27 luglio 2006
Ho dovuto scrivere questo pezzo autobiografico per una specie di compito e ora lo pubblico...
Io sono pigra, e lo ero anche nella pancia di mia madre. Tant’è che non volevo venire al mondo. Allo scadere dei nove mesi continuavo a sonnecchiare tranquilla, non una mossettina, né un calcetto. Dopo dieci giorni quei rompipalle hanno deciso che, volente o nolente, dovevo uscire di lì. Quando la gente vuole costringermi a fare qualcosa, è la volta buona che m’impunto, come un mulo. Così quelli stuzzicavano e io mi giravo dall’altra parte, quelli pungevano e io manco aprivo un occhio. Finché si son rotti le palle di aspettare i miei comodi e mi hanno tirato fuori con le cattive. Quando hanno aperto la panza di mia madre, invece di una bambina, c’hanno trovato la donna cannone. 5 Kg di figliola che dopo un abbozzo di singhiozzo avrebbe gradito uno spuntino, senonché la mamma in questione era stesa da un’anestesia in dose da cavallo. La mia carriera di cicciona è tristemente finita ancor prima di cominciare: in trent’anni sono aumentata di poco più di 35 chili, con il risultato che, se appena nata sembravo un krafen, ora mi guadagno da vivere facendo il mucchio d’ossa nei film sull’Olocausto.Il seguito è scontato e poco divertente: col latte materno ho succhiato nevrosi e la mia vita ha finito per essere un’immensa battaglia contro un colossale senso di inadeguatezza. Tutto ciò che ho fatto, e faccio, punta a sovvertire l’assunto “Io non valgo niente” che si è impossessato di me fin da bambina per non levarsi mai più dalle balle. Mia mamma e mio padre, nel rispetto della migliore tradizione freudiana, sono due individui strampalati che hanno fatto del loro meglio, ovviamente senza alcun risultato. Mia mamma faceva il padre, mio padre il maestro a tempo pieno a cui non frega niente se piangi, basta che studi. Ma nessun rancore, passata l’adolescenza, li ho presi in simpatia. Altro personaggio rilevante nella storia della mia vita è quella stupida montagna. Ho passato i miei primi diciannove in un paese sotto il Gran Sasso. Quando aprivo la finestra la mattina, la montagna era lì; tornavo a casa da scuola, ed era lì; alzavo gli occhi dai libri, e lei sempre lì. Chiudevo la finestra prima di andare a dormire, e lei ancora continuava a stare lì. Mi stava addosso e mi nascondeva l’orizzonte. O meglio, lo avvicinava, o meglio ancora, era l’orizzonte. Dietro quella montagna c’era Roma, la capitale, la metropoli. Ma tra il mio stupido paese immobile di 10.000 anime e la metropoli, c’era lei, la montagna, il limite, il confine, il recinto dei sogni.
 
co.co.prodotto da Atipica at 12:36:00 PM | Permalink |


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