Ho comprato una Polaroid. E' un aggeggio bellissimo: una specie di cubo di plastica azzurrina dall'aria minacciosa. Tu premi un bottone con su scritto open/close e il cubo, emettendo rumori inquientanti, si trasforma in una specie di bocca pronta a mordere a morte o un'arma micidiale con cui qualche perfido terrorista minaccia di farti saltare le cervella, lì dipende se la vostra fantasia ama il trash all'americana o preferisce più qualcosa tipo l'Arte del Sogno di Gondry. La punti contro il mal capitato e premi un'altro bottone. La Polaroid si contorce in una serie di rumori malefici e sputa fuori l'istantanea. Ora non resta che aspettare che la foto appaia. Questo meraviglioso attrezzo dal sapore retro mi è costato la modica cifra di 59 euro. E vabbè non è granchè, peccato che un rullino da 10 foto costi 18 euro. Insomma con 30 foto hai già raggiunto il costo della macchinetta e, mentre tu giochi a fare il Cartier-Bresson dei poveri, il Signor Polaroid si frega le mani con un sorriso sadico dipinto sul volto, pensando a tutti i fotodollari che si accumulano sul suo conto in banca. In ogni caso un simile acquisto, in tempi di digitale, fa riflettere. Dopo la bicicletta del 1920 e il gatto zoppo, dopo 30 anni di assenza dagli schermi italiani, la Polaroid è qui. Non so, forse il mio complesso di Peter Pan sta precipitando verso una forma gravissima di schizofrenia, o magari sono solo stufa di stare al passo coi tempi e ho deciso di invertire la folle corsa alla modernizzazione. Penso che il mio prossimo acquisto sarà una macchina del tempo con cui farmi un giretto nell'800 o ai tempi della Rivoluzione Francese, così tanto per andare a fare un saluto a gente di cui si sente tanto parlare e che non ho mai visto. Poi torno, chiaro, non voglio mica vivere in tempi in cui cavavano i denti senza anestesia. In ogni caso, sono incredibili le forme di follia a cui il disadattamento sociale può condurre.







