Ora, secondo i miei stereotipi personali, quando uno va dal medico dei matti è atterrito dall'idea che costui concluda il colloquio dicendo: "Effettivamente lei è un po' matto" e poi scarabocchi su un foglietto geroglifici che significano boccette, goccine, pillole e notti senza sogni e un'espressione assai simile alla vacuità naturale che sta appiccicata sulla faccia de La Bara dalla nascita. Io no. Io sono atterrita dalla domanda: "Mi dica, che cosa si sente?". Perché non è qualcosa che sento, il problema, ma qualcosa che non sento. Se qualcuno mi chiede "cosa ti senti?" e ho mal di testa, rispondo: "mal di testa". Se ho l'appendicite, rispondo: "una fitta al fianco". Ho sempre odiato quelli che sospirano nel microfono "mi sento infelice", perché l'infelicità è un fatto della vita, ed è tristemente più comune della felicità. Non c'è niente di strano, né malato, nell'essere infelici. Semplicemente capita, come nascere, innamorarsi, ammalarsi, bruciare la frittata, rovesciare il caffè sui tasti del piccì nuovo, inviare un curriculum al CSM e passarci due anni, morire e tutto il resto. Non è scritto da nessuna parte, non è frutto della volontà di nessun dio, natura, logica o entità.
Se fossi infelice non andrei dal medico dei matti. Ci vado invece perché non sento niente, né dentro né fuori. Mi sbatacchio in giro per il mondo completamente anestetizzata. Non soffro e non sono felice. Mi sento come quando stai giocando a sette e mezzo con la nonna vicino all'albero di natale e hai in mano un cinque. Non un sette. O un tre. Un cinque. Una carta insulsa, che non vince e non perde. Con cui devi stare, sennò rischi di sballare, ma con cui sai che non vincerai.
Quando mi sembra di star bene, invece, sono solo su di giri. Saltello, rido, spendo due soldini in cose stupide e il tempo passa più in fretta, ma resto distante da tutto. Nella bolla, dove tutto arriva attutito e lontano.
Quando ero ragazzina giocavo al suicidio virtuale: mi sdraiavo sul letto e immaginavo cosa sarebbe accaduto dopo il mio suicidio. Era una fantasia che mi divertiva, ma mi arenavo sempre su cosa scrivere nel biglietto da lasciare ai vivi. Veniva fuori sempre una roba troppo melodrammatica, che mi faceva sbadigliare. E, diciamocelo, è abbastanza triste annoiare la gente da morti. Nei giorni scorsi, invece, ho avuto il colpo di genio. Che ne dite di "vi saluto, e me ne vo". Asciutto, sintetico, ironico. Niente accuse, niente saluti, niente barbose questioni irrisolte lasciate a quei poveracci che restano. E non rischi di urtare la sensibilità di qualcuno che magari ti dimentichi di salutare.







