22 maggio 2006
Stamattina facevo rassegna stampa. Un bel mestiere dite voi. Una delle mie quotidiane mansioni umilianti, dico io. Perchè non devo leggere di politica estera, o interna, cinema, letteratura, musica, anche sport andrebbe bene. No, devo leggere di prezzi di benzine e petizioni per ridurre le accise sul GPL. Quando mi va bene, il che è tutto dire, di barche di lusso. Una riflessione sul termine barche di lusso: le barche sono già un lusso. Costano un patrimonio e poi bisogna mantenerle, fare il pieno, pagare qualcuno che sappia almeno evitare gli scogli e tenerle ormeggiate in marina, visto che nel giardino di casa non si può. I comuni mortali non possono avere idea delle cifre che illustrissimi nababbi spendono per portarsi per mare la biondona rifatta di turno. Centinaia di migliaia di euro, se restiamo nella categoria delle bagnarole, per gingillarsi 3 settimane tra aperitivi, salatini e chiappe abbronzate in alto mare. In riviera si fa con 1000 euro, ma quelli, figurati, devono essere esclusivi e fra gli ombrelloni dei comuni mortali che fanno i debiti per portare i figli al mare non ci mandano nemmeno il lacchè. E va bene, parlo per clichè, come fonte di ispirazione solo il livore comunista del figlio del popolo. Che poi se ce li avesse, i soldi, farebbe peggio. Può darsi, ma tanto non ce li avrò mai, e quindi posso liquidare queste illazioni di stampo radical-chic-berlusconianocon una semplice alzata di spalle.
Stavamo ancora parlando di barche, però. Un gradino sopra ci sono le barche di lusso. Se applichiamo nel dettaglio le regole della grammatica italiana, le barche di lusso sono due volte di lusso. E qui siamo proprio su un altro pianeta. Si tratta di reggie galleggianti, qualcuno davvero se la fa costruire in stile Luigi XVI. E magari quando ci salgono si fanno pure chiamare maestà, ma almeno questo non lo vanno a dire in giro. Che la vita è strana, e quando meno te l'aspetti capita che, insaccato dentro il completino e la cravatta, ci sia uno che si sente un po' troppo Robespierre.
I soggetti che comprano queste barche appartengono a uno strano tipo di umanità. Ho avuto tempo di osservarli a Genova, durante la fiera della nautica. Ero stata mandata lì a fare l'ufficio stampa ma, com'è come non è, è finita che trasportavo scatoloni pieni di cartelle stampa, facevo volantinaggio per ore e ore sotto un sole subsahariano e traghettavo vassoi pieni di pasticcini da uno stand all'altro. Nel corso delle mie transumanze (alla fine della giornata puzzavo pure come un pastore, alla faccia delle pubbliche relazioni) guardavo. E quello che vedevo m'avrebbe fatto venire l'ulcera, se non fossi dotata di un robusto senso dell'umorismo. Innanzi tutto, per quanto scontato, è vero che i ricchi hanno sempre di fianco delle zellerone bionde di un metro e 90. Ed è altrettanto vero che le zellerone hanno l'abitudine di vestirsi come dentro una telenovela o un film americano, con tanto di anelli da venti quintali ciascuno, rossetto rosso-che-più-rosso-non-si-può, una scia di profumo che stenderebbe un cavallo, e le famose scarpe leopardate con tacco a spillo. Mi chiedo se esiste un supermercato dove le vendono (Mi dà 60 Kg di bionda con scarpe leopardate per cortesia?mi raccomando fresca di giornata, eh!), e perchè ai multimiliardari decisamente fanno schifo le more con le scarpe basse. Come da tradizione, il ricco che le accompagna è una spanna più basso di loro e almeno due più largo, ma appena apre il portafogli si capisce che è uno che ha delle ragioni da far valere. Costoro arrivano e, del tutto incuranti del fatto che hai un cartellino con su scritto Press - Ufficio Stampa, ti chiedono di fargli il caffè e poi ti danno una pacca sulla spalla, si girano verso il pinco pallino più vicino e commentano "che bel sorriso che ha la bambina, eh?". Un grazie - che poi sarebbe la cosa più scontata da dire - manco a parlarne. Tutte le volte mi veniva voglia di prenderli a pugni: primo, perchè ho 30 anni e non sono una bambina; secondo, perchè il sorriso è di circostanza e tu non l'hai manco guardato, sennò te ne saresti accorto; e terzo, perchè nessuno ti ha autorizzato a parlarmi come mio zio d'America. Ma soprattutto perchè ho passato pomeriggi di primavera belli come oggi chiusa in una casa a mandar giù quintali di Heidegger, Hegel, Kant, Spinoza, Descartes e a fare le promozioni della ricotta Vattelappesca per guadagnarmi due lire per la birra al bar di Peppe, mentre tu spendevi i soldi di papà in qualche esclusiva scuola di marketing d'oltreoceano e frequentavi i vernissage della New York bene. E finchè non saprai almeno chi sono Kant e compagnia bella, il caffè me lo devi chiedere per favore e, dopo che l'ho fatto, devi dire grazie, come tutte le persone educate.
Poi ho capito: per molti di loro il mondo si divide in gente che può chiedere il caffè senza dire per favore e gente che deve farlo, anche suo malgrado. Ho capito che, più spesso di quanto si creda, sono seduti su tutti quei miliardi e se ne vanno in giro per i sette mari perchè c'è gente che conosce Heidegger, Kant, Russel e persino Marx che lavora perchè possano continuare a farlo. Non glielo chiedono per favore e non dicono grazie, semplicemente li pagano. Chissà, forse se avessi preteso un grazie m'avrebbero dato un euro. E tenga pure il resto...
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:25:00 PM | Permalink |


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