adulti", giusto per scongiurare il rischio che si spari prima di compiere 20 anni.
Costui studia grafica in una scuola bolognese a gestione pretesca. E i preti, che son gente concreta, spediscono gli studenti degli ultimi anni a imparare il mestiere in azienda. E hanno ragione: perché perdere tempo sui libri? Meglio imparare un mestiere che almeno ti dà da mangiare. Così, fra l'altro, non ti levano il gusto di farti due risate quando, a 30 anni, mentre impagini un libro di storia medievale, scopri che nella notte dei tempi i bambini si era soliti chiamarli Autari, Agilulfo, Galla Placidia, Pipino.
In poche parole, l'imberbe viene spedito a fare uno stage di un mese e mezzo. Alla fine del periodo, il Grafico scrive un bel giudizio sul diciottenne che, brevi manu, lo consegna i preti affinché possano sbatterlo tal quale nella pagella di fine quadrimestre. Ovviamente, in quel mese e mezzo, l'aspirante grafico non ha nemmeno mai acceso un mac. In compenso ha annaffiato le piante, risposto al telefono, fatto le fotocopie, confezionato cartelle stampa, timbrato volantini, leccato francobolli e affrancato buste. Di quando in quando ha chattato con la Kapò, che sennò s'annoia. La fanciulla in stage l'anno scorso ha pure passato dieci giorni al Motor Show, a farsi fotografare minigonnata e incipriata sopra gli scooter a bioetanolo, dopo essere stata espressamente autorizzata a compiere codesta preziosa esperienza formativa dalla pretesca direzione scolastica. Poi dici che la Chiesa non sta al passo coi tempi. E dopo un mese e mezzo speso in queste attività, utilissime per l'apprendimento dei segreti della grafica, costei incassò un giudizio negativo da parte del nostro Grafico perché non aveva mostrato spirito d'iniziativa, sensibilità artistica e, francamente, anche la creatività aveva lasciato un po' a desiderare. E il nostro grafico, dall'alto della sua esperienza, ritiene che la creatività sia una qualità importante per chi vuole fare il suo mestiere. Condivisibile. Solo che, quando gli domandai come si può dimostrare di essere creativi rispondendo al telefono, mi accusò di essere troppo buona coi bambini. E di difendere colei solo perché mi era simpatica.
"Sarai una pessima madre" vaticinò.
Ora vi domando, sono io che attraverso un periodo nero o in questo paese tutto è diventato una presa per il culo, un teatro dei pupi?
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:57:00 AM | Permalink | 4 comments
16 novembre 2007
Concludo la settimana con una lista di desideri. Alcuni realizzabili, altri meno.

  1. Vorrei vivere in un paese dove la temperatura non scende mai sotto i 20 gradi. Perché mi piacciono i vestiti estivi, l'odore dell'estate e odio avere i piedi freddi.
  2. Vorrei non avere a che fare con questi imbecilli. Perché mi hanno stufato e ogni giorno esco da qua un po' più stanca.
  3. Vorrei guardare meno e vivere di più. E se proprio ho voglia di guardare qualcosa, vorrei che fosse la tivvù e non la mia vita.
  4. Vorrei aver studiato di più all'Università.
  5. Vorrei non aver paura delle persone intelligenti.
  6. Vorrei trovare il telecomando della mia vita e cambiare canale. O spegnere.
  7. Vorrei essere più coraggiosa.
  8. Vorrei essere alta non meno di 1,65 e non più di 1,72, bionda e gnocca. Che il cervello è quello che ci vuole, ma la gnoccaggine non ha mai ucciso nessuno.
  9. Vorrei un motorino. Perché mi sono stufata di pedalare, pedalare, pedalare.
  10. Vorrei un gatto con quattro zampe.
  11. Vorrei mangiare un barattolo di nutella intero a cucchiaiate.
  12. Vorrei amare la solitudine.
  13. Vorrei vivere in un altro paese.
  14. Vorrei parlare cinque lingue, tra cui il tedesco. Mi piace un casino, il tedesco.
  15. Vorrei che esistesse Babbo Natale. Per chiedergli di trasformarmi in una gnocca bionda, alta non meno di 1,65 e non più di 1,72.
  16. Vorrei la faccia piena di lentiggini. Mi mettono allegria, le persona con le lentiggini.
  17. Vorrei dormire finché mi va la mattina.
  18. Vorrei avere un'idea e crederci, crederci, crederci, alla faccia di tutti gli scetticismi.
  19. Vorrei - ma non ne sono sicura - credere in qualcosa, il Grande Orologiaio, il Fato, Madre Natura, Dio. Ma soprattutto vorrei poter credere che, chiunque fosse, quando ha creato l'uomo sapeva quel faceva e non era ubriaco.
  20. Vorrei che oggi succedesse qualcosa di bello. E imprevisto.
  21. Vorrei che anche domani succedesse qualcosa di bello e imprevisto e la vita non fosse questo colossale e prevedibile spaccamento di balle.
  22. Vorrei appendere in camera poster di spettacoli teatrali, manifesti di vecchi film, di concerti storici. Vorrei che la mia camera somigliasse a quelle che si vedono nei film sugli studenti degli anni '70.
  23. Vorrei essere integrata, in questa o in un'altra società.
  24. Vorrei mangiare un cartoccio di caldarroste.
  25. Vorrei conoscere un sacco di musica.
  26. Vorrei saper ancora suonare il piano. E magari pure la chitarra.
  27. Vorrei avere di nuovo 18 anni. E vorrei averli per una trentina d'anni.
  28. Vorrei che il mio telefono suonasse in continuazione.
  29. Vorrei avere un sacco di gente a cui telefonare. Per par condicio.
  30. Vorrei andare a bere una birra, stasera.
  31. Vorrei essere la protagonista di un'altra storia.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:42:00 PM | Permalink | 23 comments
Ok, sono viva. A prima vista potrebbe sembrare una dichiarazione scontata dato che non sono vecchia né malata, ma in realtà è un miracolo. Perché ieri sono stata vittima della Grande Congiura degli Oggetti, un'esperienza allucinante che si verifica quando qualunque oggetto presente nel raggio di cinque chilometri tenta volontariamente e caparbiamente di uccidermi. Gli individui attenti e composti ne sono immuni ma, si sa, io sono la persona meno attenta e composta che abbia mai calpestato la crosta terrestre. Ciò comporta che il mio rapporto con gli oggetti sia, già in giornate normali, inficiato da un conflitto tutt'altro che latente: sono il bersaglio preferito di spigoli, fili pericolosamente tesi, sportelli, porte (per non parlare delle porte a vetri che non si vedono) che si divertono a marchiarmi con lividi, tumefazioni, bernoccoli e graffi per 365 giorni l'anno. Ma il giorno della Grande Congiura degli Oggetti l'odio delle cose nei miei confronti cresce a dismisura e sopravvivere non cosa da dare per scontata.
Insomma, ieri mi alzo, mi trascino verso la cucina, prendo in mano la macchinetta del caffè, la svito. I soliti gesti automatici. Ad un tratto, però, la macchinetta prende vita, le due metà che la compongono schizzano via dalle mie mani e piroettano impazzite nello spazio spargendo lapilli di fondo e di caffè ovunque. Pure sul muso del gatto che, manco a dirlo, è scemo come me. La parte superiore della macchinetta cade a terra con violenza, il pirulicchio che serve per aprire il coperchio si spacca e un pezzo bello grosso e opportunamente appuntito mi colpisce sulla fronte. Voleva centrarmi l'occhio, ma non ha preso bene le misure, lo stronzo. Tiè.
Raccolgo, pulisco, metto il caffè sul fuoco. Prendo i croccantini del gatto e, mentre attraverso, la cucina la busta si sfonda e i croccantini si sparpagliano sul pavimento.
(Ma porca di quella brutta vacca!)
Li raccolgo, ma, mentre rimetto a posto la scopa, scivolo su una comitiva di croccantini fuggitivi e mi ritrovo col culo per terra, mentre quel cornuto del mio gatto si lecca i baffi pregustando l'abbuffata. Non ci sono spigoli nei dintorni, mi alzo illesa.
Esco di casa: slego la bicicletta, la guardo con diffidenza, ma quella mi sorride. Va bene, mi fido, sembra sincera e, soprattutto, mansueta.
Mentre pedalo sento un clang e poi avverto che pedalo a vuoto. Cazzo, la catena. Scendo, rimetto la catena, mi sporco opportunamente di grasso e vi lascio immaginare cosa comporta arrivare in ufficio sporchi di grasso nero. Terminata la procedura, balzo in sella (che ormai co' tutto 'sto casino sono pure in ritardo) e riparto.
Pedalo con diffidenza. Ok, funziona.
Pedalo.
Pedalo.
Comincio a cantare. Alla seconda strofa di "Mio fratello è figlio unico" la catena che serve per legare la bici ai pali si rompe, s'infila tra i raggi, mi blocca la ruota davanti. Spicco un volo degno di un'acrobata e mi spiaccico al suolo.
Vorrei essere morta, ma - aihmè - niente. E sono pure incolume. Mi alzo, tiro su il bolide, per caso alzo lo sguardo verso un autobus fermo e vedo l'autista che si sganascia dal ridere indicandomi con la mano.
Fanculo.
Dopo molte peripezie arrivo in ufficio. Tiro un sospiro di sollievo: al chiuso e senza mezzi di locomozione sotto il culo, le probabilità di morire di morte violenta si riducono notevolmente. Mentre penso, attraverso l'ufficio della Kapò, inciampo in un filo del computer e scaravento giù tutto eccetto il monitor. E, ovvio, stramazzo al suolo anch'io.
Tutto l'ufficio mi manda affanculo.
Per concludere vi basti sapere che, all'una di una notte polare, scopro con orrore di aver perso le chiavi di casa, telefono a colei che ne possiede una copia, la butto giù dal letto, intasco la giusta dose di infamie, vado a prendere le chiavi, torno a casa e, mentre sto per aprire la porta, casualmente infilo una mano in tasca. Cosa trovo, secondo voi?
Se non è precarietà questa...
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:03:00 PM | Permalink | 9 comments
14 novembre 2007
SS entra in ufficio trascinando le scarpe. Non è un buon segno. Preceduto solo dagli occhi fessurati e dal colorito livido (indice di una sessione di defecatio flagellata dalle emorroidi), trascinare le scarpe occupa uno dei primi posti nella lista dei segnali di pericolo sodomia.
Procede a passi lenti, molto lenti, lungo il corridoio. Arrivato davanti alla porta delle Stanze Padronali esita, ciondolando. D'un tratto prorompe in un grido che squarcia il silenzio: Giovannnaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!*
La Kapò accorre con la rapidità di un'ippopotamessa incinta appensantita da monili non proprio discreti.
"Dimmi" bisbiglia guardandolo da sotto in sù, un po' seduttiva, un po' supplice.
"Il plurale di specie"
"Come scusi?" la seduzione lascia il posto alla supplica allo stato puro.
"Voglio sapere il plurale di specie, la specie"
La Kapò si precipita verso il vocabolario, ansiosa. Mentre gira nervosamente le pagine chiede aiuto a La Bara e al Grafico.
"Cazzo, non c'è il plurale, vocabolario di merda!Aiuto, come si dice?" (è uno Zingarelli, per capirci)
"Boh" fa lui senza scomporsi "cazzo ne so!però se superficie si dice superfici, specie sarà speci"
"Certo" gli fa eco La Bara "si dice sicuramente così, mi sembra un ragionamento logico...e poi io ho sempre detto le speci di pesci"
"Ah oh" ribadisce il grafico "però il correttore di Word me lo sottolinea come sbagliato, com'è?"
"Non conoscerà la parola: sono certa che si dice speci" conclude La Bara
Timidamente, ma proprio timidamente tanto non mi danno mai retta, mi intrometto:
"Credo che specie sia come gente: un nome collettivo o qualcosa di simile. La specie indica già un insieme accomunato da caratteristiche simili, quindi non esiste il plurale. E' già plurale"
"Ma fffffigurati!" mi zittisce La Bara " e poi se F.R. chiede il plurale significa che esiste, il plurale, e bisogna dargli il plurale"
"Benny, non t'intromettere, la giornalista è lei, quindi scusami, ma mi fido di chi scrive per lavoro"
"Accomodati" concludo con un ghigno malvagio

Insomma, m'è tornato il buonumore.

*Ovviamente non si chiama davvero così, ma che volete, la prudenza non è mai troppa.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:16:00 PM | Permalink | 11 comments
Per le abitudini alimentari sono rimasta affezionata al modello scuola elementare: prima colazione con caffèllatte (il mio sogno sarebbe il Nesquiq, ma è della Nestlè e con quel nome non si può nemmeno fingere di non saperlo: il palato ne sarebbe felice, ma la mia coscienza noglobal non me consente) e brioscina calda e, alle dieci e mezzo, merendina. Nella mia testa sento ancora suonare la campanella. L'idea sarebbe quella di portare da casa una banana o una mela, ma a quell'ora è già tanto se non esco in ciabatte, figuriamoci se mi ricordo una banana. Così il più delle volte mi rassegno a sgranocchiare i crackers generosamente elargiti da SS (che però ci rifiuta il benefit del caffè). Ora, siccome tre quarti dei componenti dell'ufficio è in evidente sovrappeso e la maggioranza- ahimè - vince, gli unici crackers approvvigionati sono gli Integrali Misura, che sanno di compensato e hanno la consistenza di una tavola da surf. Per spezzarli o si hanno canini degni dell'uomo lupo o si ricorre alle lame rotanti di Goldrake. Funziona bene anche il raggio missile, ma radere al suolo tutta Bologna centro per mangiare un cracker mi pare un pelo eccessivo. Per me la Misura prende le mazzette dall'Albo dei Dentisti. Tra l'altro, fossi in loro, allegherei a ciascun prodotto un foglietto illustrativo in cui, alla voce controindicazioni, siano indicati in grassetto MASTICAZIONE RUMOROSA e DANNI PERMANENTI ANCHE SERI ALLA DENTIERA.
Insomma, alle 10 e 30, oggi, stesso copione di sempre: trillo della campanella interna, forsennata ricerca della banana/mela nella borsa, constatazione desolata della dimenticanza, conclusiva resa incondizionata ai crackers di compensato.
Fatto sta che mentre mangio placida, La Bara emette uno dei suoi stridii tipici, quelli con cui annuncia un imminente rompimento di coglioni.
"Benedetta, insomma!"
"Eh, che c'è? cos'ho fatto?"
"Fai troppo rumore!Mi fa veramente senso come addenti quei crackers!"
"Ma sono duri come il marmo!"
"Una vera signora non fa mai rumore quando mangia!Se per caso sei a cena con delle persone importanti, non puoi mica fare quel rumore!"
(Sì, signorina Rottenmaier!)
"Oh beh, io ceno solo con il sottoproletariato urbano, dovresti saperlo!"
"A volte mi meraviglio di quanto sei scontata e dozzinale"
Pronuncia quest'ultima frase stringendo gli occhi a fessura e abbozzando una smorfia che, nelle intenzioni, dovrebbe essere un sorriso. La Bara ha una caratteristica: quando sorride gli occhi formano una specie di mezzaluna ornata da una griglia di rughette, la testa si inclina leggermente a destra alla ricerca di un voluto effetto femme fatale, il naso si arriccia e gli angoli della bocca si piegano all'ingiù. La posa è così studiata che l'effetto, nel complesso, è una sensazione di freddo intenso accompagnato da brividi lungo la colonna vertebrale. Sembra una maschera del teatro dei pupi. E' questo che pensavo, mentre lei mi dava della dozzinale: questa donna non sa sorridere. E, di sicuro, è peggio che essere dozzinali e scontati.
Ora, tanto per stare tranquilla, alzi la mano chi riesce a mangiare un integrale Misura senza svegliare tutto il condominio.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:53:00 PM | Permalink | 6 comments
13 novembre 2007
Lei non vuole parlare male di nessuno, non è il tipo, e quello che ha nel cuore ha sulla lingua. Però c'è da dire che A.C. arriva sempre tardi, fa le telefonate personali dall'ufficio (lei infatti le sue chiamate personali le fa dal cellulare, peccato sia aziendale), poi non si veste bene e dovrebbe invece, lo dice per lei, che è una bella ragazza ed è un peccato che non si valorizzi.
Il Direttùr per carità, lo conosce da dieci anni e gli vuole un gran bene, ma è un ipocrita arrivista e pur di fare carriera passerebbe sul cadavere di sua madre. D'altronde, bisogna pur che qualcuno lo dica. Poi chi è quella specie di ameba che si porta sempre appresso? se lui vuole aver per compagna una pazza, affari suoi, ma non può portarsela alle fiere ed eventi di varia natura che si fa tutti una figuraccia davanti ai giornalisti. Poi è pure brutta, con quello sguardo spento.
La Kapò è un tesoro, davvero, sono più di dieci anni che la conosce e non ha mai avuto modo di lamentarsi. Certo se fosse meno aggressiva e gli sbalzi d'umore se li tenesse per se, sarebbe meglio. E se magari fosse meno pettegola e maldicente e qualche volta lavorasse invece di perdere tempo a fare giochini al computer, l'ufficio ci guadagnerebbe. Che lei parla sempre per il bene dell'azienda, mica per sé, che è a posto con la sua coscienza, di quella degli altri non si preoccupa. Però così fa perdere soldi all'azienda, tutto qua.
La PsycoCentralinista è una vecchietta sola e povera, bisogna compatirla, non mangiarle la faccia come fa La Kapò o disprezzarla come fa il Direttùr. Comprensione ci vorrebbe. Poi, se guardiamo la cosa sul piano aziendale, magari un soggetto meno disturbato ci sarebbe più utile, che quando c'è da galoppare quella lì non serve a niente. E' così incapace che non riesce nemmeno a mettere dei timbri sui depliant. In fondo, se SS vuol fare beneficenza è lodevole, ma dovrebbe farla a casa sua e sulla sua pelle. Perché lui prende i matti che non servono a niente per essere buono e poi chi deve sopportarli siamo noi.
La Spia è quella con cui va più d'accordo, diciamo che sono quasi amiche, perciò figurati se vorrebbe parlarne male. Però non è che uno può tapparsi gli occhi perché è un amico. Fra i doveri di un amico c'è anche quello di essere sincero. Da quando sta con Ursus è fredda e non è più aziendalista come una volta. Poi, resti tra noi, la faceva un po' più sveglia. Ma si, dai, non s'aspettava certo che perdesse il suo tempo con uno che a mala pena saluta quando entra. E che, fra l'altro, pare sia pure spiantato. Credeva che a 40 anni avesse capito che bisogna essere concreti nella vita e non inseguire il grande amore.
Lei avrà pure i suoi difetti, ma guardando gli altri a volte pensa di non esser così male. Almeno è sincera e non parla dietro le spalle, che nel nostro ufficio è una qualità assai rara. Io per esempio, non devo mica farmi illusioni, che davanti mi sorridono tutti, ma appena mi volto dicono che sono un tipo ben strano. Per non dire di peggio. E comunque non vuole riferirmelo, per non tradire la fiducia di chi ha parlato davanti a lei confidando nella sua discrezione. Mi basti sapere che non sono cose belle.
Beh, comunque, vuole farmi i complimenti, il mio ultimo articolo è scritto bene e ha notato che sono quella che SS corregge meno. Però adesso serve di più che timbri i volantini con la Psycocentralinista e le passi le news da scrivere: ci pensa lei, che in fondo il suo compito principale è il lavoro giornalistico.

Capite perché la mia massima aspirazione, ora come ora, è la sassificazione irreversibile dell'anima?
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:38:00 AM | Permalink | 9 comments
08 novembre 2007
Questa mattina, davanti alla macchinetta del caffè:

Il Manzo: "Sozzia Benny, cosa son quelle occhiaie?"
Io: "Il 31 dicembre scade il contratto, comincio a soffrire di insonnia da rinnovo"
Il Manzo: "Perché?"
Io: "Te l'ho detto, perché scade il contratto"
Il Manzo: "E allora?"
Io: "Forse temo che non venga rinnovato? Ti sembra un'ipotesi plausibile?"
Il Manzo: "E quindi?"
Io: "E quindi sono senza lavoro!"
Il Manzo: "E perché non dormi?"
Io: "Te l'ho detto, perché sono in ansia per la scadenza del contratto e ho paura di restare a spasso"
Il Manzo: "Beh, devi essere una persona molto sensibile allora"
Io: "Adesso che c'entra la sensibilità?"
Il Manzo: "Beh, se non dormi per così poco, devi essere sensibile. Fossero questi i problemi della vita!"
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:25:00 PM | Permalink | 8 comments
07 novembre 2007
E' stata una mattinata insolita.

La Bara: "Senti, senti! Muore dopo lunga malattia, Pinco Pallo, anni 48....accidenti!"
Io (con lo sguardo vacuo): "Mmmm, interessante..."

Passa qualche minuto, i miei neuroni sono nel vortice di una crisi d'identità (credono di essere fagiolini) quando La Bara mi domanda:
"E di questo che ne pensi? I familiari, distrutti dal dolore, annunciano la perdita del loro amato cugino Tizio Caio..."
"Scusa cosa significa che ne penso? Un tizio è morto e i familiari rendono noto al mondo che sono distrutti dal dolore, cosa c'è da pensare?"
"Lascia perdere, senti questo che meraviglia: i colleghi si uniscono al dolore della famiglia per la scomparsa dell'amato e compianto Fraccazzo da Velletri... Non lo trovi bellissimo? e fa proprio al caso nostro"
"Scusa, ma è morto qualcuno?"
"No, per carità, però il babbo di SS ha una certa età, così per essere previdente passo una mezz'oretta il giorno a leggere necrologi: ho fatto anche una cartellina sul server in cui salvo i più belli. Per prendere spunto nel caso... Lo sai che a SS piace l'efficienza"

Scommetto che La Bara, col primo stipendio, ha comprato un loculo. Col secondo, il marmo da mettere davanti alla tomba su cui, accanto allo spazio per la foto (che di certo ha già scattato) ha fatto incidere nome, cognome e data di nascita. Sarebbe stata più tranquilla se avesse potuto scrivere anche quella della morte, così tutto sarebbe stato pronto e non ci si pensava più, ma purtroppo non la conosce.
Questa donna è un capolavoro, Pirandello non avrebbe saputo fare di meglio.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:06:00 PM | Permalink | 0 comments
Per questa settimana abbiamo chiuso con la compassione, la consolazione paziente, i lucidi incoraggiamenti e gli svariati ideali umanitari. Si nasce e si crepa e nel mezzo ci si ammazza di fatica per perdere tempo facendo finta di guadagnarlo, e questo è tutto quello che ho voglia di dire sugli uomini.

Fred Vargas - L'uomo dei cerchi azzurri, Einaudi, 1996

Ecco, questo perché stava tornando il buonumore. D'altronde quando veniva distribuito l'ottimismo non ero in fila perché stavo raccogliendo margherite ma, anche se fossi Candide in persona, di questi tempi non schiatterei certo dalla voglia di ridere. Nemmeno di piangere. M'ammazza la noia, ecco tutto. M'ha spento e m'ha limato lo sguardo, che al massimo riesce a posarsi superficialmente su ciò che mi circonda per voltarsi dopo due minuti senza aver notato nulla. Urge una ventata di rinnovamento, signori, qualcosa che segni la fine fra prima e seconda parte, qualcosa di forte e possibilmente più duraturo di una sbronza. Però, col fatto che m'annoio, sono riuscita a partorire solo l'idea di espatriare. Che è decisamente un colpo di genio, però richiede una dose di organizzazione e tenacia che non mi appartiene. Nel senso che io sulle cose ci svolazzo, e mettermi oggi a organizzare qualcosa che diventerà concreto fra sei mesi richiede determinazione. E io sono una che oggi non si ricorda cosa aveva deciso di fare ieri. Figuriamoci inseguire un obiettivo. Pfui.
Scusate, vado a piangermi addosso con una sigaretta in bocca.


 
co.co.prodotto da Atipica at 11:49:00 AM | Permalink | 0 comments
06 novembre 2007
Non scrivo. Eccerto che non scrivo. Perché è una parola scrivere quando siete diventati un'appendice della fotocopiatrice. Che, per inciso, è capricciosa anche lei: tu le ordini (potrò ordinare almeno agli oggetti, no?) di pinzare al centro e lei pinza di lato. Tu la implori di fascicolare e lei se ne frega e non fascicola. E quando hai una necessità a dir poco vitale di fare una fotocopia (ti prego, fa' la brava, è una sola, una misera insificante fotocopiuccia, una bazzecola, ti prego fallo per me), che ne va della tua vita e ti pende sul capo un'umiliazione formato famiglia di SS, lei s'inceppa. E, in fondo a quel dedalo di rotelle e lucette, secondo me ghigna.
Così passi la giornata seduta a infilare le manine fra le diavolerie di quel marchingegno fituso ed esci dall'ufficio che in confronto un meccanico sdraiato tutto il santo giorno fra pistoni e cinghie di trasmissione sembra pronto per una serata di gala.
Ed è chiaro che se mi umiliano gli oggetti, i miei colleghi non ci pensano due volte. La Kapò tra l'altro è idrofoba perché ha speso l'ira del signore per regalare un supercellulare all'amante e quello s'è presentato con un palmarino nuovo di zecca, regalo di compleanno della di lui fidanzata ufficiale e ufficialmente cornuta. E quando io, in una caduta d'ingenuità, le ho detto "Vabbè ma non darai mica importanza a 'ste stronzate?", m'ha guardato come se fossi un insetto mostruoso, e mostruosamente stupido, e m'ha spedito a fare un fax di 35 pagine.
E con questa, vi saluto e me ne vo'. Ma non preoccupatevi, il consueto buonumore sta tornando. Lo so, lo sento.

 
co.co.prodotto da Atipica at 4:21:00 PM | Permalink | 6 comments
05 novembre 2007
Entro in ufficio: sulla mia scrivania troneggia una pila di fogli alta come la Tour Eiffeil. E mi guarda in cagnesco. Mi volto verso La Bara per chiedere lumi, sul suo visto si apre un sorriso ebete e finto simile a un ghigno. Prima che possa aprire bocca, mi dice:

"Il tuo lavoro per oggi. Li devi pinzare tutti. Un bel lavoro di concetto per uno che è laureato in filosofia. Così hai tempo per pensare, non sei contenta?"

Contentissima, non chiedevo di meglio. Oddio, a essere del tutto sinceri anche cingerti il collo con le mie piccole manine e stringere finché non smetti di respirare mi darebbe un certa soddisfazione.
 
co.co.prodotto da Atipica at 6:16:00 PM | Permalink | 3 comments
Antò Lu Purc parte da Montesilvano, Pescara, per cercare fortuna a Bologna, ma l'avventura si risolve con un buco nell'acqua. Allora ci riprova, ma questa volta la meta è più lontana: Amsterdam. Gli amici, Antò Lu Malat e Antò Qualcos'altro, abruzzesi scoglionati doc come lui, vanno a salutarlo alla stazione di Bologna.
Antò Lu Malat': "Cumbà, ci vuole coraggio per andà ad Amsterdam"
Antò Lu Purc: "Cumbà, ci vo' chiù curagg' pe' restà a Montesilvano"
(Silvia Ballestra - La guerra degli Antò, Einaudi)

E' deciso, emigro.
No, non sto scherzando e men che meno m'è cascata una tegola in testa. Venerdì, nell'ufficio semideserto ho guardato il calendario, un oggetto che al momento svetta in testa alle classifiche dei miei peggiori nemici, seguito dall'orologio a pari merito con la sveglia. Al terzo posto ci sono le bollette, lo dico solo per completezza. Il mio rapporto col calendario è piuttosto complesso: sono un tipo vago e non so mai con precisione che mese io stia vivendo. So che è inverno o estate, ma del mese in genere me ne frego. Per farla breve, venerdì ho guardato il calendario e l'improvvisa scoperta che siamo a novembre e non a settembre come credevo mi ha sconvolto. Perché per me novembre vuol dire solo una cosa: -60 alla scadenza del contratto. Che finora è stato rinnovato, d'accordo, ma mica è detto che se il sole è sorto per duemilasette anni, undici mesi e cinque giorni sorgerà anche domani. Anche se ammetto che le probabilità, per quanto riguarda il sole, sono ottime. Per il mio contratto c'è meno da stare allegri, ma vabbè, è la prassi. Così ho concluso che è tempo di volantinare curriculum.
Fissando il CV, sospiro.
Sospiro.
Sospiro di nuovo.
Poi, nel mezzo del terzo sospiro, il colpo di genio. Che è più un abbozzo di colpo di genio, ma poi secondo me nemmeno Einstein ha cagato la teoria della relatività tutta intera e compatta com'è adesso. Insomma, mi sono detta, e se invece di volantinare ivi in patria provassi a volantinare abroad? In Inghilterra, per esempio, che con la lingua ufficiale dei sudditi di sua maestà britannica me la cavo niente male. Certo non posso fare il giornalista, ma con una rinfrescatina all'inglese magari un lavoretto dignitoso salta fuori. O in Francia che anche lì sono in grado di mettere in fila più di tre parole. Alla peggio non cambia un accidenti e finisco a farmi a sfruttare da Sir John Smith o da Francois Dubois anziché da SS. In ogni caso non combinare un cazzo a Trafalgar Square è meglio che non combinare un cazzo nel piazzale della stazione di Montesilvano, Pescara. E comunque mi sembra un'alternativa eccellente all'attuale bivacco esistenziale. Quantomeno più produttiva del suicidio, non credete?
E siccome io son pazza da legare, ho già allertato amici ed amiche che vivono over there e mi sono dedicata per ben tre giorni alla navigazione compulsiva dei siti che offrono lavoro a Londra e Parigi. E vi dirò, qualche curriculum ha già spiccato il volo. Avrei anche un amico, un carissimo amico, che vive a New York, però non gli ho detto nulla. Perché Lamerica non mi convince. Perché la cara vecchia Europa resta la mia passione.
Insomma, oggi mi sento un po' Antò Lu Purc, ma sto già un po' meglio di ieri.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:57:00 AM | Permalink | 4 comments
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