Sono bolto ravvreddada e ho un'inquietante voce da cavernicolo. Però non è questa la causa del mio preoccupante (siete preoccupati? e dai, ditemi che siete preoccupati) silenzio internettiano. Il fatto è che sono inebetita dalla tachipirina e molto, molto incazzata. Forse più incazzata che ammalata. Ecco, la mia responsabile M. e io ci siamo ammalate nello stesso giorno. Solo che tra me e lei passa quella sottile linea rossa che divide chi ha un contratto che prevede le malattie e chi non lo ha. O, più semplicemente, chi può starsene a casa e chi non può. Così eccomi qua, intabarrata e con l'espressione ebete, tutta intenta a sognare di rintanarmi sotto il piumone e non uscire mai più. Fra una tachipirina e l'altra, faccio il lavoro che M. non ha finito. Non il mio, quello che dovrei consegnare io, no. In una delle sue innumerevoli telefonate M. mi ha appioppato la sintesi degli incentivi. 'Va finita' ha sentenziato 'vorrà dire che tu consegnerai in ritardo quello che devi fare'. Che, parafrasato, vuol dire: siccome io ho il potere di far fare a te ciò che non faccio, stavolta i calci nel culo per aver consegnato in ritardo toccano a te. Beh, morale della favola: trovo che la vita sia davvero esilarante. Dico, io vengo al lavoro nonostante la febbre e mi ritrovo con una pila di arretrato e un cazziatone che mi pende sul capo, M. sta a casaal caldo, si riposa e si cura e si becca lodi ed encomi. Notate per caso un certo livore e una punta di autocommiserazione? Bene, sappiate che è solo la punta dell'iceberg.







