18 maggio 2006
Ieri sono tornata a casa più stanca che mai. Grazie ad un contratto precario, uno stipendio da fame, l'assenza di figli e la giovane età (si ricorda al pubblico pagante e non il già citato acne giovanile) sono stata costretta a restare in ufficio fino alle sette e mezzo, per un totale di quasi 10 ore di lavoro 10. Andava spedito un comunicato opportunamente consegnato nelle mani di F.R. martedì pomeriggio perchè lo approvasse. Fino a mercoledì pomeriggio alle 6 circa (l'orario finirebbe - e qui ci vorrebbe un equivalente del wish inglese espressione del famoso desiderio irrealizzabile - alle 6 e 30) F.R. non ha creduto opportuno degnare di attenzione l'argomento. Salvo poi avere la brillante di idea di allegare al suddetto comunicato un documento che avrebbe dovuto essere preparato da un altro ufficio e che io, e non lui, ho aspettato fino alle 7 e 30. Non si vive di urgenze. Se fossero la norma, non sarebbero urgenze. Bastava guardare il comunicato 2 ore prima. I cari colleghi hanno tirato fuori dal cappello figli che escono da scuola, famiglie da accudire, madri moribonde, mariti gelosi. E se la sono squagliata.
Nessuno mi ha ordinato di restare. Era scontato: una che a Capodanno festeggerà la scadenza del contratto senza sapere se sarà rinnovato non ha diritto di dedicarsi al resto della sua vita. Chi non riesce a mettere da parte un centesimo del suo miserrimo stipendio, chi non avrà la liquidazione, chi può essere buttato fuori con un semplice "grazie, non ci servi più" mentre imperversa la disoccupazione non può essere così ingenuo da credere di avere una vita oltre il lavoro. Nei giorni in cui vuoi mordere la vita ti racconti la favola dell'ufficio che si fida di te: corri avanti e indietro, passi dalle fotocopie al comunicato, dalle conferenze stampa al centralino e la portineria, l'ufficio crollerebbe se non ci fossi. La verità, però, è che non crollerebbe affatto. Si troverebbe un altro seguace di San Precario da mettere al tuo posto. Chi approfitta di questa debolezza è proprio chi fino a ieri era debole come te.
Non so se una volta fosse diverso, è l'unico mondo che conosco. Però so che la precarietà è molto più di una condizione professionale. Te la senti cucita addosso. Sei seduto su una sedia con tre piedi e devi tenertici in equilibrio. Alla fine diventa precarietà esistenziale, un po' maledetta, un po' compiaciuta. Tanto il mio futuro si ferma alla settimana prossima, al giorno in cui scade il mio contratto. Dopo, se sarò fortunato, continuerò a fare lo schiavo qui, altrimenti forse lavorerà in un negozio, in un call center, in un bar cercando di ricordare com'era quando l'Università mi proteggeva dal mondo. La laurea è chiusa nel cassetto, quel che conta è pagare l'affitto. Il lavoro nobilita l'uomo. Come allora, è una presa per il culo.
Appena insediato, il nuovo ministro del lavoro ha smentito chi lo vuole fedele alla linea di Epifani e della CGIL. Stiano tranquilli padroni e padroncini, guardie, ladri e truffatori: la legge 30 non si tocca. Al massimo qualche incentivo alle aziende che assumono, perchè la precarietà sia solo "di passaggio".
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:35:00 PM | Permalink |


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