Oggi sono passata dalla catena di montaggio all'ufficio stampa nel giro di due ore. Ovvero alla catena di montaggio del rompimento di coglioni. Immagino che i giornalisti al solo sentire la parola Ufficio Stampa abbiano un attacco di colite. Però anche noi, mica scherziamo. Chiami la Cronaca, che ti rimanda all'Economico, che ti rimpalla al Politico, che ti prega di chiamare la Segreteria di Redazione. A questo punto cade la linea, e si ricomincia da capo. Di solito quando la mia responsabile mi annuncia che bisogna chiamare i giornalisti ho bisogno di almeno un'ora per metabolizzare la notizia: prima mi viene da piangere, poi sento una morsa alla bocca dello stomaco seguita da crampi di chiara natura psicosomatica. A questo punto di solito ho un attacco d'odio nei confronti dell'umanità tutta e sogno di veder morire tutti i giornalisti del mondo fra atroci sofferenze. Poi, alla fine, mi dispongo sospirando a cominciare l'odiato compito. Ogni tre telefonate ho bisogno di una boccata d'aria, o di una sigaretta, meglio ci starebbe una canna, ma in ufficio pare che non si possa. Dopo tre giorni di telefonate, finalmente sto per finire, e provo solo un possente desiderio di trasformarmi in un girasole per passare le giornate a girellare intorno seguendo i raggi e morire alla fine della bella stagione. Tanto, metereopatica come sono, alla fine di settembre muoio lo stesso.







