Il giorno dello stipendio è un momento topico. A. appare sulla porta dell'ufficio di bianco vestita, circondata di un'aura mistica e accompagnata da cori di angeli. La mano diafana reca una busta da cui fuoriesce una luce divina che depone con la delicatezza di un angelo sulla scrivania. Con la medesima levità si allontana e scompare nella luce da cui è venuta. Cessano i cori di angeli. La busta è lì, e attende di essere aperta. Un misto di gioia violenta e paura pervadono l'animo. Gioia:finalmente si mangia e si pagano le bollette prima che il temuto omino si presenti alla porta per staccare tutto lo staccabile. Paura: quanto durerà questa volta? La mano tremante si allunga e ghermisce la busta con avidità. Al riparo da occhi indiscreti, simulando nobile noncuranza (i soldi non fanno mica la felicità), comincia ad aprire la busta. I cori di angeli vengono sostituiti da musica trionfale tipo cavalcata delle Valkirie. Ecco il foglio si apre, lentamente. L'occhio corre avido lungo scritte incomprensibili, ritenute, ferie, cazzi e mazzi. E si ferma lì, sulla cifra finale, netta (che a guardare il lordo siamo tutti Berlusconi). Alla cavalcata delle Valkirie si sosituisce prontamente la marcia funebre. La nota smorfia dell'urlo di Munk prende il posto del sorriso speranzoso. No, neanche stavolta si doppierà la metà del mese con i picciuli in tasca.
Chi in ufficio è caro al dio denaro si riconosce subito. Mezz'ora dopo l'apparizione dell'angelo A. si assiste al seguente mutamento: alcuni saltellano, ridacchiano, si profondono in gentilezze verso i tradizionali nemici di carriera, si precipitano a chiedere pomeriggi di permesso per urgentissime visite al negozio di Prada; altri si trascinano curvi, con l'espressione sconsolata, meditando suicidi all'arma bianca, stragi collettive, fughe in India alla ricerca di Sai Baba.







