17 maggio 2006
Pietà l'è morta
Oggi non ce la faccio a trasformare la rabbia in ironia. L'ironia in qualche modo compone un conflitto incomponibile nell'unico modo possibile: ridendoci su. Oggi, invece, voglio coccolare la mia rabbia.
F.R. è un sadico torturatore. Tiene tutti in pugno con la paura. Non una fisiologica paura di perdere il posto quando la disoccupazione fa più vittime del cancro, di scontentare il padrone del tuo stipendio. No, qui serpeggia una paura più profonda, patologica, malata, morbosa. Non si teme solo di sbagliare, ma di non pensare come lui, di non anticipare le sue mosse, di non essere nel suo cervello. Di non essere il suo cervello. In questo ufficio non si fa solo ciò che il padrone vuole, si cerca di intuire cosa vorrà prima che lui lo esprima. Se non ci riesci ti guarda dall'alto in basso con gli occhietti a fessura come una faina, sudoli che quasi sibilano, facendoti sentire il figlio ritardato a cui papà deve sempre spiegare tutto. Lui non dice nulla direttamente, non chiede, non ordina. Allude, insinua, lascia sempre aperta una porta all'ambiguità, alla doppia interpretazione. Così tiene tutti in pugno, perchè nessuno è mai certo di aver capito bene cosa voglia e tutti temono i suoi occhi da faina.
A causa di questa paura sussurrata ma pervasiva, amplificata da comportamenti sadici gratuiti e del tutto imprevedibili che provocano una costante sensazione di pericolo imminente, si dimenticano diritti ottenuti a caro prezzo nel corso dei secoli, umanità e solidarietà verso i colleghi. Si dimentica che la vita è anche - e soprattutto - fuori dall'ufficio. Certi giorni si dimenticano persino dignità, stanchezza, salute. Oggi è il compleanno di M., appena arrivata in ufficio le ho fatto gli auguri. La risposta è stata:"hai mandato il comunicato corretto a F.R.?". Non un grazie, nè un sorriso.
Qui la paura non unisce, divide. Chi subisce per primo o più a lungo non perde occasione di vomitare bile e risentimento su chi è sotto di lui. Chi gode di buona sorte mette in cattiva luce colleghi e collaboratori, nella vana speranza che questa fedeltà al principe-padrone lo metta al sicuro e lo aiuti a non cadere in disgrazia.
Appena si entra qui si viene sottoposti a una serie di prove subdole, ma utili per capire che tipo sei: ti pieghi all'autorità? riconosci subito chi è al di sopra di te nel gioco delle parti e ubbidisci qualunque stronzata dica o pensi? O sei uno di quei pericolosi individualisti che hanno la sgradevole abuitudine di pensare con la propria zucca e di ragionare su tutto? Qui non lavorano uomini, ma soldati e se tu non sei così metti rischio tutto il branco e perciò te ne devi andare.
Poco più raffinati dei riti tribali, da questi giochetti dipende la tua sopravvivenza nel branco.
Qui essuno è solidale con la malattia del collega, la stanchezza, il bisogno di riposo. Perchè l'assenza di uno può gettare l'altro nell'occhio del ciclone. È pura matematica, meno si è più si rischia. M. ha avuto la polmonite del legionario, è stata a casa un mese e mezzo con gli aghi infilati nel braccio, ma quando ha osato chiedere di fare il ponte del 25 aprile qualcuno ha commentato "Che ponti vuole fare quella, non le è bastato un mese e mezzo di vacanza?".
Nessuna pietà o giustificazione per l'errore che espone tutto il branco alle rappresaglie. Quando si sbaglia, non si cerca di rimediare ma qualcuno a cui dare la colpa, l'agnello sacrificale. Una volta trovato, l'equilibro è ristabilito. Mors tua, vita mea.
Se qualcuno è ancora alla ricerca dell'anello di congiunzione fra l'uomo e la bestia...
 
co.co.prodotto da Atipica at 10:21:00 AM | Permalink |


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