Insomma, ieri mi alzo, mi trascino verso la cucina, prendo in mano la macchinetta del caffè, la svito. I soliti gesti automatici. Ad un tratto, però, la macchinetta prende vita, le due metà che la compongono schizzano via dalle mie mani e piroettano impazzite nello spazio spargendo lapilli di fondo e di caffè ovunque. Pure sul muso del gatto che, manco a dirlo, è scemo come me. La parte superiore della macchinetta cade a terra con violenza, il pirulicchio che serve per aprire il coperchio si spacca e un pezzo bello grosso e opportunamente appuntito mi colpisce sulla fronte. Voleva centrarmi l'occhio, ma non ha preso bene le misure, lo stronzo. Tiè.
Raccolgo, pulisco, metto il caffè sul fuoco. Prendo i croccantini del gatto e, mentre attraverso, la cucina la busta si sfonda e i croccantini si sparpagliano sul pavimento.
(Ma porca di quella brutta vacca!)
Li raccolgo, ma, mentre rimetto a posto la scopa, scivolo su una comitiva di croccantini fuggitivi e mi ritrovo col culo per terra, mentre quel cornuto del mio gatto si lecca i baffi pregustando l'abbuffata. Non ci sono spigoli nei dintorni, mi alzo illesa.
Esco di casa: slego la bicicletta, la guardo con diffidenza, ma quella mi sorride. Va bene, mi fido, sembra sincera e, soprattutto, mansueta.
Pedalo con diffidenza. Ok, funziona.
Pedalo.
Pedalo.
Comincio a cantare. Alla seconda strofa di "Mio fratello è figlio unico" la catena che serve per legare la bici ai pali si rompe, s'infila tra i raggi, mi blocca la ruota davanti. Spicco un volo degno di un'acrobata e mi spiaccico al suolo.
Vorrei essere morta, ma - aihmè - niente. E sono pure incolume. Mi alzo, tiro su il bolide, per caso alzo lo sguardo verso un autobus fermo e vedo l'autista che si sganascia dal ridere indicandomi con la mano.
Fanculo.
Dopo molte peripezie arrivo in ufficio. Tiro un sospiro di sollievo: al chiuso e senza mezzi di locomozione sotto il culo, le probabilità di morire di morte violenta si riducono notevolmente. Mentre penso, attraverso l'ufficio della Kapò, inciampo in un filo del computer e scaravento giù tutto eccetto il monitor. E, ovvio, stramazzo al suolo anch'io.
Tutto l'ufficio mi manda affanculo.
Se non è precarietà questa...










Ho sempre pensato che la città in cui vivi fosse bellissima, ma ora mi appare più come un campo minato...