26 novembre 2007
Adesso una nota di precarietà familiare. Io, i miei genitori, non li capisco più. Li capivo di più quando avevo diciassette anni, il che può voler dire tre cose:
1) Sto vivendo una specie di adolescenza assai peggiore della prima in quanto in netto ritardo sulla tabella di marcia condivisa dalla maggioranza;
2) I miei genitori hanno subito un'involuzione tradizionalista che fa letteralmente a cazzotti con il loro passato;
3) A diciassette anni ero un'imbecille.

Veniamo al dunque: mia mamma passa le giornate a disperarsi perché sua sorella vedova si sposa. Anzi, non perché si sposa, ma perché lo fa nel paesello sotto gli occhi di tutti. Ora, io più vado avanti e meno capisco, quindi può essere che mi stia progressivamente rincitrullendo, ma qualcuno sa dirmi che c'è di male se una vedova si sposa? Certo, la faccenda è godibile sotto molti aspetti, soprattutto perché la sposina settantenne, con gli occhi a cuoricino, non fa mistero di aver acquistato un set di completini intimi per l'ottuagenario neosposo; perché si mandano gli sms della buonanotte e, siccome lei è sorda, tiene la suoneria a livello trombe di Gerico cosicché tutto il condominio possa partecipare al di lei struggimento quando arriva il bacio della buonanotte; perché lui si presenta a casa mia per chiedere la mano di mia zia all'unico maschio della famiglia e, alla notizia del nulla osta, poco ci manca che scoppi in lacrime. Insomma, una risatina maliziosa può scappare. E pure il famoso commento al vetriolo "Alla sua età, e dopo aver seppellito un marito, ancora non s'è stufata?". Ma cosa c'è da essere depressi e rimuginare tutto il santo giorno su cosa dice il paese? Quando mai mia madre s'è preoccupata di quello che dice la gente? Le importava talmente poco che che da bambina l'avrei strozzata: alle elementari mi prendevano tutti in giro perché non avevo fatto la comunione "perché tuo padre è comunista" e, quando tornavo a casa in lacrime e glielo raccontavo, quella mi rimproverava di essere una pecora che segue il gregge e mi diceva che la diversità è qualcosa di cui andare fieri. "Sai che palle se fossimo tutti uguali" sentenziava, chiudendo per sempre l'argomento. Io, che a dieci anni avrei tanto voluto essere uguale agli altri, ma così tanto da scomparire nell'immenso mare dell'umanità, odiavo con tutte le mie forze lei e i suoi atteggiamenti da suffragetta. E adesso mi ritrovo a dirle ciò che lei diceva a me: solo che, invece di rimanere impalata a bocca aperta, quella mi risponde con la determinazione che la contraddistingue di non romperle le palle con questi atteggiamenti posticci da post-suffragetta fuori tempo massimo. Ma vi pare?

Veniamo a lui, mio padre, il sessantottino-fallito-depresso-incompreso-solo-e-tormentato. Quando ero piccola me la smenava continuamente con la storia dello spirito critico e dell'indipendenza. Le chiese, bisogna guardarsi dalle chiese, quelle religiose e non. Spirito critico, ecco cosa ci vuole. Pensare con la propria testa, cercare di capire le debolezze umane perché sono anche le tue, analizzare, leggere, leggere, leggere, leggere. E quando gli pareva che preferissi vivere anziché passare la vita seduta sulla riva di un fiume con un libro in mano e la testa appoggiata al gomito, giù una pugnetta memorabile. E non parliamo della televisione, quando ero piccola era il demonio fatto scatola. Ora si lamenta che non guardo mai un programma intelligente. E quando gli dico che in linea di massima proprio non guardo mai un programma, mi inchioda mezz'ora dicendomi che certi miei integralismi proprio li non capisce. O, se capita che io gli parli di un libro che ho letto o della fatica che certe volte provo a stare al mondo, taglia corto perché deve andare a guardare qualche cagata alla tivvù.

Lo so che in fondo non vi interessano queste micragne familiari, ma - capite - già non è che io mi senta integratissima, ma proprio adesso che sono diventata vagamente simile a quello che loro volevano che diventassi; proprio ora che mi sembra in qualche modo di meritare la loro stima; mo' mi si devono rincoglionire i genitori?
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:25:00 PM | Permalink |


10Commenti


  • At 9:08 AM, Anonymous Anonimo

    Non ricordo dove ho letto una cosa del tipo "non essere comunisti a 20 anni significa non avere cuore. Esserlo a 40 significa non avere cervello"...

    Ora non voglio dire, ma a parte la sensazione di adolescenza in ritardo che condivido in pieno, a te che importa di quello che importa agli altri?

    Non è che da un punto di vista diverso stai giocando lo stesso gioco? :P

     
  • At 10:43 AM, Blogger Unknown

    Ti riferisci all'adolescenza o ai miei genitori?
    Perchè per quanto riguarda l'adolescenza, effettivamente non me ne frega una ceppa di essere in ritardo sulla tabellina comunemente condivisa. Fossi anche l'unica che vive questa adolescenza crepuscolare e, come tu stesso mi confermi, non è così, me ne fregherebbe ancora meno.
    Per quanto riguarda i miei genitori, anche in questo caso, loro son lì e io qui e per me sono assolutamente liberi di scegliere per cosa piangere e deprimersi. Il problema è che sono loro che mi chiamano e mi tengono incollata al telefonino per ore per lamentarsi e chiedermi consigli. Solo che, quando glieli do, s'incazzano perché non è quello che vogliono sentire. A questo punto mi sento legittimata sì a giocare lo stesso gioco. Come vedi è questione di alibi: rompere le palle al prossimo per primo, o romperle come conseguenza di un rompimento. In genere il secondo crimine è meno grave. ;-)

     
  • At 10:46 AM, Blogger Atipica

    Chiedo scusa, ero loggata con uno user sbagliato...ma ero pur sempre io!

     
  • At 11:15 AM, Anonymous Anonimo

    Il commento (scusa se mi sono permesso, ma quella degli ex-68ini passati "dall'altra parte" è una casistica che ho ben presente) era per i tuoi :P

    Quanto al resto, se capitasse a me, credo che alla terza volta defletterei il rompimento con un laconico "quello che penso già te l'ho detto due volte, se proprio vuoi farti tanti problemi -e ti sconsiglio di farlo- ti chiederei di usarmi la cortesia di non condividerli anymore con il sottoscritto" :P

    In PNL si dice che puoi sempre scegliere come comportarti/rispondere etc io aggiungo "quando non si tratta di soldi" ma la cosa mi sembra che resti ancora in piedi...

    In realtà volevo dire una cosa più complessa di così, ma tra una telefonata e l'altra è difficile :P

     
  • At 11:50 AM, Blogger Atipica

    No, caro Sibok, hai ragionissimo. In genere io ho una certa pazienza, ma ti assicuro che alla centoventisettesima volta che mia madre mi guaiva nel telefono che mia zia si sposa le ho risposto esattamente come hai suggerito tu.
    Non devi scusarti "se ti sei permesso", qui vige assoluta libertà di espressione, anche qualora - e non mi pareva questo il caso - dovesse coincidere con un cazzotto (simbolico, per favore) alla sottoscritta.
    ;-)

     
  • At 1:06 PM, Anonymous Anonimo

    Credo che l'evoluzione/involuzione di tuo padre sia più comune di quanto si pensi negli ex 68ini. In fondo era un periodo in cui o eri di qua o eri di là della barricata, e mica è detto che tutti quelli che erano dalla parte "innovativa" fossero per forza lì per vocazione vera e profonda. E quando le cose sono a un livello superficiale, modaiolo, poi non durano (vedi i vari Ross*lla, Ferr*ara). Oppure ci sono altri che ci credevano talmente tanto che sono stati talmente delusi che adesso o odiano quella mentalità o sono diventati dei menefreghisti delusi.

     
  • At 2:11 PM, Blogger Atipica

    Nel caso della mia famiglia, di mio padre nella fattispecie, parlerei di rivoluzione parziale e di una scarsa, per non dire inesistente, corrispondenza fra teoria e pratica. Mio padre è sicuramente un deluso, ma non un modaiolo: piuttosto ho la sensazione che mi abbia cresciuto in un certo modo, credendoci davvero, ma ora, davanti al risultato concreto di quell'educazione, sia spaventato. Ora vede me "fare", "vivere", "applicare" principi che lui predicava soltanto per tante ragioni (la società di allora in generale e il suo contesto in particolare, nonché il suo non trascurabile problema depressivo e il complicato rapporto con mia madre).
    Senza contare che rivede se stesso, in molti miei comportamenti e molte parole. E la sua più grande paura è che io abbia assorbito da lui anche la depressione.

     
  • At 3:18 PM, Anonymous Anonimo

    Ed è così?
    Mio padre ha la stessa paura verso mia sorella. Io, per fortuna, ho ripreso da mia madre (non che io sia immune dalla depressione, anzi, però una cosa è poter cadere in depressione ma amare comunque la vita, un'altra è non riuscire a capire perché ti hanno messo al mondo, come accade a lui).
    Buffa la mancanza di corrispondenza fra teoria e pratica, anche per mio padre è la stesso, ai massimi termini. Tempo fa in un telefilm dicevano che le persone iperattive hanno una connessione troppo sviluppata tra la zona del cervello deputata alla creatività e quella deputata all'azione. Nel suo caso la connessione manca del tutto.

     
  • At 6:10 PM, Blogger Atipica

    Sì, probabilmente sì. Sempre premesso che non ho le competenze per giocare al piccolo Freud. Però la fonte non credo sia mio padre, ma mia madre. Sai i giochi di ruolo? Ecco, a casa mia mio padre è il depresso perché è quello che lo ammette, quello che prende gli psicofarmaci, quello con le lenti nere davanti agli occhi. Ma mia mamma, che non l'ha mai ammesso, ha sbalzi d'umore da far venire i brividi, può essere la donna più allegra e coinvolgente e positiva del mondo, e due mesi dopo è spenta, tetra e negativa da far paura. Mi dispiace ammetterlo, ma l'imprintig naturale, quella parte di carattere che chiamano indole, perché ce l'hai scritta nei geni, temo che sia sua. Mio padre è quello che mi ha educato di più, però, mia mamma è stata latitante, in questo senso. E quindi sono un ibrido malriuscito, perchè sul carattere di lei, sono innestate le pippe esistenziali di lui... Praticamente hanno creato un mostro ;-)

     
  • At 3:10 PM, Anonymous Anonimo

    Ti capisco, ti capisco... i miei genitori, forse le persone più oneste e corrette che io abbia mai conosciuto e grazie ai quali, credo, ho sviluppato il mio ferreo e noiosissimo senso di giustizia e lealtà, sono arrivati a rimproverarmi il non avere mai voluto accettare raccomandazioni e spintarelle!! Forse è davvero l'età.

     
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