Saggezza popolare docet: una testa savia ha la bocca chiusa. In tempi di comunicazione globale, in cui le parole dette crescono in modo inversamente proporzionale alle cose che vale la pena di dire, sarebbe opportuno dedicare almeno dieci minuti il giorno al silenzio. Lasciare a riposo i famosi 99 muscoli che servono per muovere la bocca, concedere una pausa alle orecchie, offese per troppe ore da rumori di ogni genere, e ascoltare il suono della propria testa. La mia responsabile, invece, è ossessionata dal Verbo. Ha due cellulari che, in mano a lei, sono più pericolosi di un mitra. Spesso squillano contemporaneamente e risponde ad uno mentre sta parlando con l’altro. La sua voce risuona ininterrottamente nelle nostre orecchie: qualunque singhiozzo partorito dai suoi neuroni, embrione di pensiero o aborto di idea deve essere immediatamente comunicato ad una lista di individui in rigido ordine gerarchico. E basta poco per rendersi conto che per lei chiudere una telefonata e, di conseguenza, la bocca, ha qualcosa traumatico. Lei è quello che dice, se tace, smette di essere. Dopo undici mesi trascorsi nella scrivania accanto alla sua, l’unico posto dove vorrei andare è l’Hymalaya, l’unico suono che vorrei ascoltare è quello prodotto da un silenzio infinito in un mondo privo di trilli. La nostra giornata è rallegrata da una serie interminabile di trilli: trilla il cellulare, trilla il microonde, trilla la sveglia, trilla il fax, trilla il campanello. E in questo tripudio di trilli, in questo rigurgito di parole inutili, a volte si dimentica di parlare con se stessi, di stare soli con i propri pensieri, di ascoltare il suono della propria testa. Ecco, in questo momento il mio più grande desiderio è poter ascoltare il suono della mia testa, ammesso che sia ancora capace di produrne uno che non somigli a un trillo.







