31 gennaio 2008
Il 2008 è bisestile e, come tale, secondo le incrollabili convinzioni di mia nonna, ciò basta a sostenere che sarà un anno foriero di iella nera. Io non sono granché superstiziosa, ma l'osservazione empirica e il metodo scientifico a cui sono tanto affezionata, stando al mese di gennaio, danno ragione a mia nonna.
Capodanno è stato flagellato da una caghetta furibonda; il secondo week end di gennaio è stato reso indimenticabile dalle paturnie isteriche di SS; il terzo allietato dal funerale di SS Senior e dal disgusto nel vedere i miei simili genuflettersi davanti al feretro, baciare il cadavere, piangere come agnelli portati al macello in omaggio alla potenza terrena e agli sghei del caro estinto del quale, personalmente, non importava un accidenti a nessuno. E il quarto, siore e siori, funestato dall'invasione del monolocale da parte dei cari genitori con tutto il loro corredo di gravi nevrosi e problemi coniugali dei quali ho il grande privilegio di essere l'unico capro espiatorio.
Ora però, siccome l'ottimismo è sale della vita e la speranza è l'ultima a morire, lunedì scorso me ne vo tutta baldanzosa dal gastroenterologo, finalmente decisa ad avere ragione della colite che da anni regna sovrana nelle mie viscere. E vabbè, direte voi, di colite non è mai morto nessuno. Vero, risponderò io, ma quando, dopo qualche tempo, vi rendete conto che la prima cosa che valutate di un posto è la raggiungibilità del cesso, vi assicuro che la cosa smette di essere divertente. Comunque, dicevamo, il gastroenterologo. Dopo le domande di rito, che vi risparmio, costui comincia a toccarmi la pancia e il sorriso gli scompare dalla faccia. "Sì, l'intestino è davvero irritato" dice scrollando la testa rassicurante
"Già"
"Mmmm" mugugna pensoso
"Dunque?"
"Mmmmm"
"Quindi?"
"Quindi lei che lavoro fa?"
Rispondo, brevemente e senza lamentele, giuro.
"Ah!"
"Qualcosa nel suo lavoro la rende nervosa? Pensa di essere un po' stressata?"
Rispondo.
"Mmmmm" mugugna di nuovo, sempre senza sorridere. Infine si decide e comincia a scarabocchiare qualcosa su un foglio. Quando comincia la terza pagina di geroglifici, mi insospettisco e domando: "Dottore, cos'è?"
"La lista di analisi che deve fare"
"Ah! e perchè?"
"Perché io sono convinto che il disturbo sia riconducibile a forti stress e a un disturbo di ansia, però devo escludere altre eventualità"
"..." lo guardo e attendo che mi spieghi cosa intende con altre eventualità.
Silenzio.
"Eventualità...non gravi, vero?"
"No, non gravi"
"Quindi?"
"Mmmm"
Cazzo, perchè non la smette di muggire e non mi dice quali sono le altre eventualità?
"Dottore, quali eventualità vorrebbe escludere?"
"Beh, la celiachia, tanto per cominciare. Allergie ad alcuni cibi. Il Morbo di Crohn, anche"
"Il Morbo di...chi?"
"Il Morbo di Crohn" ribadisce, serafico.
Ora, io non ho la più pallida idea di cosa sia questo Morbo di Crohn, ma non suona niente bene, proprio no. In ogni caso non ho provato nemmeno a farmi spiegare cosa fosse dacchè avrei dovuto sopportare un'altra serie interminabile di muggiti perplessi che proprio non me la sono sentita di autoinfliggermi.
Riassumendo: dopo tre settimane da dimenticare, il mese di gennaio si conclude con una diagnosi di follia da precariato che ha scelto, per manifestarsi, una poco nobile irrequietezza intestinale. Le alternative alla follia paiono essere un disturbo ignoto dal nome agghiacciante o una fastidiosa celiachia che mi costringerà a rinunciare ai cibi che contengono glutine, ovvero pane, pasta, pizza, tigelle, piadine, brioches. Praticamente le uniche cose che mangio.
Un buon bilancio, per il primo mese dell'anno. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere nei prossimi undici.

 
co.co.prodotto da Atipica at 10:22:00 AM | Permalink | 18 comments
29 gennaio 2008
A pensar male si fa peccato, ma ci s'indovina, diceva qualcuno. Vox populi, vox dei sentenziava qualcun altro. Così, quando al funerale di SS Senior venivano spesi fiumi di parole per descrivere l'ascesa di costui nell'olimpo dei grandi imprenditori Lup Mann senza che nessuno, nemmeno il giardiniere, sprecasse una parola per rimpiangere l'uomo, non mi sono lasciata sfiggire la preziosa occasione di pensare male del caro estinto.
E, guarda caso, c'ho preso.
Il giorno successivo apro il discorso con La Bara a cui il lutto aziendale ha tolto un po' della consueta rigidità. Il nido di rondine che solitamente ha in testa sembra afflitto da una lieve decadenza.
"Una cerimonia molto commovente" sibilo "sarebbe stato bello spendere qualche parola in più sull'uomo, anziché insistere così tanto sulla carriera"
"L'uomo..."
"Beh, si" insisto "certo nella sua vita la carriera ha avuto un ruolo importantissimo, ma sai, è strano sentire il figlio che ne parla come imprenditore e non come padre"
"Eh beh" sospira lei con lo sguardo basso "come uomo era, come dire, un po'...freddo"
"Freddo?"
"Sì. Per esempio: anni fa si suicidò una nostra collega. Era una ragazza di ventisei anni un po' strana che ha lavorato qui qualche anno e, quando ricevemmo la notizia, era appena stata licenziata. Vicino al cadavere c'era la lettera di licenziamento. Noi rimanemmo molto scossi e chiedemmo di chiudere per lutto, ma lui rifiutò, non annullò riunioni e impegni, precettò alcuni di noi e costrinse quelli che volevano andare al funerale a tutti i costi a chiedere un permesso"
"..."
"Beh, forse lì fu troppo freddo" conclude La Bara senza smettere di picchiare con le dita sui tasti "Ora scusami, ma devo scrivere l'editoriale di commemorazione".
Mi incuriosiva l'uomo? Eccolo: uno che non si scompone per il suicidio di una sua ex dipendente ventiseienne licenziata di fresco. Che non va al funerale e obbliga i dipendenti a prendere permessi per andarci.
Ora lo capisco, quel silenzio vischioso con cui la vox populi ha ricordato l'uomo.

 
co.co.prodotto da Atipica at 3:38:00 PM | Permalink | 9 comments
22 gennaio 2008
Uno si sveglia la mattina e sente profumo di primavera. Poi si stropiccia gli occhi, si siede sul letto e si ricorda che è il 22 gennaio e che quindi sentire un bel profumino di fiorellini in boccio, oltre che assai prematuro, può non essere una cosa del tutto positiva. Soprattutto se la finestra è chiusa (come d'altronde è d'uso comune il 22 gennaio) e il gatto ha appena deposto una cacchina compatta nella lettiera, per cui l'ipotesi "sento puzza di merda" sembra in tutta evidenza molto più probabile di quella "che buon profumino di fiorellini in boccio!". Tuttavia, lavandomi i denti, concludo che la mia lenta, ma irrevocabile, discesa verso la demenza deve essere caratterizzata da questo tipo di allucinazioni, beh, ben venga la demenza. In fondo se vedessi Brad Pitt che mi prepara la colazione tutte le mattine sarei pure pazza, ma sarei una pazza contenta e non avrei nessuna voglia di curarmi. Così, assolutamente convinta di non avere nulla contro la follia quando serve a rendere più bella una realtà a mala pena decente, sono uscita di casa canticchiando e saltellando.
Peccato che appena varcata la soglia dell'ufficio la voglia di cantare sia stata prontamente sostituita dalla forte tentazione di fare una strage. La Kapò è insaccata nella sedia con il viso serio e incassato tra spalle e doppio mento tipico dei giorni in cui ha bisogno di un capro espiatorio su sui sfogare tutto il suo risentimento contro la vita, La Spia fissa il monitor cercando di entrarci dentro, La Psicocentralinista dondola bofonchiando mentre La Bara la riprende per qualcosa che non so e non voglio sapere.
Ok, quando si comincia così, SS si è fatto sentire.
E infatti trovo ad attendermi sulla scrivania una serie di fax di Suo Sadismo che probabilmente stanotte ha avuto un nuovo, sofferto episodio d'insonnia. Perché non prende due sonniferi? Beh, in fondo, perché ricorrere ai sonniferi, alla medicina omeopatica, al training autogeno o a dosi massicce di vodka russa, quando si ha a disposizione un intero parco dipendenti/collaboratori a cui rompere la minchia per scaricare i nervi?
Tra insulti e sgrammaticature decodifico la sodomia quotidiana: trovare il numero di morti per incidenti stradali degli ultimi dieci anni in Italia, Francia, Germania, Olanda, Papuasia e chi più ne ha più ne metta, per un totale di una decina di paesi europei. Ora, a prescindere dallo sbattimento - in fondo relativo se lo paragoniamo a ciò che ho dovuto sopportare quando esigeva una spiegazione dettagliata di cosa sia e come funzioni un diodo laser nel vicino IR - voglio proprio sapere cosa se ne fa del numero dei morti spalmati sull'asfalto di mezza Europa. Lo dico perché ho notato che codesta ricerca si ripresenta con cadenza semestrale ma, dopo che gli ho dato i numeri, tutto tace. E sei mesi dopo siamo daccapo. Si dà il caso, però, che stavolta voglia i dati relativi al 2007 ed è abbastanza difficile che, a gennaio 2008, esistano statistiche attendibili sul 2007. Così è da stamattina che spacco le balle alla polizia, ai carabinieri, all'ACI e alla società autostrade senza cavare il ragno dal buco. Mentre SS, che dopo sabato 12 ha deciso di non parlarmi più direttamente, chiama ossessivamente La Bara per sapere a che punto sono le mie ricerche.
Perciò adesso sono sicura stamattina devo proprio essermi sbagliata e che quella che ho scambiato per profumo di fiorellini in boccio era proprio la vecchia cara puzza di merda che mi sommerge da due anni.
Sarà che a furia di sentirla, non la riconosco più.

 
co.co.prodotto da Atipica at 3:37:00 PM | Permalink | 6 comments
21 gennaio 2008
E' dipartito SS Senior, il padre di SS. Pare che fosse un uomo d'affari molto stimato, al contrario del figlio. Io l'ho visto tre volte e tutte e tre le volte m'ha piantato in faccia due occhietti azzurri piccoli e freddi, con l'espressione di un biologo che studi un raro esemplare di cavalletta equatoriale prima di inchiodarla per sempre alla sua bachechina. Lo sguardo di quell'uomo mi ha sempre fatto l'effetto di uno spiffero freddo sulla collottola, ed è l'unica cosa che ricordi.
L'Uomo Spiffero aveva 87 anni. E, sarà perché tendo a considerare la morte di una persona di quell'età più un'inevitabile conclusione che una tragedia, la notizia della sua dipartita non m'ha fatto né caldo né freddo.
I miei colleghi, invece, con nasi rossi e strategici occhialoni neri, hanno messo in moto la potente macchina della retorica della morte. Sono stati diramati comunicati, avvertite le autorità piccole e grandi, chiamati i giornalisti. Facciamo pubbliche relazioni e marketing, in fondo, e abbiamo fatto marketing pure sulla morte di una persona. Tant'è che stamattina io ho fatto rassegna stampa degli articoli che siamo riusciti a far pubblicare. Il giorno del funerale la chiesa era gremita di individui compunti che si spintonavano per accaparrarsi il pulpito e ricordare il grande imprenditore trapassato. La Bara girava con un blocchetto di appunti e accoglieva i giornalisti, mentre la Kapò piazzava dei fogliettini con scritto riservato sui posti in prima fila destinati alle autorità. Come a teatro, insomma.
Fiumi di parole, retorica e frasi fatte sono state spese per celebrare la potenza terrena di costui, le sue grandi capacità imprenditoriali, la sua lungimiranza negli affari, le sue originali e produttive strategie.
Epperò io, in fondo alla chiesa, circondata da individui che snocciolavano padrenostri con voce sempre più alta per sovrastare quella dei vicini, mi sono chiesta: e l'uomo? Tutti ripetono in tutte le lingue che è stato un grande imprenditore, ma perché nessuno, nemmeno il figlio, dice due parole sull'uomo? In fondo dovremmo essere prima di tutto uomini?
Sì, avete ragione, le chiese mi fanno male, molto male.


 
co.co.prodotto da Atipica at 3:10:00 PM | Permalink | 10 comments
17 gennaio 2008
La macchinetta del caffè è, in ogni ufficio che si rispetti, l'angolo di Radio Serva. Ed è lì che la Kapò espleta il principale e più gradito dei suoi compiti di cane da guardia: parlar male degli altri. Stamattina il bersaglio dei veleni della guardiana degli inferi era l'Impiegata Mignonne. Costei, al cui confronto io, con il mio metro e cinquantotto e i mei 42 chili di ossa e capelli, faccio più o meno la figura del donnone di turno, ha 23 anni ed è stata assunta - per usare un termine desueto - per sostenerci durante le fiere. A parte essere giusto un filo razzista, l'Impiegata Mignonne è un tipetto deciso che prende molto sul serio le sue mansioni. E già questo deve costarle uno sforzo enorme, visto che per qualunque persona normale è oltremodo difficile prendere sul serio ciò che si fa qua dentro. Al Motor Show presidiava lo stand impettita come un corazziere, rispondeva "signorsì signore!" qualunque cosa le dicessero di fare, financo buttarsi sotto un SUV lanciato a 150 km/h contro il suo esile corpicino, e chiedeva il permesso per andare a fare la pipì che lei definiva garbatamente "i bisogni". Insomma, l'ideale di impiegata per qualunque capufficio che coltivi l'ambizione di somigliare il più possibile a quel buonuomo di Rudolf Hoess.
Al contrario la Kapò ha passato dieci giorni dieci a non fare assolutamente nulla, eccetto esibire il generoso decolletè a meccanici e benzinai presenti, sparlare di chiunque con il Serpente Velenoso, scaricare qualunque cosa somigliasse a un lavoro - persino rispondere al suo cellulare aziendale - sulla spalle mie e della povera Impiegata Mignonne.
Ed ecco, signori, cosa ci si guadagna a far bene ai porci:
"Zerto che lei là non scerve proprio a niente!Non ha mai lavorato, sozzia, e si vede!Al Motor Show non è servita a un casso, dovevi sempre dirle cosa fare!E poi, casso, troppo piccola per sctare là, sembrava zi fosscimo portati appressco una zinna (cinna, in bolognese, significa bambina)"
Peccato che ad ascoltare queste considerazioni ci fosse chi decide se rinnovarle il contratto.



 
co.co.prodotto da Atipica at 4:21:00 PM | Permalink | 8 comments
Ieri sera, in un commento al post precedente, Elianto scriveva:

Sempre più spesso mi vien da pensare che il patto tra generazioni, di tanto in tanto evocato, ma senza troppa convinzione, sia molto simile al famoso Godot della tragedia di Becket: citato, desiderato, rivestito di un ruolo quasi salvifico, ma appunto assente, negli anni passati, presenti e (temo) futuri. E quello che mi colpisce ulteriormente, non è tanto l'indifferenza, talvolta la sprezzante banalizzazione, del disagio in cui versa la sottoscritta e molti miei amici e coetanei, da parte di chi ha diritti che noi solo ci sogniamo, e li ritiene banalmente scontati; colpisce ancor di più anche questa tendenza a infierire, umiliare il prossimo. Come se tu vedessi una persona che resta a malapena a galla nell'acqua e che fai? L'aiuti? no, gli spingi la testa più sotto! Il punto è che non penso si diventi così di punto in bianco, ci devi essere indubbiamente portato di tuo; e forse il sistema è impostato proprio per premiare queste carogne qua, mica quelli che restano indietro ad aiutare gli altri. Ma come fanno questi soggetti a non pensare, per dire una banalità, che questa mancata condivisione, che a volte si trasforma in sadica connivenza, potrebbe un domani ritorcersi anche sulla pelle di qualche amico, parente, figlio? Penso si tratti di una diffusa indifferenza del "bene collettivo"; ma ormai me ne son fatta una ragione, nel pese dei guelfi e ghibellini, i cocetti di "bene comune" e "stato civile" sono sempre stati poco frequentati e relegati nella dimensione "dell'irrealizzabile ideale". Che schifo.

Ora, mentre lei partoriva questo capolavoro (nessuna ironia, lo penso davvero), io a casa riflettevo sul fatto che i colleghi, quelli con cui condivido nove ore il giorno da due anni, quindi nel complesso circa 6500 ore, non mi hanno nemmeno dato una pacca sulla spalla. Anzi: "ci ha ordinato di fare i colloqui per sostituirti e noi, capisci, non ci possiamo mica rifiutare" mi hanno comunicato la Kapò e La Bara ieri "d'altronde tu lo hai sfidato non venendo in ufficio entro le ore che lui ti aveva indicato". Che, sarò pure un pelo permalosa, ma alle mie orecchie suona come: beccati la giusta punizione per la superbiuccia patetica con cui hai cercato di elevarti alla dignità di un lavoratore.
Il discorso sarebbe lungo e comunque non riuscirei a farlo meglio di Elianto: questa società non premia, anzi scoraggia, la solidarietà. Soprattutto quella del forte col debole. E' concepita in modo tale che le carogne facciano balzi in avanti diventando sempre più carogne e chi si attarda ad aiutare il prossimo in disgrazia sia considerato solo un pazzo sognatore, un comunista pericoloso, uno che non sa badare ai suoi interessi. Mi è capitato l'altro giorno di ascoltare al tg che in un comune del nord alcuni non riescono a pagare la bolletta dell'Enel e dai oggi, dai domani, si ritrovano col contatore chiuso. Il sindaco di questo comune ha avuto allora l'idea di tassare con un euro - o qualche euro, ma comunque una cifra a cui, cazzo, se sei fra i redditi considerati alti rinunci facilmente - chi ha un reddito più alto per poi usare questi soldi per pagare la bolletta dell'Enel alle famiglie in difficoltà. Il giornalista ha intervistato alcuni cittadini di questo comune e ce n'erano un sacco che non si sono vergognati di dichiararsi piuttosto seccati di dover sborsare un eurino pulcioso in più. Ero a tavola con persone di cui ho stima e non con le solite carogne. Eppure il commento che ho sentito è stato: "Scusa ma mica è giusto che pago io che onestamente dichiaro quello che guadagno quando c'è chi fa una dichiarazione dei redditi fasulla e risulta povero". Ok, a prescindere che chi arriva a farsi staccare la luce probabilmente non risulta povero, ma è povero, penso che sì, hanno ragione, l'Italia è piena di evasori fiscali. Ma che in fondo si dovrebbe essere contenti di rientrare fra gli onesti che guadagnano e pagano e a cui viene data l'occasione di aiutare chi da solo non ce la fa.
Che c'entra? C'entra. C'entra proprio perchè chi fa questi discorsi è brava gente che ha sempre lavorato e guadagnato onestamente sudandosi ogni centesimo. C'entra perchè chi parla così non ha yacht e pozzi di petrolio. E allora a me viene in mente che in una società in cui la generosità e la solidarietà vengono relegate in secondo piano e in considerate in parte un disvalore anche fra la cosiddetta gente normale, quelli come Elianto, me e tanti altri, che pensano alla "società civile", al "bene comune", che sono convinti che indifferenza di fronte all'ingiustizia e all'umiliazione degli altri sia connivenza, hanno già perso. Siamo fuori della storia e dal tempo. Oggi trionfa il modello di fatti gli affari tuoi e fregatene del prossimo, tanto come alibi si adduce l'incrollabile convinzione che il tuo prossimo a sua volta se ne fregherà di te quando sarà il tuo turno. Noi precari siamo il prodotto di questa indifferenza, di questa svalutazione della generosità e della solidarietà: nel 2003, quando la Legge 30 fu approvata, chi già lavorava con un buon contratto e con i suoi sacrosanti diritti non si sentì coinvolto. Non pensarono domani toccherà a mio figlio o, se mi licenziano, potrebbe toccare addirittura a me. Molti si fecero prendere in giro dalla retorica del martirio, ok, ma quando se lo sono trovato davanti, il precariuccio vessato, nessuno è saltato su a dire "oh, ma cosa cazzo stiamo facendo?". Anzi, tutti zitti, pronti a tapparsi gli occhi con la storia del "caro mio devi fare la gavetta anche tu", oppure "ecco la generazione che ha avuto tutto che alla prima difficoltà piagnucola e corre da papi". Ora, a prescindere che essere considerato uno che ha avuto tutto da chi è nato alla fine dei '50 e s'è beccato il boom economico, i salari degli anni '70 e la ricchezza degli anni '80 francamente mi fa incazzare, sono sempre più convinta che la buona parte della responsabilità per la Legge 30 e le porcate commesse in suo nome vada ascritta all'indifferenza dei nostri cari concittadini, genitori, parenti, amici di qualche anno più grandi. Che, appurato che la cosa non li riguarda, si sono girati dall'altra parte.
Andiamo avanti così e presto o tardi riusciranno a farci accettare anche l'idea che si può morire di cancro al polmone, e senza che nessuno muova un dito, perchè non si è in grado di pagare l'assicurazione sanitaria.
Scusate, l'ottimismo non è di casa, in questo periodo.

 
co.co.prodotto da Atipica at 10:07:00 AM | Permalink | 17 comments
14 gennaio 2008
Mi sento un po' dead man walking. Stamane, quando sono entrata in ufficio, persino le piastrelle del bagno bisbigliavano al mio passaggio. Tutti sono in attesa di sapere quale sarà il mio destino, tanto che in ufficio s'è aperto il totolicenziamento: per il momento Benny viene cacciata a calci nel culo viene dato 9 a 1 su Benny viene baciata dalla grazia.
Quel che è certo, per ora, è che le mie mansioni saranno ridotte a quelle di puro compilatore. La differenza fra me e una macchina da scrivere saranno solo quelle fastidiose sembianze umane che mi porto appresso. SS ha sentenziato che mai più ciò che viene eiaculato dalla mia penna dovrà essere sottoposto alla sua divina attenzione senza prima essere stato supervisionato, corretto, tagliuzzato e devastato dalle correzioni de La Bara e del Direttùr, investiti dell'autorità di fare polpette per cani dei miei articoli. Sempre che ne scriva ancora e che nel mio futuro non brilli solo la stella fulgente del data entry. Ammesso e non concesso che ci sia ancora un futuro, precario e atipico ma pur sempre futuro.
Vi lascio con una perla di saggezza del grafico che questa mattina ci ha reso noto che, essendo SS colui che ci paga e quindi ci consente di vivere, ha il diritto di chiederci quello che ci pare quando gli pare, senza che noi possiamo opporgli alcun rifiuto.
Arbeit mach frei, diceva qualcuno.

 
co.co.prodotto da Atipica at 3:39:00 PM | Permalink | 18 comments
12 gennaio 2008
Sono in ufficio. E ora vi spiego perché.

Questa notte La Bara riceve da SS un sms di questo tenore: "
Benedetta con articolo XXX ha passato il limite di ogni possibile pazienza. Mandala sabato 12 gennaio a rifarlo. Lo attendo entro e non oltre le 13. Poi dopo il controllo, dovrà rimandare la stesura definitiva entro le 15. Non ci sono deroghe. Se non la trovi correggilo tu, è la prova della sua trascuratezza e/o superficialità. Avvia la selezione dei candidati."

Per capirci: l'articolo in questione è una banale marchetta. L'ho redatto copincollando i pezzi di due comunicati, come mi è stato ordinato, dal momento che i comunicati sono stati visti e approvati proprio da chi riceve la marchetta. Ho cercato di amalgamare il più possibile le due parti, ma dalla fusione di due comunicati scritti da persone diverse (che, detto tra noi, non hanno manco una gran dimestichezza con la penna) e rimaneggiati da una terza - e pure poco sennò il cliente s'incazza - cosa dovrebbe saltar fuori, secondo lui, Il Castello di Kafka? Ovvio che non lo sottoporrei a nessuno per dimostrare le mie capacità di scrittura, ed è leggittimo che si possa non considerarlo un pezzo che farà la storia del giornalismo italiano. Sempre ammesso che chi giudica abbia le competenze necessarie per riconoscere i pezzi che fanno la storia del giornalismo italiano, cosa di cui, in questo caso specifico, dubito.
Comunque facciamo così, leggetevelo.

Per la prima volta il Motorshow di Bologna, la più importante kermesse dei motori in Italia, ha affrontato il tema della sostenibilità ambientale lanciando, insieme con XXX1, l’iniziativa XXX - coordinata in collaborazione con il XXX e la rivista XXX - che riunisce le maggiori aziende italiane produttrici di impianti ecologici per veicoli in After Market. L’impegno del gruppo XXX all’interno del progetto XXX nasce dalla consapevolezza dell’importanza ambientale delle scelte di chi opera nel settore dei trasporti che incide per il 18% sul totale mondiale delle emissioni di CO2. XXX ha inoltre contribuito all’organizzazione del convegno dedicato a Il futuro della mobilità. Cittadini, consumatori, utenti: gli orizzonti possibili della mobilità urbana tra ecologia e bisogni, un’importante occasione per stimolare un confronto costruttivo tra produttori, operatori professionali, mondo della ricerca ed istituzioni.

XXX1 aderisce inoltre alla Campagna SEE (Sustainable Energy Europe) promossa dal Ministero dell’Ambiente e dall’Unione Europea, impegnandosi a rinnovare sistematicamente la sua flotta e ad utilizzare energia rinnovabile, lampade a basso consumo e pannelli fotovoltaici. In quest’ambito rientra anche l’accordo con XXX per la sperimentazione del nuovo EuroCargo Ibrido e del Daily elettrico esposto al Motor Show.

"Noi di XXX1” ha commentato Stefania Lallai, Responsabile Comunicazione & CSR di TNT Express Italy “abbiamo interpretato il Motor Show come una vetrina dinamica, il punto d'incontro ideale tra aziende e giovani generazioni. Il Progetto XXX è stato infatti lo sfondo ideale per il lancio del programma globale di riduzione delle emissioni di CO2 – il progetto "YYY” – messo a punto dal nostro Gruppo. La declinazione pratica di questo progetto in Italia è senza dubbio la partnership con XXX che ha inserito XXX1 nelle 10 aziende impegnate nel programma ambientale "10 x 10".

XXX1 si è quindi dichiarata “pienamente soddisfatta del riscontro che il progetto XXX ha avuto sia in termini di condivisione di progetti e di impegni concreti che di sensibilizzazione sul tema ambientale: intendiamo quindi proseguire insieme con l'organizzazione del Motor Show, sul percorso dell'impegno ambientale, che qui ha avuto uno splendido avvio".

Considerate anche che l'articolo è per la nostra rivista - che non legge nessuno - e che la succitata rivista che non legge nessuno andrà in tipografia, se tutto va bene, tra due settimane. Per queste ragioni ritengo che il pezzo potesse essere riscritto lunedì. E che anche gli insulti, le minacce e la decisione di licenziarmi potessero essere esplicitati durante le quaranta ore settimanali in cui è previsto che io lavori. Invece no, perchè sennò dove sta il gusto? Così questa mattina alle dieci vengo svegliata da una telefonata del Feretro medesimo che mi riferisce l'sms omettendo la minaccia di licenziamento. Come c'è da immaginare, vado su tutte le furie e solo per evitare che lei che, in questo caso non c'entra nulla, sia costretta a rinunciare al sabato, acconsento ad andare in ufficio. Alle cinque, preciso, perché prima non posso proprio.
Il Feretro si offre di riferire a SS.
Dopo mezz'ora entra in scena la Kapò che mi inoltra l'sms che stanotte SS ha mandato a La Bara, e che io vi ho riportato, dietro esplicita richiesta del Pazzo in persona. A questo punto perdo il lume della ragione e telefono al Sadico che, siccome oltre che sadico è codardo, non mi risponde, pur continuando a inviare messaggi con insulti diretti a me sul telefono de La Bara e della Kapò. La decisione di andare in ufficio alle cinque viene prontamente sostituita dalla decisione di non andarci affatto che, affanculo la precarietà, la mia dignità non è in vendita.
Seguono quattro ore di continue telefonate da parte di tutti i colleghi. Telefonate che invitano a essere ragionevole, telefonate minacciose, telefonate scocciate per la mia presa di posizione che gli impedisce di godersi in santa pace il week end (perchè il pazzo, che a me non risponde, nel frattempo ha spaccato i coglioni a tutti minacciandoli che, se io non fossi andata in ufficio, ci sarebbero andati di mezzo loro).
Telefonate.
Telefonate.
Telefonate.
Infine mi rompo i coglioni e decido che, in fondo, ciò che conta è metter fine a questa giostra di cazzate. Esco di casa, attraverso Bologna sotto una pioggia torrenziale, e ora sono qui. Mi consolo pensando che almeno non ho ubbidito come una pecora, che l'ho irritato e gli ho rovinato la giornata come lui ha fatto con la mia perché odia, lo so per certo, che uno di quelli che lui considera i suoi servi della gleba si permetta di alzare la cresta. Ma è una consolazione da poco. La verità è che ho ceduto e, alla fine, davanti al ricatto di restare senza la seppur misera pagnotta mensile, mi sono lasciata umiliare. E ho venduto proprio quella dignità che volevo tenermi stretta.
E' per questo, e non perché sono qui, che adesso mi sento sconfitta.
Riprendiamoci i nostri diritti, riprendiamoceli in fretta e, una volta che ce li siamo ripresi, difendiamoli con qualunque mezzo da chiunque voglia metterci le mani sopra. Perché se ci lasciamo somministrare queste dosi di abuso diventeremo ciò che loro vogliono farci diventare: rabbiosi, frustrati, incarogniti con tutti, pronti a comportarci nello stesso modo, se non peggio.
E, mentre ce li riprendiamo, io mi trovo un altro lavoro. Stavolta per davvero.



 
co.co.prodotto da Atipica at 3:22:00 PM | Permalink | 9 comments
11 gennaio 2008
Non di solo metano vive l'uomo.
Sì, ho scritto metano, avete capito bene. Vi sembra scontato? No, non lo è. Stamattina mi sveglio, come al solito, alle 8. Poiché come sveglia suo il cellulare, aihmé, tocca prendere in mano l'odiato oggetto.
Noto con orrore che c'è un messaggio. Chi è l'idiota che mi scrive un sms alle otto del mattino? Non uno che mi conosce bene, perché lo sanno tutti che questo per me è il momento più difficile della giornata e ho bisogno di solitudine. Che non gradisco che la vita con i suoi rumori irrompa nella mia testa prima che io abbia deciso di farla entrare. Leggo:
"Problemi con il milleproroghe. Domani mattina per prima cosa chiedere chiarimenti al ministero".
La Bara.
Guardo a che ora ha mandato l'sms: le 2.44.
Ciò significa che a quell'ora, invece di dormire, il feretro pensava al milleproroghe, agli incentivi, al metano. La immagino aggirarsi per casa col pigiama di seta firmato, la maschera antirughe in faccia, poi sedersi sul divano in pelle umana sospirando, accendere la lampada arredo luce (firmata anche quella), sospirare, inquieta, in preda a una botta d'insonnia. Intorno solo il buio silenzio esistenziale della notte, quando i rumori del mondo sono meno invadenti e puoi sentire lo scricchiolio del tuo cervello. In quei momenti, la gente riflette, rilegge la sua vita, si infila nelle pieghe nascoste del suo cervello. Ciascuno a suo modo pensa. Pure l'ultimo degli idioti, magari senza saperlo, si prende una pausa dal proprio sè finalmente libero, per un attimo da questo cazzo di mondo invadente pieno di trilli, squilli, beep beep, rumori, ronzii, clacson. Si è soli, completamente soli, con se stessi, capite che situazione impagabile? L'insonnia ti riduce a uno straccio consumato, ma non è poi così male, ogni tanto, prendersi una pausa dalla propria vita avvolti silenzio della notte.
E lei cosa fa quando soffre d'insonnia? Pensa al mille proroghe e al metano. E, dopo averci pensato, agguanta il cellulare e mi informa di cosa farà domani mattina. Non di cosa farò io, che sarebbe oltremodo irritante, ma almeno avrebbe una parvenza di senso. No, di quello che farà lei, perchè quando c'è di mezzo il ministero non delega mai a nessuno. Figuriamoci a me che, secondo la sua scala di valutazione, sono giusto un gradino sopra il primate.
Quando stamattina è arrivata, per prima cosa ha domandato:
"Hai letto il mio sms?"
"Yes"
"Stanotte non riuscivo a dormire, pensavo al milleproroghe"
E chiaramente non hai resistito alla compulsione di comunicarlo a qualcuno.
"Qualcosa non ti quadra, nel milleproroghe?"
Ma perchè non prendi un bel sonnifero?
"No, ma bisogna tenerlo monitorato"
Il milleproroghe è una legge. Bella compiuta e fatta. La si legge, la si capisce e dopo cosa cazzo c'è da monitorare? Mica cambia.
L'ho guardata in faccia: occhiaie, un profondo solco fra le sopracciglia, l'aria stanca. E per una volta ho provato pietà per lei. Avrei voluto darle una pacca affettuosa sulla spalla e dirle: non vale la pena farsi venire due occhiaie così per un milleproroghe. Il milleproroghe lascialo al giorno, di notte pensa. Quello non è pensare, è ruminare l'erba inghiottita di giorno. Se proprio devi guadagnarti un paio di occhiaie di buona qualità e la faccia di uno che è stato picchiato, lascia stare le auto euro 0, le emissioni di CO2 e gli incentivi. Pensa alla vita, alla morte, alla società, agli uomini (non nel senso dei maschi, a quelli ci pensate già troppo di giorno), al futuro, al passato, a tuo figlio, a tuo nonno morto, al mondo. O leggi. O ascolta l'invadente silenzio notturno. Ma lascia stare il metano, ti prego. Se devi mortificare il corpo, almeno che ci guadagni il cervello.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:39:00 AM | Permalink | 5 comments
10 gennaio 2008
Allora, le cose stanno così: gli ultimi 31 anni della mia vita sono composti, più o meno come succede per tutti, da 5 tipi di giornate. Le giornate bellissime, quelle che se la giocano per apparire nel remake della vita che, mi assicurano, passa davanti agli occhi prima di morire, una trovata marchettara che mi pare faccia un sacco MTV generation, ma vabbé, non stiamo sempre a fare le pulci. Poi ci sono le giornate belle, quelle che yuhu, oggi mi è successo questo e sono al settimo cielo. Al terzo posto troviamo le giornate normali, del tipo oggi non è successo proprio una fava, ma non importa, perché questa giornata senza colore né sapore finirà nel cumulo del tempo che non dovrò prendermi la briga di cercare di ricordare o dimenticare, quindi si ringrazia comunque per la fatica risparmiata. Al quarto ecco le giornate storte, tinte di grigio da un generico senso di fastidio nei confronti dell'universo tutto e dalla noia, ma una noia che comunque la giri non c'è verso. In genere anche queste giornate non creano troppi problemi alla memoria che, appena può, gira pagina. Più che alto creano problemi a me, che se c'è una cosa che proprio mi deprime è la noia. E infine, loro, le giornate bruttissime, quelle in cui è l'universo ad avercela con te e si impegna per ridurti in poltiglia. Quelle che tu vorresti cancellare dal calendario, ma loro ti restano attaccate alla memoria come le cozze agli scogli.
Ok, tutta questa pugnetta per dire che stamattina la prima voce che ho sentito, alle nove meno un quarto, era quella della Bara e, va da sè, dopo una simile inizio questa giornata non poteva che essere di tipo quattro. E perché il Feretro ha osato interrompere il sacro e sofferto rito dell'addomesticamento della giornata, fondamentale per la riuscita delle successive 24 ore? Per comandarmi di andare a prendere il carrello nella tana del Serpente Velenoso e sgomberare l'ufficio dalle scatole che lei aveva provveduto ad accatastare davanti alla porta. Trattasi di 20 scatole di N quintali, ciascuna piena di N cartelle obsolete che, in quanto obsolete e non utilizzabili, è assolutamente opportuno conservare in grande quantità in magazzino.
Ora, a prescindere che non ho capito perché non possiamo farne un rogo in mezzo al corridoio, sperando che accidentalmente qualcuno dei miei colleghi finisca arrostito, quello che capisco ancora meno è perché non può dirmelo quando arrivo in ufficio. Cos'è soffre di rompimento di cocones compulsivo?

La PsycoCentralinista sta conducendo un importante esperimento. Sta cercando di capire quante volte bisogna ripetere la stessa frase dondolando prima che l'interlocutore si metta urlare minacciandola di farla a pezzi a colpi di ascia.
Tipo oggi:
"Benedetta, non si possono fare due lavori per volta, non credi?"
"Si, hai ragione non si possono fare"
Non so nemmeno di cosa parlasse, ma applico la buona vecchia regola che consiglia di dar sempre ragione ai matti.
"No, ma il fatto è che non si possono fare due cose alla volta"
"Sì, sono d'accordo"
"Eh, già, non si possono proprio fare, due cose alla volta"
"Ok"
"No, non si possono fare, due cose alla volta"
"No, non si possono fare"
"Perchè io dico solo che non si possono fare, due cose alla volta"
"Ho capito..."
"Che c'è di male, a dire che non si possono fare due cose alla volta?"
"Niente..."
"Ecco, allora diciamolo, non si possono fare due cose alla volta"
"Ti prego, devo finire una cosa"
"Giusto, devi lavorare, è che volevo solo dirti che non si possono fare due cose alla volta"
E giù così per una buona mezz'ora.
Infine, tornando dalla pausa pranzo, ho trovato le mie colleghe riunite in gran consesso davanti alla macchinetta del caffè, tutte intente a domandarsi l'un l'altra come si fa a capire quando un uomo viene a letto con te perchè ti ama e non per farsi una scopata.

Ecco, tutto questo per dire che persino le manifestazioni della follia, per quanto varie, originali, eclettiche, stravaganti possano essere, dopo due anni di quotidiana frequentazione, annoiano. Per me potrebbero pure impazzire del tutto, mi basterebbe che fossero un pelo più vari nelle manifestazioni del loro evidente disagio mentale.



 
co.co.prodotto da Atipica at 4:15:00 PM | Permalink | 2 comments
08 gennaio 2008
In questi giorni al CSM gira un libro che promette di liberare chi lo legge dal tabagismo, per sempre e senza sacrifizio alcuno, purché si arrivi all'ultima pagina. Pare l'abbia scovato la fidanzata del Grafico che, appena conclusa la lettura, ha sentenziato: sono libera, addio sigarette. E poi l'ha passato al fidanzato che se smetto io devi smettere anche tu. Costui ha dedicato tre pause pranzo alla lettura matta e disperatissima del libello miracoloso e, quando l'ha terminato, ci ha radunato in pausa caffè per annunciare trionfalmente e senza ripensamenti di essere uscito dal tunnel. Non solo, lui che per sua stessa ammissione è uno che ama vederci chiaro e ci ragiona sulle cose, altrochè se ci ragiona, ha pure imbastito in quattro e quattr'otto una spiegazione di com'è che 'sto libello riesce a liberarti per sempre dalla schiavitù delle bionde. Ed ecco, siore e siori, un vero tocco di empirismo, il trionfo del metodo scientifico: secondo il grafico del CSM, che d'ora in avanti chiameremo Nostradamus, il libro eserciterebbe una magia attraverso le parole, una sorta di ipnosi capace di convincere il lettore che in realtà lui ha già smesso. Praticamente ti fa una specie di stregoneria e alla fine tu crolli in ginocchio grato per la liberazione.
"Altrimenti non si spiega" sostiene "come sia possibile che un'ora fa fumavo e ora ho smesso".
"Non ti sembra un pelo prematuro dire che hai smesso?" domando.
"Mi vedi fumare?" risponde lui, aggressivo.
"Beh, ma se la metti così uno che fuma venti sigarette il giorno smette di fumare venti volte"
"Vaffanculo"
"Ommioddio come sei negativa!" La Bara alza gli occhi al cielo "La tua ironia è assolutamente fuori luogo, si tratta di un discorso di grande serietà".
"Già! casso dizi Benny?!Casso z'entrano venti sigarette? Tutta invidia la tua!"
Questa era la Kapò.
Ora, posto che la mia risposta era un pelo provocatoria e capisco la stizza, la domanda è: perché viene mandato affanculo uno che usa la logica e vengono tributati onori e gloria a uno che, nel 2008, se ne va in giro a dire che i libri ti fanno le macumbe?




 
co.co.prodotto da Atipica at 4:12:00 PM | Permalink | 8 comments
07 gennaio 2008
Allora, fate conto che è domenica. E aggiungeteci che è domenica 6 gennaio, quindi in teoria, l'Epifania, quella che tutte le feste porta via, quella che nessuno si caga e, diciamocelo, che tutti un po' schifano, perché da quando siamo venuti al mondo l'Epifania sancisce in modo irrevocabile la fine di vacanze e libagioni sfrenate. Ovvio che io che odio il Natale e non sopporto tanto quel vecchio buonista vestito di rosso che nel 2007 ancora se ne va in giro con le renne e i campanellini, provo una simpatica estrema per la cara vecchia befana. Primo, perchè appunto finalmente si porta via 'ste feste nevrotiche; secondo, perché è vecchia, ha il naso lungo ornato di un'orrenda piccia e se ne va in giro vestita di stracci. Nel senso: se ne frega di spianarsi le rughe di espressione a colpi di botox, ha il nasone e se lo tiene invece di correre dal chirurgo estetico, non va in palestra e non mangia cereali fitness per mantenersi in forma, non si è precipitata dal concessionario a comprarsi la Nuova Cinquecento che fa un sacco cool quando vai a pigliarti l'aperitivo. Insomma non cerca di dimostrare 30 anni quando, a stare bassi, ne ha 70. Si tiene la vecchiaia e ci costruisce sopra un personaggio imperfetto, polveroso, fuori moda come lo sono la vecchiaia e l'imperfezione in questo mondo di plastica rosa, e, quindi, un sacco simpatico.
Comunque dicevamo: domenica 6 gennaio, ore 16. Arriva un sms, leggo:
"Nonno mancato. Domani no ufficio, ma non preccuparti: per prima cosa chiamerò XXX per monitorare situazione incentivi e tempestivamente comunicare aggiornamenti".
Indovinate chi è? Sì, lei, Crudelia Demon dei poveri.
Allora io dico: il nonno de La Bara passa a miglior vita e questa mi scrive un sms per dirmi che, nonostante il triste evento e l'impossibilità di venire in ufficio il giorno dopo, gli incentivi sono sempre in cima alla lista dei suoi pensieri e la tristezza per il caro estinto non le offuscherà la mente al punto da indurla a trascurare il dovere?
Ma il mondo, secondo voi, non sarebbe un posto migliore se, quando muoiono i nonni, la gente se ne sbattesse degli incentivi e versasse una lacrimuccia tenera pensando a quando, da piccoli, ci raccontavano le favole davanti al camino? Ma abbiamo un'agenda al posto del cuore?
No, non sono io che non pietà per il povero Feretro, è questo cazzo di mondo che è sbilenco. E lei accetta bovinamente che sia sbilenco.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:51:00 AM | Permalink | 6 comments
02 gennaio 2008
Ed eccovi, signore e signori, l'Anno Nuovo.
Pieno di speranze.
Serenità.
Soldi.
Lavoro.
Soluzioni.
Anno nuovo, vita nuova.
Sono due giorni che ricevo e dispenso auguri sobri, melensi, scherzosi, tiepidi, affettuosi. Auguri in tutte le salse, io che a Natale poco ci mancava che m'impiccassi a un palo della luce. E non devo essere l'unica: stamattina la gente sull'autobus aveva la faccia meno incazzata del solito. Ok, lo zucchero nei panettoni e qualche giorno di ferie, ma il merito di questo clima di speranza dai toni leggermente maniacali è soprattutto suo, miei cari, dell'Anno Nuovo, la panacea di tutti i mali. Quello che dovrebbe dispensare ogni ben di dio senza distinzioni di sesso, genere, età e ceto sociale per il solo fatto di essere il 2008 e non il 2007. Come dire che io il 24 marzo ho trentun anni e sono una sfigata precaria, poi però vado a dormire e quando mi sveglio il giorno dopo addio sfiga, addio precarietà, addio anonima sofferenza psichica, addio paturnie, addio sconfitte, addio povertà, addio tutto. Perché? Beh, perché gli anni sono diventati 32: cambiare il numero dell'unità cambia la vita, non lo sapevate?
E il bello è che ci si crede, signori, davanti a quel "meno quattro, meno tre, meno due..." che l'anno nuovo sarà una cornucopia di trionfi e felicità, un tripudio si soluzioni di problemi decennali, la svolta tanto attesa insomma. Poi arriva il due gennaio che è identico tale e quale sputato al due gennaio dell'anno precedente che, in linea di massima, è a sua volta identico a quello dell'anno prima ancora. Allora ho capito il senso di queste feste inquietanti: fissare una data simbolica per la chiusura del bilancio, una scusa per voltare pagina o almeno raccontarsi di averla voltata. Poi il giorno dopo si ricomincia con la stessa vita di sempre, quelle giornate del cazzo che per quanto t'impegni non riesci mai a ricomporre, come il Cubo di Rubik, che al massimo fai tre facce e poi cominciano i casini. Però è la speranza che conta, sennò Paolo Fox finirebbe a raccogliere le olive, invece di smerciarla a poco prezzo in tivvù. E pure tagliata male.
Però mi domando, perché se questo giochino funziona dalla notte dei tempi con la quasi totalità del genere umano, con me s'inceppa? Perché, invece della speranza, mi viene l'angoscia?
Beh, dai, cin cin.
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:38:00 PM | Permalink | 14 comments
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