Una discussione fra I. e M. equivale ad assistere a un incontro di lotta libera nel fango fra cagnette a cui hanno appena sottratto l'osso. Il round comincia con un improvviso scambio di battute. M. lancia un affondo fingendo disinvoltura, mentre fuma con l'espressione unticcia di una maitresse in trattativa per la sua ragazza migliore. Lascia cadere due parole, casuali ma dritte allo scopo. Di solito la strategia più efficace, e anche la più praticata dagli altri componenti del colorito gruppo di matti che rientra nella definizione di "mio ufficio", è quella di contare fino a dieci e ignorare la provocazione onde evitare il conflitto dichiarato. Ciò perché nella lite aperta M. è sempre la più forte: ciò che il senso comune e condiviso considera un evento spiacevole – la lite fra colleghi – la diverte. Per di più ha certezze incrollabili che niente e nessuno riesce incrinare. Non importa che spesso la realtà sia un altro paio di maniche, le sue convinzioni resistono alla prova dell'evidenza.I. però non conosce diplomazia ed è un'inguaribile trinciapalle. In una vita precedente, era il celebre tarlo protagonista del detto napoletano dicette 'o pappice 'nfaccia 'a noce: damme tiempo ca te spertuso (Disse il tarlo alla noce, dammi tempo che ti buco). In una mezz’oretta buona quella spingerebbe il Mahatma Gandhi a un raptus omicida. Perciò risponde alla frecciata di M. dando il via a un serrato match in cui i toni crescono proporzionalmente all’isteria dei contendenti, diventando sempre più striduli finché le voci si accavallano, le mani prendono a muoversi nervosamente, gli occhi vorticano nello spazio circostante alla ricerca un oggetto contundente da spalmare sulla faccia dell’altro. Gli astanti assistono allo spettacolo a bocca aperta, paralizzati dal terrore, finché decidono di dileguarsi per evitare di trasformarsi in testimoni di un omicidio perpetrato a colpi di portapenne. Bene, caso ha voluto che questa mattina, ben prima di rientrare nel pieno possesso delle mie facoltà mentali saldamente aggrappate all’idea di essere in vacanza, io sia stata l’unico testimone della disfida. Quando hanno cominciato a volare floppy come se piovesse ho deciso che il peacekeeping è un mestiere troppo difficile per me, optando di conseguenza per la soluzione che di solito assicura lunga vita lunga e serenità: farmi gli affari miei. Circa mezz’ora fa l’ufficio ha ritrovato l’innaturale calma agostana, ma temo che per andare a pranzo dovrò guadare fiumi di sangue e occultare i pezzi di cadavere.







