La Kapò: "Controllo una parola, che secondo me il Direttùr se l'è inventata"
La Bara: "Quale?"
La Kapò: "Boh, una roba strana...enco, aspetta che non me la ricordo...ah sì: e-n-c-o-m-i-a-b-i-l-e".
Siam giornalisti, signori miei. Loro sono pure a tempo indeterminato.
In pausa caffè La Bara recita il suo ruolo preferito, quello di magister elegantiarum:
"La Sofia Loren? Una baldraccona volgare e napoletana. Ma non lo dico perché adesso è una mummia, lo è sempre stata. Fossi un uomo non l'avrei toccata nemmeno con un dito"
"Infatti non sei un uomo"
"Bah, Benedetta, forse non puoi capire perché sei napoletana anche tu"
"Eh già, vicine nella terronaggine"
E qui preciso: non sono napoletana, ma per La Bara Napoli è la massima, nonché unica, espressione della meridionalità e quindi chiunque sia nato sotto il Rubicone, che gli piaccia o no, è napoletano. In quanto napoletana del Gran Sasso, dunque, io non posso comprendere i principi basilari dell'eleganza perché, si sa, da Ancona in giù noi giriamo coperti da una pelle d'orso e con l'osso fra i capelli.
Nel complesso e non sempre comprensibile sistema di simboli fonetici che La Bara utilizza per esprimersi, spacciandolo fra l'altro per ottimo italiano, il termine "napoletana" non indica solo la provenienza di un individuo ma è la summa di ogni volgarità estetica e morale. Spesso mi ha detto "oggi sei un po' napoletana" per intendere che quel quid di terronaggine che costituisce una macchia indelebile nel mio cursus honorum era più evidente del solito.
Vorrei essere una tartaruga e ritirarmi nel guscio, questo sì, a tempo indeterminato.










Anche dove lavoro io tutti pensano che sotto il Po ci sia solo la Campania. Inoltre l'Appennino è un concetto a loro completamente ignoto: sotto l'Emilia Romagna andiamo tutti in giro in bikini, anche a Natale.