31 marzo 2008
Blogstar precarie alla riscossa. Sì, proprio come le galline.
Qui si parla di me. E c'è pure il mio occhio.
Considerato che sto per rimanere senza uno straccio di lavoro, un po' di gloria mi rischiara la giornata.
Il mio ego rinfrancato e momentaneamente ipertrofico ringrazia Monica Scillia della Scuola di Giornalismo di Bologna per avermi stanato nel web, essersi smazzata la lettura delle mie disavventure e aver pure pensato di scriverci un pezzo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:24:00 PM | Permalink | 28 comments
28 marzo 2008
L'ufficio è deserto, la Spia picchietta zelante la tastiera senza alzare lo sguardo dal monitor mentre la Psycocentralinista si prende cura delle sue piantine che hanno avuto una dura settimana.
Inizio digressione sulle piantine.
Qualche tempo fa SS ha abbandonato in un angolo della stanza padronale un presente di un suo socio in affari o aspirante tale: una scatola contenente almeno venti chili di mozzarella di bufala immerse in opportuna acquetta lattigginosa. Ovviamente non ci ha detto "guardate che ci sono venti chili di mozzarella lasciati ad ammuffire nel mio ufficio: buttateli", perciò la scatola è rimasta abbandonata senza che nessuno se ne curasse. Martedì scorso, di ritorno dalle vacanze di Pasqua, l'ufficio era immerso in una nauseabonda puzza di cadavere. Atterriti all'idea che SS piombasse in ufficio da un momento all'altro e che le sue padronali narici fossero offese da cotanto afrore, i miei colleghi si sono subito lanciati alla ricerca della "causa della puzza". E la Kapò non si è fatta sfuggire l'occasione per vessare un po' la PsycoCentralinista:
"Sono le tue piante di merda che fan sta pussa" grida La Kapò
"Non sono le mie piante, non sono le mie piante, non sono le mie piante" risponde la centralinista con il solito dondolio
"Sci, inveze, son le tue piante di merda e le loro radizi di merda"
"Non puzzano le piante, non puzzano le piante, non puzzano le piante"
"Sai cosa fazzio adessco? Le butto, ecco cosa fazzio, le butto tutte!"
"No, le piante no, ti prego le piante non buttarle, non sei sicura che siano loro" grida la Psyco, con vero dolore negli occhi
"E inveze si, le butto e te smettila di rompermi i coglioni"
La Kapò agguanta le piante per le foglie e dirige con passo pesante verso il secchio, ma il Grafico corre verso di lei con una scatola in mano:
"E' questa che puzza, senti!"
La Kapò avvicina il poderoso naso alla scatola e si ritrae con una smorfia di schifo.
"Che casso è?"
Il pacchetto viene aperto e - credetemi - nel Vaso di Pandora non c'era nulla in confronto. Però da quello alla fine saltava fuori la speranza, da questo solo vermi di ogni forma e dimensione. La Kapò lascia cadere le piante che trascinava per le foglie, agguanta la scatola degli orrori e la sbatte in braccio alla Psycocentralinista:
"Vai a buttarla!"
"Perchè io?"
"Cosa pensi, che ci vado io forse?"
"Va bene, ci vado io, ma ridammi le piante"
La Kapò rivolge uno sguardo d'odio misto a ribrezzo alla PsycoCentralinista, le indica le piante con un gesto del capo e, scuotendo la testa si allontana, pesante, lungo il corridoio facendo vibrare i mobili al suo passaggio. Le piante sono salve. Da martedì la PsycoCentralinista le annaffia e le accudisce con amore e sollecitudine ancora maggiori.
Fine della digressione.
Dicevo che quindi in ufficio stamattina non c'era nessuno, a parte La Spia e La PsycoCentralinista Giardiniera, così ho pensato "ora o mai più". Mi avvicino con circospezione alla Spia e, dopo qualche preambolo, domando:
"Senti, ma tu sapevi dell'arrivo di Suor Teresa?"
Quando dico Suor Teresa tutti capiscono di chi sto parlando. La ragazzina in prova "per prendere il mio posto", infatti, ha uno sbiadito aspetto parrocchiale, lunghi capelli lisci e piatti con riga in mezzo molto embedded, grossi occhialoni fuori moda, collo incassato nelle spalle e una stretta di mano che ricorda una biscia che sguilla. Per stringergliela, quando me l'hanno presentata, ho dovuto quasi inseguirla.
La Spia si muove sulla sedia, a disagio: "No" sibila, guardandosi le unghie.
"Sicura?"
"No, ehm cioè, si"
"Senti, te lo chiedo solo perchè detesto le sosprese: SS ha intenzione di far scadere il contratto o pensa di interromperlo prima di giugno?"
"Non lo so" cambia posizione, muove gli occhi, sempre tenendoli bassi, infine torna a fissarsi la punta delle dita.
"Non lo sai?"
"No"
"Non sei l'Amministrazione?"
"Sì!" si innervosisce, diventa rossa, non mi guarda mai in faccia.
"E non sai nulla di contratti?"
"Non lo so"
"Non lo sai"
"No"
"Perché non c'eri; se c'eri, dormivi. E sennò ti stavi allacciando le scarpe, vero?"
"Perché te la prendi con me?" ha le lacrime agli occhi, poveretta "Io eseguo gli ordini"
"Non ti sto chiedendo di disubbidirli, gli ordini, solo di aiutarmi a limitare l'effetto sorpresa"
"Non lo so, io eseguo gli ordini"
"Sì, era la tesi di Eichmann durante il processo in Israele. Ma sai una cosa? Lo impiccarono lo stesso!"
"Chi è Eichmann?"

 
co.co.prodotto da Atipica at 3:53:00 PM | Permalink | 10 comments
26 marzo 2008
Ieri ho compiuto 32 anni. A 17 anni la mia massima aspirazione era diventare una scrittrice e suicidarmi intorno ai 27. Un pelo balzano come progetto di vita, ma avevo 18 anni quando morì Kurt Cobain, sono un tipo facilmente impressionabile e comunque a quell'età un ventisettenne mi pareva quasi un fossile, quindi tutto sommato non c'è da meravigliarsi. Nei nove anni che seguirono scoprii che scrivere un libro, trovare qualche anima pia che te lo pubblichi e diventare scrittori di successo avrebbe richiesto quanto meno la capacità di prendersi sul serio che, resti fra noi, non è fra le mie maggiori qualità. Così il giorno prima del mio venticinquesimo compleanno rimandai il suicidio a 33 anni, l'età che aveva Andrea Pazienza quando dipartì, e mi misi tranquilla. Devo averlo già scritto in qualche post, ma giusto Paganini aveva la pretesa di non ripetersi e comunque l'autoclonazione pare essere pratica assai diffusa fra gli artisti contemporanei.
Allora, dicevo, ieri ne ho compiuti 32 e ho pensato fosse giunto il momento di fare il punto:
1) non ho scritto il libro;
2) nessuno ha pubblicato il libro che non ho scritto;
3) nessuno ha letto il libro che non ho scritto e che nessuna casa editrice ha pubblicato;
4) Non consumo droghe, non faccio colazione coi cicchetti di grappa, la mia tendenza all'autodistruzione si esprime in forme socialmente accettabili quali l'onicofagia e il tabagismo, la mattina esco di casa con la pagnotta da mangiare al lavoro e una mela: in poche parole sono lontana dall'icona Genio&Sregolatezza come mia nonna dagli appetiti sessuali di Cleopatra. Perciò è assai probabile che debba archiviare il suicidio e ristrutturare il mio contorto progetto di vita adolescenziale secondo uno schema narrativo più tradizionale.
Questo pensavo ieri, in preda a una rara botta d'ottimismo.
Stamattina entro in ufficio ancora obnubilata dai bagordi di ieri sera e, dietro le lenti di un imponente quanto strategico paio di occhiali da sole, al mio passaggio registro occhi bassi e arie imbarazzate. Vabbè, avrò interrotto un pettegolezzo, penso. E mi infilo nel mio ufficio, dove mi aspetta La Bara con la solita espressione compunta.
Senza guardarmi negli occhi, senza dire ciao, senza dire buongiorno, con il suo solito stile privo di qualunque orpello imposto dalla buona educazione, il Feretro comincia a parlare:
"Benedetta, ti prego di non fare polemica"
"Mi sto solo togliendo il giubbino, lo trovi un gesto sovversivo?"
"E ti prego di non fare ironia..."
"Proverò..."
"Di là troverai una persona che oggi inizia la prova per prendere il tuo posto. D'altronde tu ti ostini a non voler chiedere scusa a SS..."
Mi si sbriciola il sorriso, ma quella continua, senza smettere di guardare il monitor: "Ora che la macchina è stata messa in moto devo chiederti di collaborare aiutandomi a insegnare a questa ragazza le tue principali mansioni. Io ho troppo lavoro e non ce la faccio"
"Certamente" sibilo "una domanda però: quando avrò finito di scavare la fossa mi concederete un'ultima sigaretta o mi sparerete alla nuca quando non me lo aspetto?"
"Ecco, non capisco la ragione che ti spinge ad essere così polemica..."
"Mi meraviglierebbe il contrario..."
A questo punto il dilemma è: era più strampalato il progetto di vita originario (libro+fama+suicidio) o questo lasciarsi vivere senza né capo né coda?
Anyway, fine della botta di ottimismo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 11:11:00 AM | Permalink | 24 comments
20 marzo 2008
Insomma, lunedì scorso ero a Genova e, dopo il colloquio, me ne andavo bel bella a spasso per le strade aspettando che arrivasse l'ora di prendere il treno. C'era caldo e tanto sole. E io avrei dovuto essere al settimo cielo che, si sa, son fotovoltaica. E invece. Invece avevo addosso una gran malinconia. Non tristezza, malinconia. Perchè il colloquio si era concluso con il solito sibillino "le faremo sapere" e invece avrei voluto uscire da lì con una buona notizia. Ma, soprattutto, perchè se fossi uscita da lì con una buona notizia sarei stata ancor più triste.
Nel 1995 quando sbarcai qui dall'Abruzzo in una nebbiosa domenica di novembre, le strade di Bologna erano bellissime, come oggi, ma erano vuote. Non c'era un angolo che mi ricordasse qualcosa. Al contrario, ogni angolo mi ricordava non c'era un angolo a cui potessi legare dei ricordi. Non capivo il dialetto, nè i modi di dire. E i bolognesi non capivano i miei. Una volta un tizio che mi piaceva, durante la lezione di filosofia del diritto, mi bisbigliò in un orecchio che gli era scesa una gran catena. Io lo guardai a bocca aperta, mi vergognai di chiedere lumi e feci la figura dello stoccafisso. Per anni Bologna e i bolognesi sono stati un mistero, sono arrivata a chiedermi se esistessero davvero. Per quanto mi sforzassi sembrava che riuscissi a conoscere solo altri fuoriusciti come me. Il primo bolognese l'ho conosciuto a quattro anni dal mio arrivo qui, ma dentro Bologna ci sono entrata davvero solo quando ho cominciato a lavorare. Nel frattempo gli angoli si sono riempiti di ricordi e, se anche questa continua a non essere casa mia, almeno ho smesso di sentirmi ospite. Tutto ciò per dire che non è necessario andare dall'altra parte del mondo per essere uno straniero.
E ora che, dopo quasi tredici anni, gli angoli di Bologna sono pieni di ricordi, probabilmente tocca andarmene di nuovo. Sarà Genova, o Milano, o chissà. Comunque saranno altre strade belle e vuote, altri angoli senza ricordi, altra realtà da scoprire e addomesticare. Altri modi di dire che a me non diranno nulla. E in fondo io sono un tipo un po' nomade e non c'è niente che consideri più asfissiante che nascere e morire, magari ottant'anni dopo, nello stesso posto. Ci sono molti che questa attitudine al nomadismo non ce l'hanno, eppure si spostano per inseguire il sogno di un lavoro dignitoso. Ora, il punto è che se uno che gironzola per il globo perchè ha il pepe nel popò si chiama persona inquieta, uno che si sposta perchè dove sta non c'è lavoro - o non c'è un lavoro decente - è un emigrante. Poco importa se parte con lo zaino da interrail invece che con la valigia di cartone e la busta coi panini. Ecco, la sensazione è che anche questa precarietà qui, geografica, logistica - chiamatela un po' come vi pare - oltre che contrattuale, possa far soffrire contribuendo a quel senso di generico disagio, alla sensazione di essere eternamente in bilico su un filo appeso su un baratro che un sacco di trentenni si portano appresso.
Però le dita, voi, incrociatele lo stesso, che il tempo stringe e io vado anche sulla luna, se devo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:39:00 PM | Permalink | 15 comments
14 marzo 2008
La protagonista di questa storia, che comincia il 12 dicembre dello scorso anno, è una stampante. Una comune stampante laser che, all'improvviso, ha smesso di stampare fronte/retro. Senza inviare messaggi di errore, senza emettere gemiti e vagiti, senza bloccarsi: la stampante che dà il via a questa storia semplicemente ignora il comando e stampa solo fronte.
La Bara, monumento all'efficienza aziendale, prontamente avverte il tecnico dei computer che sentenzia:"vengo nel pomeriggio e la aggiusto". Ma, quel pomeriggio, al CSM, nessuno l'ha visto.
Nelle settimane che seguono La Bara si incolla al telefono come un mastino addestrato a mordere ai testicoli e richiama il tecnico in media quattro volte in sei ore. Lo blandisce, lo minaccia, cerca di impietosirlo, lo riblandisce, lo riminaccia, scoppia in lacrime, gli dà esplicitamente del coglione incapace. Costui non si scompone e risponde, ogni volta, con la monotonia di un risponditore automatico:"passo nel pomeriggio". Ma non si fa mai vivo.
Questo teatro continua per giorni, settimane, mesi. Un bel giorno SS chiede alla Bara di stampare un documento fronte/retro, costei gli dice che non può e, certa di aver fatto il suo dovere, gli spiega con dovizia di particolari per quale ragione la stampante non è ancora stata riparata. SS la guarda con il solito occhio fessurato e la congeda con un regale gesto della mano. Dopo la pausa pranzo troviamo l'ufficio tappezzato di fogli nei quali SS rimprovera la Bara di essere cronicamente incapace di gestire un ufficio e farsi rispettare da collaboratori e tecnici, attribuendo - velatamente ma non troppo - codesta incapacità al medesimo cromosoma che la rende portatrice di gnocca e tette anziché titolare di strumento maschile. Suo Sadismo conclude che, d'ora in avanti, a causa dell'incapacità della Bara, la Spia dovrà "monitorare" qualunque richiesta di intervento inoltrata al tecnico dei computer. La Spia s'incazza con La Bara per questo surplus di lavoro, la Bara di rimando s'incazza con la Spia perché s'è incazzata e per mezzo pomeriggio l'ufficio si trasforma in un'arena per galline da combattimento.
Notate che in tutto ciò il tecnico dei computer, ovvero colui che, sollecitato più volte, non ha fatto ciò per cui viene profumatamente pagato, non viene minimamente sfiorato dalle ire del Sadico.
Secondo le indicazioni di SS, il giorno successivo la Bara scrive una mail alla Spia pregandola di informare il tecnico dei computer che la sua stampante non stampa fronte/retro e che, nonostante reiterate richieste di intervento, lui non s'è mai degnato di venire ad aggiustarla. La Spia, tentennante e tremebonda, procede.
Il tecnico, ancora una volta, fa lo gnorri.
Passano i giorni e SS chiede di nuovo una stampa fronte/retro. Nuovamente La Bara è costretta a dire "Non posso", ma stavolta produce un carteggio interno ed esterno degno di Jacopo Ortis per dimostrare che sì, noi abbiamo segnalato il guasto formalmente e sì, lo abbiamo fatto rispettando il protocollo burocratico stabilito ma no, il tecnico non è venuto.
SS, con un cenno della mano, zittisce la Bara e indice una riunione. Quando siamo tutti presenti al suo cospetto - noi in piedi e con il capo chino, lui stravaccato e apparentemente intento nel disegnare un enorme fallo su un foglio bianco - Suo Sadismo ci informa che siamo degli incapaci. Anzi, delle incapaci, insistendo sulla questione cromosomica. E per mezz'ora partorisce una serie di simpatiche dimostrazioni scientifiche dell'incapacità della Bara e della Spia.
"E" prosegue "cosa si fa quando un impiegato è incapace?"
Silenzio. Occhi bassi. Panico palpabile.
"Per questa volta passi, ma imparate a farvi rispettare o vi caccio".

Riassumendo: la stampante non funziona, il tecnico non viene ad aggiustarla nonostante le nostre richieste scritte e orali e SS, informato della situazione che fa? Cambia tecnico? No, minaccia di licenziare noi.
Ma chi è, Stalin?
 
co.co.prodotto da Atipica at 2:55:00 PM | Permalink | 10 comments
13 marzo 2008
Oh, finalmente lo Psiconano ha avuto una buona idea! Non mi spiego come mai non mi sia venuta in mente prima.

"PER USCIRE DEFINITIVAMENTE DA PRECARIATO precaria quasi 32enne carina, simpatica, amante viaggi, disinibita quanto basta e con ambizioni da blogstar cerca milionario, preferibilmente figlio di Berlusconi, non vecchio, non stupido, non bavoso, per rapporto amicizia intima. Fondamentale possesso American Express Gold"

Che ne dite, può andare bene così? Magari dove ha fallito la laurea, funziona la prostituzione.
Se non sapete di cosa parlo, leggete qui.

P.S. E comunque sappia, il Berlusca, che pur di non averlo come suocero ai suoi rampolli preferirei i capelluti enfants del chiacchierato Sarkozy.


 
co.co.prodotto da Atipica at 2:09:00 PM | Permalink | 32 comments
Per caso ieri sera ho acceso la tivvù. In tempi di home theather, io ho una specie di residuato bellico da dodici pollici con l'antenna da comprare a parte: traffichi mezz'ora con rotelle e rotelline e, quando finalmente hai centrato il canale, non devi più muovere neanche un muscolo che sennò addio canale. Ma va bene così, soprattutto considerato che accendo la tivvù si e no due volte l'anno, quando ho intenzionalmente deciso di rincretinirmi. E così, mentre sbocconcello una pizza, il TG2 mi racconta di un operaio che s'è suicidato perché l'azienda in cui lavorava non gli avrebbe rinnovato il contratto. "Ho perso il lavoro e con esso la dignità" diceva il bigliettino che ha lasciato alla moglie. Per completezza d'informazione, il TG2 ci racconta anche che costui aveva alle spalle una piccola storia di droga e qualche piccolo precedente con la giustizia ma, si affretta a precisare l'efficiente redazione, da qualche anno faceva il bravo e lavorava, saltando da un contratto a termine all'altro. Nelle domeniche di sole si ristrutturava la casa da solo. Ecco, si sa che sono una a cui piace fare la punta ai chiodi, ma nella solerzia con cui il TG2 ci ha informato dei piccoli precedenti penali e della storia di droga di uno che s'è ammazzato perché per l'ennesima volta s'è visto non rinnovare il contratto quando magari ci sperava, c'ho visto il tentativo di indurci a pensare che no, questo signore proprio proprio normale non era. Perché uno normale non si suicida, non si lascia stritolare, non getta la spugna. Uno normale sorride alle telecamere, si rimbocca le maniche e ricomincia. E chissenefrega se è la cinquantesima volta che ricomincia ed è stanco, se magari non ha più vent'anni e ha figli a cui dar da mangiare. Chissenefrega se proprio non riesce a mandarla giù l'idea di ricominciare con l'ennesima via crucis per le agenzie di lavoro interinale dove una signorina con gli occhiali e la faccia scocciata gli farà riempire un modulo e lo rimanderà a casa, ad aspettare davanti al telefono. Per ogni porta che si chiude ce ne sono due che si aprono, questo pensa uno normale, che sa stare al passo coi tempi, uno che fa della flessibilità (non del precariato, il precariato non esiste) un'arte. Questo qui s'è ammazzato non perché non gli hanno rinnovato il contratto, o almeno non solo: era spostato di sicuro, lo dicono la storia di droga e i "piccoli" (lo hanno sottolineato più volte al tiggì, perché magari un po' si vergognavano di insistere su questa faccenda) precedenti penali.
Ora vi e mi domando: vi piace un mondo fatto così, in cui si calpesta in questo modo la disperazione di uomo che non ce la fa davvero più?
A me no, e infatti la pizza l'ho lasciata a metà.
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:01:00 AM | Permalink | 25 comments
12 marzo 2008

Ho sempre pensato che, se mai avessi avuto la fortuna di lavorare in una città di mare, da aprile a ottobre, in pausa pranzo, sarei andata a mangiare un panino in spiaggia. E beh, non tutte le città di mare sono abbastanza piccole da consentire questa cosa e poi alla fine sono più le volte che non è possibile, ma dico, perché poi autoinfliggersi sempre più realismo di quanto sia necessario? Lasciare Bologna sarà difficile anche se cerco di guardare solo gli aspetti positivi del cambio, quindi ecco, stavolta vorrei provare a metterci un po' di ottimismo.
Così adesso non vi anticipo nulla, ma voi incrociate le dita e ditemi in bocca al lupo. Perché la verità è che qua dentro sono arrivata ben oltre la frutta e non ce la faccio più. E penso che vorrei solo un'occasione, una e magari anche piccola, di sfuggire a quest'universo di meschinità e piccole follie.

Ve l'ho detto, incrociate le dita.


 
co.co.prodotto da Atipica at 11:04:00 AM | Permalink | 20 comments
06 marzo 2008
La rivista è in chiusura, è tempo di editoriale. Così il Direttùr si mette all'opera e, dopo una giornata di lavoro matto e disperatissimo, partorisce un capolavoro di rara beltade. Prima di andare a pranzo si affaccia nel nostro ufficio e sentenzia:
"Barbare, l'editoriale è pronto. Leggetelo e imparate a scrivere!"
Leggiamo.
Seguono attimi di smarrimento.
Sguardi di puro panico.
La prima a parlare è la Bara che sentenzia che forse - ripeto, forse - andrebbe ritoccato, anzi "alleggerito", per usare un termine a lei caro. Io avrei optato per un più deciso "riscritto", ma si sa che la diplomazia non è fra le mie maggiori qualità. Sbuffando, ma in fondo orgogliosa come un pavone per la responsabilità del compito, La Bara si è mette al lavoro commentando: "Ah, gli alleggerisco lo stile, ma la grammatica non posso toccarla: si offenderebbe". Ora, a voler essere sensibili e limitare gli interventi io avrei fatto il contrario: esprimersi come Guido da Verona è poco elegante, ma pubblicare un editoriale pieno di errori di grammatica equivale a un'enorme, irreparabile figura di merda. Ma per fortuna, penso tirando un sospiro di sollievo, stavolta non è affar mio. Sbagliato! Dopo mezz'ora La Bara si scoccia - o si arrende, mi pare più probabile - e mi passa la patata bollente:
"Benedetta, avrei bisogno di una consulenza grammaticale"
"Dimmi"
"Ecco, l'editoriale... Ho corretto gli errori proprio evidenti, ma alle inezie potresti pensare tu?"
"Sì" (lo sapevo che trovavi il modo per rifilarmelo, megera!)
"No, sai, è che per questo lavoro da ragioniere (!) non sono adatta: io scrivo così bene perché sento la musica nelle parole, mi viene spontaneo come per Mozart la musica"
"Oppalà, pane e modestia stamane!"
"Beh, è vero: io so scrivere benissimo, ma la grammatica non la so, l'italiano mi viene naturale"
Finita la parentesi di autoesaltazione, La Bara va a incipriarsi il naso in bagno e io apro - malvolentieri, molto malvolentieri - il documento. Ed ecco, miei cari, le prime righe del capolavoro che mi si schiude davanti agli occhi:

In tempi recenti si diffuse la credenza che nel Medioevo, attorno all'anno mille, dilagasse la convinzione che la fine del mondo fosse prossima. Pare anche che alcuni monaci giravano per le contrade annunciando ermeticamente “1000 non più 1000”. Circola un aneddoto che sosterrebbe come, alla vigilia di Capodanno dell'anno 1000, una folla enorme si radunerebbe a Roma in preghiera in attesa della fine del mondo. Mezzanotte arrivò, ma le Trombe del Giudizio restarono mute. Papa Silvestro II, dopo aver benedetto la folla, la rimandò a casa. Alcuni storici hanno ipotizzato che fu la corte imperiale di Ottone III che, essendosi trasferita a Roma alla fine del 900, avesse voluto intendere con quella frase che solo 1000 anni sarebbero stati quelli senza una imperatore autorevole e da quel momento le cose sarebbero cambiate. Fu come fu, ma sta di fatto che la fine del mondo non si verificò con il 1000 e l’imperatore Ottone III stette nella città Eterna solo pochi anni prima di esserne cacciato trasferendo le sue Aquile Imperiali più a nord.

Così identico terrore scorreva, non molti anni fa, nelle vene di taluni economisti e comuni cittadini al pensiero di un prezzo del petrolio superiore a 100 dollari al barile. Un disastro, si ipotizzava. Auto abbandonate per strada senza benzina e giardini pubblici disalberati per fare legna da ardere.

Superato il trauma, le dico:
"Ok, aggiusto la consecutio"
"Cosa?"
"La consecutio temporum"
"Cos'è?"
"Concordanze dei verbi"
"Ma, Benedetta, i verbi sono perfetti così!"
"..."

Io dico che l'orecchio di Mozart funzionava meglio, però insomma, si sa che son maligna.

 
co.co.prodotto da Atipica at 2:47:00 PM | Permalink | 35 comments
04 marzo 2008

FdD.


Fumatore della Domenica.

Ovvero quel tale individuo, irritante, molto irritante, che non si sa bene come riesce a limitare il consumo di nicotina a 2, massimo 3, sigarette il giorno raggiungendo il compromesso ideale fra piacere di fumare e probabilità di morire di cancro. Costui è in genere uno scroccatore monogamo e fedele come un piccione: sceglie nel suo entourage un fumatore incallito a cui scrocca, con puntualità svizzera, quelle 3, massimo 3, sigarette il giorno. Tanto cosa vuoi che siano. Il fumatore recita il ruolo del generoso, ma in realtà è animato da un odio tenace e una feroce invidia nei confronti del FdD e spera di trascinarlo nel baratro. Non lo ammetterà mai e sembra che faccia di tutto per scoraggiare l'amico FdD, ma dentro di lui il livore ribolle senza tregua. Perchè FdD non ha le dita ingiallite dalla nicotina, non è avvolto in quella seducente eau de cenerier che rende così difficile il rimorchio, è uno sportivo provetto senza sibilo nei polmoni e alla domanda "Fumi?", può rispondere sorridendo "Ogni tanto, quando mi va, per rilassarmi". L’FdD ha sconfitto il vizio addomesticandolo, un atto eroico per cui serve molta più forza di volontà che per smettere del tutto. Ed è ovvio che tra due cose difficili, in cui una però è più difficile dell’altra, io scelgo quella più difficile, così tanto per complicarmi la vita. Così ho deciso di diventare un FdD. Ora, al mio cervello non piace sentirsi spiattellare in faccia la verità, che in questo caso sarebbe “Bello mio preparati, si smette di fumare” e io, che non sono una fanatica della sincerità a tutti i costi, lo inganno. Gli dico “stai buono che tra dieci minuti ne fumiamo una, su stai buono” e, anche se so che non è vero, un po’ funziona. Quando proprio lui fa i capricci e sento la morsa allo stomaco, prendo una sigaretta dal pacchetto che conservo nella borsa e me la metto in bocca. La odoro anche. Perché ciò che tutto il mondo considera un puzzo immondo per un fumatore in astinenza è meglio di chanel numero 5. Finora l’ho sempre rinfilata nel pacchetto e la sola idea di essere capace di un gesto simile ha accresciuto la mia autostima a livelli inimmaginabili. E così mi ringalluzzisco e la volta dopo quando, con la sigaretta già in bocca, sono tentata di metter mano all’accendino, mi inebrio di autostima e ripongo.

E, vi dirò, sono tranquilla. Sospetto di avere una luce assassina nello sguardo, però, perché stamattina, mentre La Bara si accingeva a rompermi le palle come al solito, l’ho guardata negli occhi e ha taciuto all’improvviso. Le parole le sono morte in bocca. E poi mi ha lasciato perdere per tutto il giorno.

Tranquilla, sì. Molto tranquilla.

Finora.

Perché in questo preciso istante ho la sensazione che qualcuno stia facendo l’altalena col mio fegato mentre nello stomaco è in corso un incontro di boxe. Gli occhi mi fanno le farfalline e mi prudono le punte delle dita. E no, prima che me lo chiediate, le mie sigarette erano solo sigarette.

Ho una sigaretta in bocca e l'accendino in tasca.

Sono.

Nervosa.

Molto.

Anche questo post. Lo sto scrivendo. Solo. Perché. Vorrei. Che. Mi. Aiutaste. A. Risolvere. Questa. Faccenda. Vi. Prego. Fermatemi. Qualcuno. Mi. Rubi. L'accendino. Cazzo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 4:45:00 PM | Permalink | 22 comments
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