Si avvicinano le vacanze di Pasqua, un termine un tantino sproporzionato per un semplice week-end addizionato di un lunedì. Che, come il 90% degli italiani, trascorrerò smadonnando in fila sull'A14 in attesa che il CISS Viaggiare Informati mi illumini sulle magnifiche sorti e progressive del viaggio. Sulla questione Pasqua avrei comunque alcune precisazioni da fare: primo, qualcuno spieghi ai giornalisti dei tiggì che definire vacanzieri dei poveri cristi che sgobbano tutto l'anno e si barcamenano fra figli urlanti, bollette, bollettini e sindrome della IV settimana è un pelo fuori luogo. Vacanziero, signori miei, ha una sfumatura di vitellonaggine e bella vita che, mi sento di dire, ha ben poco a che fare con gli sfigati che si mettono in macchina il venerdì sera, dopo una giornata di lavoro, per andare a farsi martoriare le palle da zii e zie ultraottantenni che non vedono da mezzo secolo. Secondo: passi il viaggio, passi la coda in autostrada, passi il rientro nel natio borgo selvaggio (oggi si va di Leopardi) nonostante trascorra circa metà del mio tempo a dimenticare che esiste un posto simile. Il problema è proprio la domenica di Pasqua che, da che sono venuta al mondo, si svolge più o meno così: ad un'ora ignobile per essere un giorno di ferie (poi dici i vacanzieri) vengo scaraventata giù dal letto da mia madre che, tutta eccitata, mi intima di andarmi a preparare che si va a pranzo fuori tutti insieme. "Tutti insieme", in questo caso, sta a significare che alla libagione partecipano non solo i membri della famiglia in senso stretto, ma anche gli appartenenti al clan di mia madre, che si compone di due zie vedove e due cugini gravemente cerebrolesi. Per la proprietà transitiva, dunque, la locuzione "tutti insieme" suona più o meno come una minaccia di morte. Già maldisposta nei confronti dell'universo balzo in piedie mi dispongo ad affrontare la trentunesima pasqua identica a tutte le 30 che l'hanno preceduta. Passo la mattinata ad agghindarmi come la madonna del carmine, che mia madre ci tiene e vuole esibirmi come una specie di trofeo. Verso mezzogiorno e mezzo si arriva nel luogo convenuto, in genere un ristorante, e si resta impalati almeno un'ora e mezza in attesa che qualcuno si palesi. Infatti sia i cugini cerebrolesi che le Zie Vedove non arrivano mai a un appuntamento con meno di un'ora di ritardo. Finalmente, quando il mio unico desiderio sarebbe vederli morire fra atroci sofferenze, eccoli giungere con un sorriso ebete dipinto sul viso, senza fare gli auguri e senza chiedere scusa per il ritardo. Le Zie sono avviluppate in una pelliccia che le rende più simili a orsi che a esseri umani nonostante gli effetti percepibili del global warming sullle temperature di questo inizio di aprile perchè, si sa, le vere signore hanno la pelliccia di visone. Tra orecchie e collo è appeso l'intero tesoro di Mida che tintinna ad ogni movimento come il campanellinno che annuncia l'arrivo dei monatti. Un'acconciatura a nido di rondine dall'aspetto ispido e paglioso conferisce all'insieme un tocco di rigidità borghese e moralista. In realtà sotto la pelliccia le Due Vedove indossano una tutona adatta giusto per mettere a posto il giardino. Ma poco importa: dopo l'ingresso trionfale con pelliccia e gioielli da albero di Natale nessuno fa più caso al vestito quando sei seduto. Una specie di traduzione estetica della morale cattoborghese provinciale dell'apparenza della quale sono entrambe imbevute. Le due signore cominciano all'unisono a decantare la mia presunta bellezza con una doppiezza palpabile: "quanto sei bella!eheh, ma perchè sei giovane. Tra qualche anno verrà la pancia anche a te!" oppure "Eh beh, certo, una donna a trentun'anni non è più così giovane, ma per il momento tu ti mantieni bella magra. Chissà se dura, però". E infine la mazzata finale: "Tua madre era come te e adesso è ingrassata pure lei". Per amor di chiarezza va detto che mia madre è sempre stata ed è ancora, nonostante i suoi 65 anni, una donna magra.
(fine prima parte)
(fine prima parte)









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