Rassegna stampa. Una parola che, nell'immaginario collettivo, allude a un'attività intelletuale di prim'ordine. Quando qualcuno domanda "di cosa ti occupi?" - riedizione postmoderna del più populista "che lavoro fai?" - e tu rispondi "l'addetto stampa", gli occhi di costui si accendono di ammirazione. A questo punto sono due i possibili scenari nei quali evolve il discorso:
- un intimorito "ah!" seguito da repentino cambio di argomento;
- domande di approfondimento sparate a raffica per scoprire quali sono le mansioni di uno che fa un lavoro che suona così bello.
Nel primo caso si ha un moderato ringalluzzimento dell'addetto stampa e si cambia discorso. Nella seconda ipotesi, invece, l'addetto stampa elenca, non senza una punta di sussiego, una serie di attività pressochè sconosciute ai più, che tuttavia suonano come indispensabili al progresso dell'umanità. Fra esse figura la RASSEGNA STAMPA. Al solo udire queste due paroline insignificanti l'interlocutore ha una specie di crollo nervoso. L'occhio luccica voglioso, quasi innamorato, subito seguito dall'esclamazione "allora fai la giornalista!". Che tipo di divinità può mai essere colei/colui che viene pagata per stare tutto il giorno a sfogliare tonnellate di giornali, mentre all'
homo normalis è vietato persino introdurlo in ufficio, un giornale?
In questo stadio il discorso può evolvere in due ulteriori direzioni:
- l'addetto stampa gonfia le piume e si ubriaca di prestigio sociale (tanto, detto inter nos, non gli è rimasto molto altro);
- l'addetto stampa si adopera, con pervicacia degna di un masochista, per smontare pezzo per pezzo la convinzione del suo interlocutore di trovarsi di fronte a un vero intellettualoide. Per farlo basta spiegare che fare rassegna stampa significa semplicemente passare la giornata a sforbiciare ritagli - per di più spesso selezionati da altri - di bla bla di scarsissimo valore e/o interesse, appiccicarli su un foglio bianco di grandezza opportuna, quindi archiviarli sporcandosi di polvere come un minatore dei vecchi tempi. Nell'era digitale, sia il ritaglio che l'appicciamento avvengono in modo virtuale, su un file di word. L'archiviazione no, quella è polverosa come nel 1920. Tutto qui. Alla faccia del lavoro intellettuale.
Se poi l'addetto stampa sono io, aggiungo con piacere che:
- scrivere un articolo significa scopiazzare pezzi di comunicati stampa preoccupandosi solo di collegarli in modo intellegibile;
- fare ricerca iconografica è la forma elegante di "sgraffignare foto da internet";
- diramare un comunicato equivale a inviare e-mail a grappoli di indirizzi (in copia nascosta, ovviamente) sottratti con biechi mezzucci ad altre mezze tacche del giornalismo;
- confezionare cartelle stampa vuol dire passare la giornata a stampare una quantità immonda di comunicati vecchi come la puzza e cacciarli dentro un raccoglitore con il logo dell'azienda da distribuire alle solite mezze tacche del giornalismo.
Certo, è pur vero che per far questo mestiere sono richieste una laurea in materie umanistiche, meglio se con 110 e lode, conoscenza di una trentina di lingue straniere fra cui l'ugro-finnico (la Finlandia è destinata a conquistare ben presto i mercati valutari, non lo sapevate?), confidenza con 17 sistemi operativi e relativi applicativi, nonchè la disponibilità a lavorare 15 ore il giorno. Ma in fondo non sono gli stessi requisiti che chiedono al centralinista di call centre o al commesso di Blockbuster? Perciò avanti, fatevi tutti addetti stampa. C'è da divertirsi.
Che fico! ma hai le forbicette personalizzate?