26 febbraio 2008
E così ieri vado a Milano per la seconda volta in quindici giorni. Buffo: passi la vita a girare al largo da Milano e a dichiarare "tutto, tranne Milano!", poi un bel giorno ti rompi le palle e decidi che la tua avversione (peraltro condivisa dal 99% degli italiani, fra cui molti milanesi) per Berluscopoli è un granello se confrontata all'odio per il CSM. Così mandi qualche centinaio di curriculum e, all'improvviso, sembra che nel tuo orizzonte non esista altro che quel budello metropolitano nebbioso. Vabbè, dicono che la vita sia bella per questo.
Comunque, parto con l'Eurostar delle 8.16 che dovrebbe arrivare a Milano alle 10. Dovrebbe, perché invece arriva alle dieci e venti, nonostante questa bufala dell'alta velocità te la facciano pagare 30 euro solo andata. E comunque, ritardi a parte, l'eurostar Bologna-Milano delle otto del mattino è un'esperienza che vale ben più di 30 euro. Lì dentro c'è una selva umana di uomini in gessato grigio e cravatta, abbronzatura posticcia, blutooth nell'orecchio e una decina di cellulari ultracostosi a cranio opportunamente schierati sul tavolino. Le poche donne presenti son la versione femminile dell'homo economicus succitato: gessato con gonna, camicetta con scollatura ammiccante, tacchi di quindici centimetri minimo che solo a guardarle ti chiedi come dev'essere la vita di una che si autoinfligge tacchi di quel calibro durante una trasferta. Probabilmente sarebbe capace di condannarsi a bustino e autoreggenti durante un safari nel deserto del Sahara. Neppure il controllore è un vero controllore, ma una velina con méches e trucco da tigre del ribaltabile che, in una casta tenuta da controllore, dispensa sorrisi compiacenti ai manager di turno che al suo passaggio trascurano l'andamento titoli per sbirciarle la scollatura con la discrezione di un camionista.
Appena giunta a Milano, per analogia con la popolazione locale, si comincia a correre furiosamente. Si scende in metropolitana correndo, si acquista il biglietto correndo, ci si precipita sul treno correndo dove si resta in piedi per poter correre fuori appena arrivati alla propria stazione. Lì si consulta la cartina correndo e infine ci si ritrova a destinazione con mezz'ora di anticipo, trafelati come un maratoneta e puzzolenti come un intero gregge di pecore. Ora, siccome in mezzo a tre milioni e mezzo di individui che corrono, uno che sta impalato davanti a un portone viene guardato come uno che piscia in pieno giorno nella piazza del paese, mi viene l'idea geniale di infilarmi in un bar per prendere un caffè. Ed è così che scopro con orrore che in uno stradone pieno di negozi e uffici c'è un unico bar nel raggio di cinquecento metri che detiene il monopolio della ristorazione ed è gestito da un tale con la faccia soddisfatta di chi ha conti segreti in tutti i paradisi fiscali del pianeta. E infatti il caffè lo pago un euro e dieci, alla faccia del libero mercato.
Arriva l'ora del colloquio, approfitto dello specchio dell'ascensore per ricompormi e suono. Mi ritrovo in una sala tutta, e quando dico tutta intendo tutta, soffitto compreso, arancione. Quelli del primo colloquio avevano le pareti che parevano un arcobaleno psichedelico. Qua è tutto arancione e le sedie sono verde mela. Perché? Dico davvero, qualcuno può spiegarmi per quale motivo le agenzie di comunicazione e pubblicità hanno uffici che sembrano asili d'infanzia per bambini ipercinetici?
Il colloquio me lo fa uno dei due titolari dell'azienda. Un tizio di una quarantina d'anni che indossa un semplice golfino grigio, non ha un blutooth nell'orecchio, non digrigna i denti, non mi fa domande cretine. Dopo le solite domande seguite dalle solite risposte, il tizio spara:
"Che tipo di contratto ha al CSM?"
"A progetto"
"Mi scusi, ma sul suo curriculum c'è scritto che lavora lì da settembre 2005"
"Eh si, è così"
"Con contratto a progetto?" e così dicendo inarca il sopracciglio
"S-S-Sì" decido di essere prudente in proposito, ma temo che un lampo di rabbia mi attraversi gli occhi.
"Beh, un po' scorretti: noi non lo facciamo. Su dodici persone solo due sono con contratto a progetto. Lo usiamo all'inizio, per qualche mese, poi se una persona ci piace e decidiamo di tenerla non abbiamo interesse a farla morire di fame e di angoscia"
"..."
"Un collaboratore usurato dall'ansia per la scadenza del contratto e che lavora magari nove dieci ore il giorno senza poter condurre un'esistenza almeno tranquilla finirà col non lavorare bene, non dare il meglio e l'azienda ne risentirà. Non pretendiamo un dipendente felice, ma renderlo infelice non ci conviene e non è nel nostro interesse"
Partono cori di angeli e campanelle natalizie. La stanza si riempie di una luce accecante e io fisso l'uomo che ho davanti, improvvisamente avvolto da un'aura luminosa, con l'espressione delle pastorelle di Fatima davanti alla madonna. Non sono sicura, ma mi pare di aver intravisto due timide alucce spuntare dietro la schiena. Nonostante l'emozione, il mio talento per le quisquiglie non manca di notare che, tra l'altro, neppure una volta l'angelo imprenditoriale che ho di fronte ricorre al termine "risorsa umana". Persone, dipendenti, collaboratori, nessuna asettica, aspecifica, impersonale risorsa umana.
Finito il colloquio me ne torno in stazione, ma non corro. All'una e cinquanta balzo sull'espresso Milano-Agrigento che, per dieci euro, dovrebbe sbarcarmi a Bologna alle 16.08. Nello scompartimento solo io e un tizio sulla cinquantina che, dopo essersi sparato un chilo e mezzo di pane e sopressata, si addormenta russando. Il treno arriva a Bologna alle quattro meno dieci. Due ore, come l'eurostar, ma con 20 euro in meno e senza trilli di Blackbarry.
Dopo una sessione usurante di nuoto, stramazzo sul letto serena come un bambino.
L'ottimismo non una delle mie maggiori qualità e tendo a credere anche stavolta, nell'eldorado milanese della comunicazione dove sono stata oggi, non sceglieranno me. Però sapete una cosa? La scoperta che i datori di lavoro umani esistono e che ne ho avuto uno davanti per quasi un'ora, così reale che allungando una mano avrei potuto toccarlo, per oggi è una soddisfazione sufficiente.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:37:00 PM | Permalink | 57 comments
21 febbraio 2008
La Bara stamane si sente più in carriera del solito. E' inguainata in un tubino rosso, ha fatto la tintura da poco e il viso è quanto di più simile a un calco di gesso io abbia mai visto. Se di solito è una bara, oggi è decisamente un catafalco.
Appena varco la soglia dell'ufficio dichiara, senza alzare gli occhi dal Sole24Ore, né accennare un sorriso di buongiorno:
"Oggi finalmente farai un vero lavoro da giornalista d'inchiesta!"
Ora, se lavorassi in un ufficio normale in cui, dai vertici alla base, le persone conoscono il significato delle parole che usano, la prospettiva di rispolverare i neuroni mi riempirebbe di entusiasmo. Ma, aihmé, lavoro al CSM, perciò la locuzione “giornalismo d’inchiesta” mi provoca un principio di crisi di panico arricchito da un irritante attacco di colite preventivo. L’ultima volta che mi hanno rifilato un lavoro chiamandolo “inchiesta” mi sono ritrovata a telefonare a tutte le redazioni rai per rintracciare un famoso chirurgo delle emorroidi intervistato non si sa in quale programma, né su quale rete (“di sicuro è la Rai” mi dissero), né in quale giorno, mese, anno o era geologica, e di cui SS non ricordava il nome e neppure il cognome. Ovvio che questo non mi aiutò a sentirmi l’Ilaria Alpi della bassa padana, ma piuttosto un Fantozzi in gonnella costretto a scrivere in cielo “io sono una merdaccia”, ennesima conferma della centralità che la questione intestinale ha nella mia vita.
Stavolta però è diverso, si affretta a spiegarmi La Bara, nessun pellegrinaggio telefonico da una redazione all’altra, no. Oggi bisogna intervistare titolari di concessionarie e officine (si, quelle in cui si aggiustano le auto, proprio quelle) per sondare il loro grado di soddisfazione/insoddisfazione per gli incentivi alla rottamazione.
Detto così può sembrare un lavorino giusto un po’ noioso, ma bisogna tener conto che:
  1. I meccanici di solito non brillano per vivacità intellettuale, né raffinatezza nell’eloquio. Di solito hanno due espressioni, e una delle due include un vaffanculo;
  2. ¾ degli italiani, meccanici e non, ne ha piene le palle delle telefonate in cui rampanti operatori di telemarketing, con la scusa dell’indagine di mercato, tentano di venderti 15 kg di mozzarelle liofilizzate o l’ennesima irrinunciabile offerta di telefonia. Di conseguenza basta lasciarsi sfuggire la parola “indagine” per ricevere in cambio un vaffanculo diretto e senza appello, in alcuni casi preceduto/seguito da sfogo rabbioso neanche fossi il garante per la privacy;
  3. ¾ dei meccanici e dei concessionari odia gli incentivi alla rottamazione che li costringono a fare sconti al cliente per poi recuperare i soldi col credito d’imposta, se tutto va bene, fra un anno. Di conseguenza basta pronunciare la parola “incentivi” per ricevere in cambio un vaffanculo diretto e senza appello, in alcuni casi preceduto/seguito da inarrestabile sfogo rabbioso, neanche fossi il portavoce del ministro dello sviluppo economico;
  4. La Bara non ha fiducia nelle mie capacità espressive e mi ha preparato uno script da leggere al telefono a cui devo attenermi rigidamente. Usare un sinonimo equivale a essere mandati affanculo seduta stante dopo essere stata rimproverata per eccesso di spirito d’iniziativa.

Per quanta buona volontà ci metta, codesto "lavoro da giornalista d’inchiesta" consiste perlopiù nel raccattare vaffanculi di ogni tipo da parte di mezza Italia.
A questo punto del pomeriggio ho totalizzato una ventina di vaffanculi, ma meritano una menzione particolare un novello Nerone veneto che vuole appiccare il fuoco a tutta Roma, un sardo che mi pare abbia deciso di dare in pasto ai maiali l’ex ministro dello sviluppo economico e “tutta la sua cricca” e un siciliano che mi ha seccamente risposto che lui non sa chi sono io, non sa niente di incentivi e comunque non dice niente ai giornalisti. Poi dici gli stereotipi.

La Bara ne frattempo sta calcolando quante calorie ha già ingurgitato e quante ne può ancora introdurre senza che il tubino rosso esploda all'altezza del girovita. Inoltre sembra particolarmente preoccupata dalla considerazione che sui giornali persino i modelli, non più solo le modelle, somigliano a mucchietti d'ossa coi capelli. Ed è la terza volta che mi dice che a lei il maschio piace maschio.

Ricordatemi nelle vostre preghiere.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:15:00 PM | Permalink | 7 comments
19 febbraio 2008
Ho visto Ferrara affacciarsi al nuovo balcone e predicare la sacralità della vita. Lo ha fatto in modo così intenso che quasi mi ha commosso. Davvero. Mi commuove sempre vedere qualcuno che pensa di essere depositario della parola di Dio. Avrei voluto battergli una mano sulla spalla e dirgli "Bravo, adesso dici un atto di dolore e vai a casa per favore, che qua dobbiamo discutere di cose serie".
Ferrara a parte, la questione è questa: anni fa, quando vinse il no al referendum sulle staminali, la Chiesa fece una campagna elettorale vergognosa con il silenzioso assenso della classe politica e dell'opinione pubblica. Un sacco di italiani, troppi italiani, andarono allegramente al mare. Quello di cui pochi si accorsero è che le motivazioni usate dalla Chiesa a sostegno del no erano le stesse che da anni vengono usate contro l'aborto. Pensai: stanno spianando la strada, quando i tempi saranno maturi rimetteranno le mani sulla legge sull'aborto. E, purtroppo, ho avuto ragione.
Ora, io sono atea. Penso che l'anima pesi 21 grammi e si dissolva nell'aria quando si esala l'ultimo respiro. Penso che l'uomo nasce, vive e muore e la faccenda finisce lì. Penso che dedurre l'esistenza di un dio buonissimo e perfettissimo dall'esistenza dell'uomo equivale a convincersi che la cioccolata è buona mentre si odora la cacca. E' una mia convinzione, è estrema, e probabilmente molti di voi non la condividono. Anzi, al contrario è probabile che qualcuno di voi preghi la mattina, vada in chiesa la domenica e creda nella vita eterna. Ed è giusto che ci creda, se così gli suggerisce la sua coscienza. E' questo il bello del mondo: per fortuna non la pensiamo tutti nello stesso modo.
Il punto però, quando parliamo della 194, non è in cosa credo io o in cosa credete voi. Il punto non è Dio. E nemmeno la sacralità della vita.
Il punto è lo Stato e le libertà che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini. Se preferite la sfera di non ingerenza nelle decisioni del singolo che lo Stato deve riconoscere e tutelare.
La 194 non obbliga nessuno ad abortire.
La 194 dà a chi ritiene giusto farlo, per ragioni che non deve spiegare a nessuno, il diritto di non diventare madre. Una donna cattolica renderà conto alla sua coscienza cattolica di ciò che sta facendo. Una donna non cattolica renderà conto alla propria coscienza non cattolica di ciò che decide.
Non lasciamoci trascinare nel dibattito "è un bambino, non è un bambino" o in una discussione sulla sacralità della vita. Si tratta di argomentazioni tendenziose costruite ad arte per condurci sulla strada sbagliata. Il punto è che l'Italia è uno stato laico; e uno stato laico DEVE garantire alle sue cittadine il diritto a una maternità consapevole e scelta. Le cittadine cattoliche che ritengono l'aborto un omicidio non abortiranno. Se, al contrario, le cittadine riterranno giusto abortire, lo faranno.
La campagna contro la 194 che Ferrara sta portando avanti mina non solo la libertà delle donne di scegliere una maternità consapevole, cosa già gravissima, ma intacca anche il concetto stesso di stato laico che ispira la costituzione italiana. Utilizzando argomentazioni poderose e complesse come la sacralità della vita umana, a cui è difficile rispondere senza passare per Gengis Khan, si punta a ridurre al silenzio i laici e a far sì che la maggioranza cattolica imponga, attraverso le leggi, modelli di comportamento ispirati dalla religione anche a chi religioso non è. Ora siccome i cattolici in Italia sono anche la maggioranza, si apre la strada a un pericoloso atteggiamento di mancata tutela dei diritti delle minoranze. E questo, in un paese davvero democratico, non può accadere.
Ora io magari esagero, ma voi fate un favore: rifletteteci.

Per sostenere la 194 e dare il vostro contributo, leggete qua
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:05:00 AM | Permalink | 20 comments
18 febbraio 2008
Oh, la settimana comincia proprio bene: fa un freddo orbo e stamattina ho scoperto che per Veltroni i diritti che noi precari non abbiamo più valgono mille euro il mese.
Ora io dico, se proprio vuole comprare i voti dei precari potrebbe avere almeno il buon gusto di offrire una cifra decente. Siam bamboccioni di qualità, mica puttanelle da due soldi.
Avanti, c'è qualcuno che offre di più?
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:10:00 PM | Permalink | 22 comments
15 febbraio 2008
In pausa caffè, al CSM, si confilosofa amabilmente di bellezza e fascino.

Il Grafico: "La bellessa è un conto, il gusto personale è un altro: te puoi dire che Brad Pitt non ti piaze, non che è un brutto maschio"
La Kapò: "Io dico poi quel che mi pare. A me mi fa schifo, quello là, con tutti quei capelli biondi"
La Spia, sospirando: "L'importante è il fascino, non la bellezza"
Il Grafico: "Ho capito che non ti piaze, Brad Pitt, ma la sua bellessa è oggettiva. Te puoi dire che non ti piaze, non che è brutto. Alvaro Vitali è brutto; Brad Pitt è bello. Poi magari a te ti piaze Alvaro Vitali e ti fa schifo Brad Pitt. Son due cose diverse"
La Kapò: "Sozzia!e come la fai lunga!Cazzo vuol dire oggettivamente bello, se non mi piaze, ti dico che per me è brutto!"
La Spia, sempre sospirando: "In fondo, ciò che conta è il fascino"
Il Grafico: "Mo si, mo è un altro discorso, io parlo di bellessa. Cosa z'entra il fascino? Pure uno brutto può essere affasinante!"
La Spia, piccata: "La bellezza non è tutto!A me lo dicono sempre che non sono bella, ma z'ho fascino. E a me mi fa pure più piazere che se mi dicessero che sono bella, perchè non ci vuole mica tanto a essere belli, tutti possono essere belli"
La Kapò: "Seeee vabbè!'Sti cazzi che tutti possono essere belli!Poi che te z'hai fascino mi sta bene, ma non dir cassate, però!"
Il Grafico: "Vabbè certo, bello se o zi nasci, o non zi diventi mica!"
La Spia, col furore negli occhi: "Io z'ho più piazere quando mi dicono che z'ho un bel modo di fare, che son sicura di me e cose così, di quando mi dicono che son bella!"
Il Direttùr, passando di lì: "Vabbè, tanto non te lo dice nessuno, tranquilla!"

Questo non è un ufficio, è una fossa dei leoni, una gabbia di lupi idrofobi, una colonia di coccodrilli assetati di sangue.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:13:00 PM | Permalink | 7 comments
14 febbraio 2008
Stamattina ho ritirato le analisi prescritte dal caccologo per capire se sono affetta da Morbo di Crohn, celiachia o qualche altra iella simile. Ebbene, signori, la sentenza è questa: non ho una beata minchia. Sono in forma come un ragazzo di diciannove anni, sto così bene che da far invidia a un neonato.
Ora, le ipotesi del caccologo sulla possibile origine della mia colite erano: morbo di Crohn, celiachia, intolleranza al lattosio e follia. E' per questa ragione che sento di potervi annunciare con una certa ufficialità che sono una folle conclamata. La buona notizia, dunque, a parte il fatto che posso continuare a ingozzarmi di carboidrati come e quando mi pare, è che la follia non ha mai ucciso nessuno. Non direttamente, almeno. Però mi domando, la mia follia non poteva scegliere un modo meno volgare di esprimersi? Prendiamo per esempio Van Gogh, senza dubbio un matto celebre. Ok, si tagliava le orecchie, le spediva a quel poveraccio del fidanzato e dipingeva ossessivamente autoritratti, con e senza orecchie. Però persino il taglio dell'orecchio ha contorni meno ridicoli delle multiple sessioni defecatorie che mi sono toccate in sorte. E quell'altro squilibrato di Dostoevskij? Sarebbe stato lo stesso Dostoevskij se, invece di darsi al gioco d'azzardo e ad altri simpatici vizietti, avesse passato le giornate piegato in due dai crampi alla ricerca del cesso più vicino?
Morale: sono un Fantozzi della follia. Precaria e ridicola anche nelle manifestazioni del disagio.

 
co.co.prodotto da Atipica at 5:56:00 PM | Permalink | 14 comments
Siamo solo alle due del pomeriggio e sentir parlare di San Valentino mi ha già sfranticato i cocones. E mentre fiorai e cioccolatai dello stivale si fregano le mani pregustando la chiusura della cassa, sapete cosa m'è venuta in mente?
Questa:

Amore che vieni, amore che vai

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai

e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai

venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai
amore che vieni, amore che vai
io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai
amore che vieni, amore che vai

Fabrizio de André

La Bara dice semrpe che De Andrè è aggressivo e volgare. Ma, d'altronde, lo dice anche di Eduardo De Filippo.

 
co.co.prodotto da Atipica at 2:45:00 PM | Permalink | 9 comments
13 febbraio 2008
E' una settimana che c'è il sole. Un freddo polare, ma con sole. L'umore segue la parabola metereologica e risale. Se domani piove, va da sè, mi suicido. Poi ditemi se questa non è precarietà a tutto tondo. Comunque ora sono in fase di delirio euforico e ho deciso di cambiare la mia vita. Tanto per cominciare ho ribattezzato il gatto: non si chiama più Achab, ma Tolomeo. Prima di tutto perchè Achab allude alla sua sciagura di zoppetto e sarebbe come avere un amico cieco e dirgli tutti i giorni "Ti ricordi che sei cieco, si?". Cose da SS. Secondo, perché Tolomeo è grosso e grasso e, se fosse intero, sarebbe uno di quei gattoni enormi che stai attento ad avvicinarti per paura che ti stacchi una mano.
Ho anche deciso di adottare un canarino. Quando ero piccola mio padre ne riportò uno a casa senza dirmi niente; è praticamente l'unico animale che mia madre abbia mai tollerato in casa a parte me. Stavamo ancora decidendo il nome, quando il gatto gli fece un agguato che gli costò una zampetta. Si spaventò tanto la povera bestia - soprattutto perché il gatto continuava a fargli la posta sotto la gabbia con aria famelica - che perse le piume sulla testolina e gli venne la chierica come ai frati. E così lo chiamai Fra' Cazzitto. Il perché del Cazzitto non me lo chiedete e soprattutto evitate di malignare, per favore.
Dopodiché, rinnovate la flora e la fauna di casa, ho deciso di tagliarmi i capelli. Solo che non so se tagliarmeli corti o tentare prima la strada dello scalato. E capisco che questo ai lettori maschi possa sembrare un problema da poco (oltre tutto qua siamo tutti trentenni, alzi la mano il maschio che ha ancora più di dieci capelli in testa) ma, credetemi, la questione sta assorbendo quasi tutte le mie energie da una settimana a questa parte. Praticamente l'indecisione mi sta consumando. Ci sarebbe anche la vaga idea di tingerli, ma preferisco non pensarci, altrimenti non ne esco più.
Son cazzate? La felicità, dicunt, sta nelle piccole cose.
Il lavoro? E beh, stamattina mi è stato affidato il prestigioso incarico di rimuovere le riviste di nautica dalla scrivania de La Bara e spostarle nell'armadietto. Ho eseguito fischiettando.
Poi la Kapò mi ha ordinato di liberare l'armadietto e rimettere le riviste di nautica dove le avevo prese; così, sempre fischiettando, ho spostato le riviste dall'armadietto alla scrivania.
A questo punto La Bara, indispettita, ha sentenziato che io devo fare quello che dice lei e gli altri vadano a farsi fottere, e le riviste sono state nuovamente traslocate nell'armadietto. Fischiettando, ovvio.
Infine la Kapò mi ha domandato livida perché le riviste fossero nuovamente nell'armadietto e io ho risposto, sorridendo: "La Bara mi ha detto di metterle lì: dice che io devo fare quello che dice lei e non quello che dici tu".
La Kapò si è precipitata nell'ufficio della Bara urlando e hanno cominciato a litigare. Sono andate avanti a insulti tutta la mattina, come due streghe furiose e, infine, La Kapò ha messo fine a questo tranquillo scambio di opinioni con un "vai a farti inculare da un negro con un cazzo di due metri".
Così ho capito: se eseguo sempre tutti gli ordini che mi danno con precisione millimetrica, probabilmente passerò la vita a trasbordare riviste di nautica da una scrivania a un armadietto e da un armadietto a una scrivania ma, presto o tardi, loro si faranno fuori a vicenda fra atroci sofferenze.


 
co.co.prodotto da Atipica at 3:03:00 PM | Permalink | 15 comments
12 febbraio 2008
Questa mattina si affrontano questioni serie. Serissime. Semiotiche. Linguistiche. Insomma, cose complicate, signori miei, adatte per chi ha fatto gli studi alti.
Come vi ho detto sto cercando lavoro in un'area geografica circoscritta con precisione dalla locuzione "dagli Appennini alle Ande". Ora, in un mese di ricerca forsennata e di indefesso volantinaggio di curriculum, ho capito che la difficoltà maggiore di cercare lavoro in un'altra città consiste nel capire come cazzo si chiama il vostro lavoro in quel posto. Io, per esempio, pur avendo un sacco di dubbi esistenziali, so per certo che a Bologna Centro faccio l'addetto stampa. Ma non escludo che a Bentivoglio, un paesino di forse cinquemila anime cagato in mezzo alla bassa, io faccia qualcos'altro.
Ora, il regno della pubblicità e della comunicazione è, ahimè, Milano. Lì nessuno costruisce cose, ma tutti sembrano dedicarsi ossessivamente alla complessa attività di comunicare alla gente e alla stampa ciò che qualcun altro - magari in Cina - ha fatto. E anche se la prospettiva di brulicare in metropolitana in mezzo a milioni di potenziali berlusconiani non è la mia massima aspirazione, pare che, se voglio fare questo mestiere, non abbia alternative. Il problema è che a Milano l'addetto stampa non esiste. Nessuno, a Berluscopoli, fa questo mestiere. Mi c'è voluto un mese per capire che là gli sfigati come me si chiamano account junior. I più esperti, invece sono senior, executive, o senior executive così non ci si sbaglia. Ho capito con fatica che i junior non sono per forza più giovani dei senior, semplicemente prendono uno stipendio più basso, non scomandazzano, hanno un solo cellulare, non arrivano al lavoro in SUV ma in metro. Poi ci sono quelli che genericamente si occupano di media e public relations (attenzione a non dire relazioni con i media perché usare l'italiano in Italia è out), anche se non ho ancora capito se la differenza fra costoro e gli account consista solo nel fatto che l'amministratore dell'azienda per cui lavorano ha i deliri di grandezza e media relations gli suona più figo o in qualcosa di più sensato. Quello che so per certo è che dichiarare "faccio l'addetto stampa" a Milano è come dire "giuoco nell'aiuola" con la u: se avete meno di 90 anni, il vostro interlocutore vi polverizzerà con uno sguardo di disprezzo e il curriculum verrà immediatamente cestinato. A Milano non li vogliono, quelli che non sanno stare al passo coi tempi.
Così lunedì scorso, sotto una pioggia torrenziale e nonostante sia fermamente convinta della necessità di pensare di più e comunicare di meno, vado a Berluscopoli a fare un colloquio in questa megamultinazionale della comunicazione. Entro in una specie di capannone con le pareti azzurre, fuxia, rosa dove c'è talmente tanta gente che va avanti e indietro che per avvicinarmi alle segretarie della reception devo farmi largo a gomitate. Le segretarie - ops pardon, le receptionist - degnandomi a mala pena di uno sguardo, mi indicano col dito (lode alla capacità di sintesi) una saletta in fondo a un corridoio verde mela marcia e io prontamente mi c'infilo. La saletta ha una parete gialla, una bluette, una viola e una fuxia, roba da far venire un gran mal di testa, ma la cosa più inquietante sono i nani. E' piena di nani che mi guardano da ogni angolo. Riproduzioni di David Gnomo incrucciati, sorridenti, arrabbiati, ballerini che - compreso il cappello - mi arrivano alla cintola.
Sto per sedermi in mezzo alla comitiva di gnomi, quando la porta si apre ed entra una donna. Giovane, 35/40 anni. Anche bella. Ma piena di tic. Nel bel mezzo di una parola la bocca si torce in una smorfia di schifo, gli occhi sbattono come quelli di Jeannie la Strega. Inoltre, mentre parla, si spulcia le doppie punte e digrigna i denti producendo uno stridio imbarazzante.
"Quindi lei è un media relator?" crick crock, gneeeeeeec, stridio di incisivi.
"Yes, I do, cioè volevo dire si, direi di si"
"Junior o senior?" striiiiiiiiiiiiiiid, spunt-spunt.
"Beh, sono un addetto stampa da più di due anni..." confido nella sua capacità di giudicare da sola se due anni corrispondano a junioritudine o senioritudine.
"Ok, ma lei, dentro, si sente junior o senior? Junior, junior junior, junior con una punta di executive, senior o senior executive a tutti gli effetti..."
Per me senza maionese, grazie.
Anyway, decido di sparare basso, non si sa mai che mi ritrovo sul soglio pontificio e poi non so da dove cominciare.
"Junior, direi"
"Quindi lei non ha un'anima executive, per intenderci"
A parte che sto ancora cercando di capire se ho un'anima e agli aggettivi non ci sono ancora arrivata, a naso direi che executive ha qualcosa a che vedere con quindici ore di lavoro il giorno, stare sdraiati al mare col pc collegato a internet, il blackberry, due telefonini, il marketing di se stessi. No, forse non ho un'anima executive.
"Beh, spesso ho coordinato il lavoro di altre persone" cerco di glissare mentre il pensiero vola alla PsicoCentralinista e a Ursus e trattengo a stento una risata "ma direi che per il momento mi sento ancora junior".
"Bene, le faremo sapere" gneeeeeeeeeeeeeek, striiiiiiiiiiiiiid, spunt-spunt.
Deduco dall'esplosione di tic che sta mentendo e non mi richiameranno.
Prima che mi ritrovi a fare un altro colloquio a Berluscopoli, bisogna che m'inventi almeno un'anima executive e un vocabolario adeguato. Qualcuno di voi sa darmi consigli? Se funziona, per i primi 3 mesi vi do il dieci per cento dello stipendio, giuro.
Comunque ho deciso, se SS mi sbatte fuori, mi do all'economia domestica: sarò una home administrator.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:53:00 AM | Permalink | 10 comments
11 febbraio 2008
Stavo pensando alla questione vittimismo. Ci stavo pensando bene, cioè cercando di essere onesta. E non credo che il punto siano il vittimismo o il masochismo. Mi sento come uno che sta sul bordo della piscina, in attesa di cominciare l'allenamento. E' fermo, guarda l'acqua, ma si sente troppo stanco per tuffarsi e mettersi a nuotare. Conosce la fatica che ha davanti, sa anche che l'acqua è fredda e conosce la sensazione del corpo caldo che, sia pure per una frazione di secondo, viene trafitto dal freddo. Se si butta, dopo starà molto meglio. Però resta immobile. Non ha paura di affogare, perchè non si affoga nelle piscine e comunque sa nuotare bene. E' solo stanco e crede di non riuscire sopportare la fatica. Continua a concedersi cinque minuti sul bordo. Poi altri cinque e altri cinque. E intanto si sente sempre peggio, incapace, fallito, tutti cominciano a guardarlo storto e a pensare "dai su, cazzo, cosa ti costa?".
L'uomo sul bordo della piscina potrebbe andarsene a casa e sdraiarsi sul divano e farla finita col freddo e la fatica. Ma gli resterebbe la voglia di saltare in acqua e il rimpianto di non averci manco provato.
Ecco, io mi sento proprio come questo idiota che da più di due anni sta fermo a fissare l'acqua e a ripetersi "ora mi butto". E non c'è nessun compiacimento in questo immobilismo. Solo la percezione dolorosa di quanto, anche se nessuno mi trattiene, in questo momento sia davvero impossibile fare quel salto. O andarsene a casa, sul divano.

E sì che, in fondo, basterebbe una spintarella...
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:50:00 PM | Permalink | 7 comments
Diffondere la rivista in edicola, al contrario di quanto si potrebbe pensare, ha costi precisi e molto elevati. Perché la diffusione di un magazine in edicola abbia senso e l'editore riesca a recuperare i costi sostenuti e ad avere un margine di guadagno, bisogna poter contare su un certo numero di lettori. Altrimenti, dopo un po', si chiude bottega. La ragione per cui molte riviste non si trovano in edicola, ma possono essere comperate solo abbonandosi, è che non possono permettersi i costi di distribuzione e il pericolo di ritrovarsi il magazzino stipato di resi.
E' una spiegazione molto semplicistica ma grosso modo funziona così. E, infatti, se ci fate caso, le riviste che trovate in edicola, per quanto settoriali siano, hanno sempre dietro gruppi editoriali assai solidi.
I semplici lettori di solito non sono così informati, ma chiunque lavori in una casa editrice, anche solo come portiere, sa queste cose.Altrimenti è scemo, senza se e senza ma. Detto ciò, oggi squilla il telefono:

"CSM buonasera sono Benedetta"
"Siorina!siorina mi senteeee????" urla un signore con forte accento veneto
"Forte e chiaro, mi dica pure"
"Io son il sior Giovanni e c'ho l'officina a Conegliano, ha presente?"
"No, ma va bene, mi dica"
"Ecco, mi ha detto la siora moglie che poco fa avete chiamato per vendermi delle riviste, è vero?"
"Sì, le passo la collega..."
"No, no, non mi passi nessuno che tanto non le compro che non c'ho soldi da buttare, io. Chiamavo per darvi un consiglio"
"Bene, mi dica"
"Ecco, g'hè inutile che le riviste me le volete vendere a me!Le riviste le dovete vendere alla gente. E dove le compra le riviste, la gente? Mica da me che son meccanico. Da me ci porta la macchina per la revisione, per le gomme, quando qualcosa non ci funziona, mi spiego?"
"Perfettamente"
"Ecco, se la gente vuole una rivista se la va a comprare in edicola. G'hè lì che le dovete vendere, non a me!Mica faccio l'avvocato io, che c'ho i soldi da buttar?!"

Trattengo a stento una risata, saluto e chiudo.
La Bara mi vede ridacchiare, anzi, decisamente sghignazzare. E domanda:
"Perché ridi?"
"Questo simpatico signore ci ha appena detto che vendere la rivista in edicola sarebbe la soluzione!"
"Beh, non vedo cosa ci sia da ridere"
"!"
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:35:00 PM | Permalink | 2 comments
08 febbraio 2008
AC deve fare una serie di telefonate per cercare di vendere ai titolari di officine (sì, officine, quelle che vi fanno la revisione alla macchina depauperandovi la tredicesima), alla modica cifra di 1 euro l'una, 400 copie della nostra prestigiosa rivistuzza affinchè quelli cerchino a loro volta di spacciarla ai clienti al prezzo che decidono loro. Che se poi io, per caso, fossi fra i clienti che si lasciano indurre allo sconsiderato acquisto di cotanto fiore all'occhiello del giornalismo, dopo averlo letto tornerei a farmi restituire l'euro. Così tanto per rompere i coglioni.
Insomma dicevamo: AC deve telefonare alle officine e ha bisogno, ovviamente, di una lista di numeri di telefono. L'incarico prestigioso e delicatissimo di redigere tale lista è stato affidato ieri mattina, da SS in persona, alla Kapò.
La quale ha rivenduto il lavoro alla Spia.
La quale ha considerato che, in qualità di impiegata dell'amministrazione, non è tenuta a redigere liste di officine.
Così oggi pomeriggio AC, al suo arrivo, non ha trovato nessuna lista.
La Bara, informata della Questione Lista e appurato che la redazione del prezioso documento era stata affidata alla Spia, ha chiamato costei che, solo per oggi, era distaccata in un'altra azienda di SS. Anzi no: prima le ha mandato 4 sms identici ("lista officine da chiamare?"), poi le ha fatto 4 squilli per evitare di disturbarla (!), e infine, esasperata dal silenzio della collega, ha chiamato. Scocciata (chissà perché quando c'è di mezzo La Bara si scocciano tutti?), La Spia ha frettolosamente inviato ad AC un elenco di office ma, udite udite, senza numeri di telefono. Per reperirli, visto che il piccione viaggiatore è a tutt'oggi considerato uno strumento di comunicazione assai obsoleto, AC ha dovuto confrontare i nomi sulla lista con quelli presenti in un'altra lista prontamente fornitale da La Bara. Ora, siccome AC è precaria come e peggio di me, ma non è scema, si è accorta che l'elenco della Spia non corrispondeva assolutamente a quello de La Bara e, con una breve ricerca, ha scoperto che trattasi di due categorie diverse. La Spia, nella fretta, non ha mandato un elenco di officine, ma di costruttori. Impossibile dunque rinvenirli nell'elenco de La Bara, che invece conteneva nomi, numeri e indirizzi di officine. Un po' come cercare criceti nel recinto dei maiali, mi spiego?
Da bravo soldatino, ha segnalato la cosa a La Bara, suo - e purtroppo anche mio - referente.
Ed ecco, signori, la conversazione che ne è scaturita:
AC: "Questo non è un elenco di officine"
La Bara: "Impossibile"
AC: "No, davvero, ho controllato, sono costruttori"
La Bara: "Per cortesia, cerca di essere meno rigida nei tuoi schemi mentali"
AC: "Ma... sono costruttori!"
La Bara: "Mioddio, un po' di autonomia, ti ho detto che non è possibile"
AC: "Controlla tu stessa"
La Bara: "Benedetta, controlla quest'elenco di officine per favore, che AC oggi non ci sta con la testa"

Un quarto d'ora più tardi:
Io: "Ha ragione AC, è un elenco di costruttori"
La Bara:"Impossibile"
Io:"Davvero, questo elenco è sbagliato, è un elenco di costruttori"
La Bara:"Non so che cosa dirti, se SS mi chiederà conto di questo lavoro, dirà che non siete state in grado di farlo"
Io:"Ma non posso richiamare la Spia e chiederle l'elenco giusto?"
La Bara:"Assolutamente, sta lavorando, mica la posso disturbare ogni cinque minuti a causa della vostra incapacità"

Atterrita, AC ha preso il secondo elenco e ha cominciato a telefonare a casaccio, con il rischio di trovarsi a spacciare la rivista a qualcuno che magari ci fa pubblicità sopra e, quindi, sborsa già un sacco di soldi (sì perché la pubblicità su una rivista che non legge nessuno la facciamo pure pagare profumatamente, manco fossimo l'Espresso) .
Poco fa squilla il telefono:
La Spia: "Benny, mi sono accorta che vi mandato l'elenco sbagliato: è un elenco di costruttori. Però, accidenti, potevate anche dirmelo!"

Sigh.



 
co.co.prodotto da Atipica at 5:56:00 PM | Permalink | 5 comments
07 febbraio 2008
Ieri SS mi ha fottuto le sigarette. Non è una supposizione, nè un'illazione meschina; è un'affermazione che si assume tutte le responsabilità delle affermazioni. E' andata così: è entrato, non ha salutato nessuno, è passato davanti alla mia scrivania e ha preso pacchetto e accendino. Non ha chiesto una sigaretta servendosi prima che gli dicessi di si, non ha inguattato furtivamente il pacchetto mimando un furto e sorridendo. Lo ha preso e basta, lo ha preso con la naturalezza con cui ciascuno di noi prende una cosa che gli appartiene. E l'ha messo in tasca.
"Perché prendi le mie sigarette?" ho domandato sorridendo, certa che stesse scherzando.
Non ha risposto ma, dirigendosi verso il suo ufficio, nel corridoio ha acceso una sigaretta riponendo poi diligentemente il pacchetto in tasca.
Poco dopo sono arrivati una serie di squali suoi pari e il branco di pescecani, dopo gli opportuni convenevoli, si è raccolto in sala riunioni sprangando la porta. Sono rimasti chiusi là dentro per ore. Insieme con le mie sigarette. Per ben due volte SS mi ha chiamato (per raccogliere le ordinazioni per il bar e portare posaceneri puliti, come si conviene a un addetto stampa) e, quando sono entrata, ciascun pescecane stava allegramente sfumazzando quella che io presumevo essere una delle mie sigarette.
Mentre finivo la mia rassegna stampa, infilata nel mio buco nel muro e con il solito, monumentale raccoglitore a pungermi il costato, mi è venuto in mente che quelle sigarette erano mie. Le avevo comprate io, con i miei soldi, per fumarle io e non per devolverle alla comunità della quale mi dolgo quotidianamente di far parte. E mi sono anche ricordata che, per quanto riguarda le sigarette, sono tipo parecchio generoso: in dieci anni di onorata carriera di fumatrice non ho mai negato una sigaretta a nessuno, conosciuto o sconosciuto, simpatico o antipatico. Perché considero una crudeltà negare una sigaretta a un fumatore che abbia voglia di fumare. Quindi, se SS me le avesse chieste, gliele avrei date. E se mi avesse pregato di andare dal tabaccaio a comprargliele, lo avrei fatto. Ma il gesto presuntuoso e padronale con cui se n'è indebitamente appropriato mi ha francamente fatto girare i coglioni.
Così alle sei e mezzo, pronta per andare via con il mio bel cappottino indosso e la borsa a tracolla, ho bussato nella sala in cui era riunito l'esercito di pescecani. Quando ho sentito un "avanti" provenire dall'interno sono entrata, ho detto
con un candido sorriso "Scusate se vi disturbo, ma dovrei riprendere le mie sigarette perché sto andando a casa" e, con gesto disinvolto, ho preso pacchetto di sigarette e accendino dal tavolo.
Uno squalo educato ha risposto:
"Scusa, le abbiamo fumate quasi tutte, ma pensavamo fossero di SS"
"No, sono mie, le ha prese prima dalla mia scrivania, ma non c'è problema, anzi, mi avete fatto un favore: così fumo meno io" e, sempre sorridendo, sono andata a casa.

Far fare la figura del pezzente al capo presuntuoso e sadico non ha prezzo.

 
co.co.prodotto da Atipica at 2:01:00 PM | Permalink | 29 comments
05 febbraio 2008
La Bara:"Benedetta, sono molto arrabbiata con te"
Io: "Perchè?"
La Bara: "Per la rassegna stampa: dovresti essere più accurata, invece sei molto sommaria!"
Io: "Perché dici? Mi è sfuggito qualche articolo?"
La Bara, severa: "No"
Io: "Ho dimenticato di inviare gli articoli a qualcuno?"
La Bara: "No"
Io: "Oh, allora? Devo tirare a indovinare o ti esprimi?"
La Bara: "Tu stampi l'elenco di articoli ed effettui la rassegna spuntando i pezzi sull'elenco prima di mettere l'elenco stampato nel raccoglitore!"
Io: "E dunque?"
La Bara: "Dunque io voglio che tu stampi, inserisca nel raccoglitore e dopo rassegni e spunti!"
Io: "Ma il raccoglitore è gigantesco!E' scomodo piazzarsi davanti quel monumento nazionale dell'archivistica..."
La Bara: "Non so che cosa dirti!Io voglio così!"
Io: "Scusa, ma ho perso qualche elenco?"
La Bara: "No!"
Io: "E allora?"
La Bara: "Allora il capo sono io e quindi tu ora smetti di fare polemica sterile e fai quello che ti dico, per cortesia!"
Così ora sono qui, infilata nel mio buco di muro con un raccoglitore monumentale e pesantissimo che rischia ogni cinque minuti di cadermi su un piede, oltre a perforarmi il costato con durissimi angoli di cartone e impedirmi di vedere per intero il monitor, mentre le mie mani frugano a tentoni la tastiera in cerca delle lettere giuste per comporre un messaggio semplice e chiaro: V-A-F-F-A-N-C-U-L-O!
 
co.co.prodotto da Atipica at 3:08:00 PM | Permalink | 15 comments
Fra starnazzi e trilli molesti, il fax vomita un articolo de La Bara flagellato dalle correzioni di SS seguito da un foglio di insulti e minacce all'indirizzo della Kapò. Suo Sadismo ricorda che non saranno concesse ferie a nessuno fino a quando non gli avremo consegnato il Prospettone. Ovvero un prospetto con le date di uscita della rivista per tutto l'anno. E fin qui, tutto ok: considerato che si tratta di un obbrobbrio semestrale, stabilire sei date di uscita non sembra un'impresa titanica nemmeno per il microcerebro della Kapò. Il problema è che Egli desidera che il prospetto sia corredato con:
- le date della consegna del cd alla tipografia;
- le date del controllo della ciano;
- le date di consegna degli articoli di ciascun redattore e la previsione di chi scriverà cosa per tutto, e dico tutto, l'anno.
Il Prospettone dovrà poi essere inviato via fax a SS e affisso all'ingresso dell'ufficio. Fossi in lui ci piazzerei sotto anche un bel teschio con la scritta "Attenzione, pericolo di morte". O un più eloquente modellino di ghigliottina comandato da un nano col sorriso mefistofelico.
Ovviamente la questione non mi riguarda, perché gli unici giorni di ferie che intravedo all'Orizzonte sono quelli segnati in rosso sul calendario e quel microgrammo di ottimismo che ancora mi resta, dopo due anni di precariato qua dentro, mi suggerisce che il sadismo di SS non arriverà a proporre una revisione delle feste comandate con il solo scopo di a inchiodarmi alla scrivania il giorno di Pasqua.
Invece sulle due megere, che avevano già prenotato soggiorni in villaggi vacanze, crociere e altre porcherie sul genere ragionier fantozzi in vacanza, il fax di SS ha avuto l'effetto del morso di una vipera.
Allegato al succitato fax un altro, indirizzato solo a me, in cui SS dichiara con lettere cubitali che sono un'ignorante che non conosce la grammatica italiana, una specie di villana della penna che non ha la più pallida idea di come incrociare un soggetto con un verbo e che deve ringraziare in ginocchio che in giro esistano galantuomini come lui sennò, invece di scrivere, raccoglierei pomodori.

Io: "Ricominciamo? Ma perché quest'uomo abbia bisogno di maltrattare qualcuno per avere certezza della sua esistenza"
La Bara:"Benedetta, lo sai che è fatto così, no?E comunque ritengo che non ci sia alcun bisogno di esprimersi con tanta cattiveria nei suoi confronti".
Poi, rivolta alla Kapò:"Questo porco sadico non vuole darci le ferie! Sai cosa non capisco? Che bisogno ha di essere così sadico con i suoi dipendenti? Cos'è, si sente bene solo quando ci maltratta?"
La Kapò: "Sozzia davvero! Scpero proprio che gli venga un azzidente secco, davvero!"
Io: "Scusate, ma le ferie sono un vostro diritto, non credo possa negarvele solo perché si è svegliato male stamattina"
La Kapò: "Sozzia, Benny, sempre a far la sindacalista stai!" mi redarguisce la Kapò
La Bara:"Ma Benedetta!non siamo sindacalisti che parlano sempre di diritti, noi!Mica siamo comunisti come te"
Poi, rivolta alla Kapò: "Comunque le ferie sono un nostro diritto, mica può negarcele solo perché stamattina è sceso dal letto col piede sinistro!"
La Kapò: "Zerto!Ziusto!Z'hai razione, diziamoglielo, diziamogli che è un nostro diritto"

Poco più tardi:
La Bara: "Quante volte ti ho detto che i giornali vanno conservati quindici giorni e non sette?"
La PsycoCentralinista: "Ma la settimana scorsa mi hai detto che dopo una settimana vanno buttati sennò fanno disordine"
La Bara:"Non so cosa dirti"
La PsyCo: "Ho ancora la circolare che mi hai fatto firmare, adesso la cerco"
La Bara: "Non so cosa dirti. Adesso SS cerca un giornale del 22 gennaio e non lo abbiamo. E io gli dirò che non lo abbiamo perchè tu hai contravvenuto alle mie indicazioni buttando i giornali dopo una settimana e non quindici giorni come ti avevo ordinato"
La Psyco: "Ma ho la circolare!"
La Bara: "Non so cosa dirti" poi, dopo un attimo di riflessione "E poi, se cerchi bene, vedrai che ne trovi un'altra in cui dico 15 giorni"
La Psyco: "No, io quella non l'ho mai vista...non ce l'ho!"
La Bara: "Peggio per te, non so cosa dirti!"

Insomma, niente di nuovo qui al CSM. Stessa follia, stesse meschinità di sempre.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:24:00 AM | Permalink | 6 comments
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