Comunque, parto con l'Eurostar delle 8.16 che dovrebbe arrivare a Milano alle 10. Dovrebbe, perché invece arriva alle dieci e venti, nonostante questa bufala dell'alta velocità te la facciano pagare 30 euro solo andata. E comunque, ritardi a parte, l'eurostar Bologna-Milano delle otto del mattino è un'esperienza che vale ben più di 30 euro. Lì dentro c'è una selva umana di uomini in gessato grigio e cravatta, abbronzatura posticcia, blutooth nell'orecchio e una decina di cellulari ultracostosi a cranio opportunamente schierati sul tavolino. Le poche donne presenti son la versione femminile dell'homo economicus succitato: gessato con gonna, camicetta con scollatura ammiccante, tacchi di quindici centimetri minimo che solo a guardarle ti chiedi come dev'essere la vita di una che si autoinfligge tacchi di quel calibro durante una trasferta. Probabilmente sarebbe capace di condannarsi a bustino e autoreggenti durante un safari nel deserto del Sahara. Neppure il controllore è un vero controllore, ma una velina con méches e trucco da tigre del ribaltabile che, in una casta tenuta da controllore, dispensa sorrisi compiacenti ai manager di turno che al suo passaggio trascurano l'andamento titoli per sbirciarle la scollatura con la discrezione di un camionista.
Appena giunta a Milano, per analogia con la popolazione locale, si comincia a correre furiosamente. Si scende in metropolitana correndo, si acquista il biglietto correndo, ci si precipita sul treno correndo dove si resta in piedi per poter correre fuori appena arrivati alla propria stazione. Lì si consulta la cartina correndo e infine ci si ritrova a destinazione con mezz'ora di anticipo, trafelati come un maratoneta e puzzolenti come un intero gregge di pecore. Ora, siccome in mezzo a tre milioni e mezzo di individui che corrono, uno che sta impalato davanti a un portone viene guardato come uno che piscia in pieno giorno nella piazza del paese, mi viene l'idea geniale di infilarmi in un bar per prendere un caffè. Ed è così che scopro con orrore che in uno stradone pieno di negozi e uffici c'è un unico bar nel raggio di cinquecento metri che detiene il monopolio della ristorazione ed è gestito da un tale con la faccia soddisfatta di chi ha conti segreti in tutti i paradisi fiscali del pianeta. E infatti il caffè lo pago un euro e dieci, alla faccia del libero mercato.
Arriva l'ora del colloquio, approfitto dello specchio dell'ascensore per ricompormi e suono. Mi ritrovo in una sala tutta, e quando dico tutta intendo tutta, soffitto compreso, arancione. Quelli del primo colloquio avevano le pareti che parevano un arcobaleno psichedelico. Qua è tutto arancione e le sedie sono verde mela. Perché? Dico davvero, qualcuno può spiegarmi per quale motivo le agenzie di comunicazione e pubblicità hanno uffici che sembrano asili d'infanzia per bambini ipercinetici?
Il colloquio me lo fa uno dei due titolari dell'azienda. Un tizio di una quarantina d'anni che indossa un semplice golfino grigio, non ha un blutooth nell'orecchio, non digrigna i denti, non mi fa domande cretine. Dopo le solite domande seguite dalle solite risposte, il tizio spara:
"Che tipo di contratto ha al CSM?"
"A progetto"
"Mi scusi, ma sul suo curriculum c'è scritto che lavora lì da settembre 2005"
"Eh si, è così"
"Con contratto a progetto?" e così dicendo inarca il sopracciglio
"S-S-Sì" decido di essere prudente in proposito, ma temo che un lampo di rabbia mi attraversi gli occhi.
"Beh, un po' scorretti: noi non lo facciamo. Su dodici persone solo due sono con contratto a progetto. Lo usiamo all'inizio, per qualche mese, poi se una persona ci piace e decidiamo di tenerla non abbiamo interesse a farla morire di fame e di angoscia"
"..."
"Un collaboratore usurato dall'ansia per la scadenza del contratto e che lavora magari nove dieci ore il giorno senza poter condurre un'esistenza almeno tranquilla finirà col non lavorare bene, non dare il meglio e l'azienda ne risentirà. Non pretendiamo un dipendente felice, ma renderlo infelice non ci conviene e non è nel nostro interesse"
Partono cori di angeli e campanelle natalizie. La stanza si riempie di una luce accecante e io fisso l'uomo che ho davanti, improvvisamente avvolto da un'aura luminosa, con l'espressione delle pastorelle di Fatima davanti alla madonna. Non sono sicura, ma mi pare di aver intravisto due timide alucce spuntare dietro la schiena. Nonostante l'emozione, il mio talento per le quisquiglie non manca di notare che, tra l'altro, neppure una volta l'angelo imprenditoriale che ho di fronte ricorre al termine "risorsa umana". Persone, dipendenti, collaboratori, nessuna asettica, aspecifica, impersonale risorsa umana.
Finito il colloquio me ne torno in stazione, ma non corro. All'una e cinquanta balzo sull'espresso Milano-Agrigento che, per dieci euro, dovrebbe sbarcarmi a Bologna alle 16.08. Nello scompartimento solo io e un tizio sulla cinquantina che, dopo essersi sparato un chilo e mezzo di pane e sopressata, si addormenta russando. Il treno arriva a Bologna alle quattro meno dieci. Due ore, come l'eurostar, ma con 20 euro in meno e senza trilli di Blackbarry.
Dopo una sessione usurante di nuoto, stramazzo sul letto serena come un bambino.
L'ottimismo non una delle mie maggiori qualità e tendo a credere anche stavolta, nell'eldorado milanese della comunicazione dove sono stata oggi, non sceglieranno me. Però sapete una cosa? La scoperta che i datori di lavoro umani esistono e che ne ho avuto uno davanti per quasi un'ora, così reale che allungando una mano avrei potuto toccarlo, per oggi è una soddisfazione sufficiente.







