C'era una cosa che avevo dimenticato dell'Abruzzo... La gente quando si incontra dopo ore, giorni, mesi, anni, decenni, secoli, dopo la domanda di rito "Come stai?", comincia a fare l'elenco dei morti che ha avuto in famiglia dall'ultima volta che ha visto l'interlocutore. Sabato mattina mi aggiravo con mia mamma per il mercato di Teramo in preda ad un frenetico attacco di shopping compulsivo (piacere assai intenso quando le sostanze che vengono dilapidate a colpi di magliette, jeans e creme sono di qualcun altro) quando, fra le bancarelle, spuntano quattro amiche di mia mamma. Le garbate signore dopo i tradizionali convenevoli conditi di urletti ed espressioni di giubilo rumoroso ("come stai?" "ihhhhhhhhhhhh, bene bene", "E questa è tua figlia? Ohhhhhhhhh, ma come è diventata grande!!!E che fai, adesso?" Chissà perchè, anche se hai i capelli bianchi, ti aspetti sempre che ti chiedano che classe fai), hanno sfoderato opportuna espressione compunta e hanno cominciato ad elencare morti. Sono riuscita a non distrarmi e ho contato quattro morti cadauna. 4x4=16, quindi 16 racconti di morti strazianti, con voce che si incrina, occhi che diventano lucidi, e minuto di silenzio, per un totale di 16 minuti di silenzio. Mentre le signore narravano con dovizia di particolari di infarti, cancri, ictus fulminanti e accidenti vari, non ho potuto fare a meno di considerare come le vittime di questi anatemi del destino siano sempre i mariti, suoceri, cognati e zii, mentre le donne restano sempre per raccontarlo. Rendiamo grazie al cromosoma XY.
La circostanza imponeva che non manifestassi segni d'irritazione per questi funebri elenchi e così ho fatto, guadagnando la stima delle gentili signore che da quel momento mi considerano "una gran brava ragazza, educata e a modo".
È proprio vero, non bisogna mai fidarsi delle apparenze.







