Mettiamo il caso che F. abbia avuto problemi di alcol, sì insomma che sia un’ex-alcolista. Gran lavoratrice, persona schietta, che puoi guardare dritta negli occhi senza sentirti a disagio. Insomma una che si tiene impegnata, raccoglie i cocci e guarda avanti. F. ha fatto bei lavori, è stata scenografa, ha lavorato nella moda ma sarebbe troppo lungo spiegare con quale compito, ha guadagnato stipendi che mettono di buon umore. Ma poi è arrivato l’alcol, lasciamo perdere come e perché, e tutto è andato a farsi fottere. Ma proprio tutto. Otto mesi per dire basta all’amore tormentato con la bottiglia e poi si ricomincia daccapo. Dall’inserimento dei dati, le fotocopie, il faccio quel che c’è da fare. Da quattro spiccioli che non bastano nemmeno per dar da mangiare ai gatti. A gennaio FR decide di darsi all’abbigliamento e le offre un lavoro, non si sa bene se conosca i problemi di F., ma qua dentro è difficile farsi illusioni sulla buona fede di qualcuno. Per mesi F. lavora gratis e lo fa bene. Poi lavora per una miseria e lo fa bene. Dopo sei mesi chiede in cambio uno straccio di contratto, uno qualsiasi. A fine luglio, le viene detto, che il contratto sarà rinnovato a settembre per non pagarle le ferie. Si risparmia su quel che si può e si sa, seicento euro hanno il loro peso, anche per chi ne spende duemila in pranzi e cene (quasi un terzo, magari poi tocca rinunciare al dessert). Però per farla star tranquilla, il contratto si firma a luglio, anche se parte da settembre. Che bello, è il minimo, ma almeno è una briciola di umanità. Però F. il 31 luglio in ufficio non trova nessuno, eccetto me, e tutti i telefoni sono spenti. Eh già, l'umanità.
A. ha la depressione ciclotimica e farmaci farmaci farmaci e ancora altri farmaci fanno da sfondo ai suoi racconti d’adolescenza. Farmaci con canne, farmaci con alcol, farmaci dovunque che almeno tirano un po’ su il morale. E anche A., a dispetto della sua intelligenza, riparte a 40 anni dalle fotocopie. E anche ad A., oggi, 10 agosto 2006, viene detto su due piedi non ci servi più, senza troppi complimenti. Difficile anche con l’impegno credere che li si tratti in questo modo solo perché stavolta è uscito il loro numero, e non perché li si considera troppo fragili per piantar grane. Difficile guardare in faccia uno che lascia a casa la gente nel mese di agosto, così, da un giorno all’altro. Difficile persino lavorare per lui, perché ti viene voglia di vederlo affondare: chissà che non impari una buona volta che lo stipendio non è un capriccio da star viziata, ma serve per mangiare. Sarebbe una consolazione - magra se vogliamo, ma sempre consolazione – pensare che le cose si possono cambiare. Ma ci vorrebbe un atto di fede. Uomini così esistono ed esisteranno sempre, e non cambiano. E forse nemmeno si verognano.







