Andiamo con ordine.
Il Motor Show è una discesa nelle viscere del genere umano. E' frequentato da persone di età e provenienza diversa, alti e bassi, biondi e bruni, maschi e femmine, belli e brutti, ma con una caratteristica in comune: una pantagruelica stupidità accompagnata da un'ignoranza così assoluta da sembrare finta.
Già alle otto di mattina i fanatici dei motori si accalcano davanti alle biglietterie e, forse per resistere al freddo, saltano, cantano in coro Po-po-po-po-po-po e suonano trombette come allo stadio. Appena aprono le biglietterie, si riversano all'interno sempre continuando a gridare, alla ricerca di carne fresca e gadget di ogni tipo. Qualunque ragazza gli passi accanto, anche se vestita con una tuta da palombaro, diventa oggetto di ululati, latrati, applausi, grugniti. In ogni caso nulla che ricordi, neppure in modo vago e confuso, suoni umani. I visitatori allupati vengono enuti a bada da ragazzotti identificabili da un orrendo giubbotto su cui troneggia la scritta Motor Show 2007 seguita dalle date del martirio.
L'abbigliamento tipico del fanatico dei motori varia secondo le età: gli adolescenti indossano pantaloni con il cavallo così basso che sembra ci sia un pannolone dentro, cappellini neri con corna e coda da diavolo comprati a un prezzo folle dai merchandising ufficiali della fiera, giubbotti che lasciano scoperti i reni nonostante le temperature polari. Gli uomini di età compresa fra i sedici e i venticinque anni sfoggiano orecchini pendenti e borse da donna. Dove andremo a finire, direbbe mio nonno. Il visitatore intorno alla trentina, invece, ha la camicia aperta fino alla pancia che scopre il petto depilato per l'occasione, pantalone attillato e strappato industrialmente in punti strategici, stivali da bovaro americano con punte di lunghezza insolita. I visitatori dai quaranta in su rivelano tutti una somiglianza inquietante con Tony Manero. Le donne, di qualunque età, si sottopongono gratuitamente alla tortura di tacchi altissimi e vestitini succinti e leggeri nell'evidente, quanto patetico, tentativo di mettere in ombra le standiste. Si guardano intorno con aria idrofoba e, se accompagnano un maschio, gli stringono la mano tanto forte da stritolargliela per ricordare a noi scemette poco vestite che quello è il loro maschio e chi lo tocca è morto.
A costoro ho dovuto distribuire per dieci ore il giorno l'ultimo numero della nostra orrida rivistina, in copertina l'immagine di un albero di Natale fatto con le auto che sembra la foto di un cumulo di cadaveri di lamiera abbandonati dallo sfasciacarrozze. Il problema è che il popolo dei motori non legge. Al massimo guarda le figure. Perciò, quando qualcuno si accorgeva che nella busta che gli allungavo sorridente c'era una rivista, me la restituiva schifato. Uno mi ha detto: "Grazie, ma io non leggo mai, mi fa schifo leggere, preferisco la tivvù". Poi, con un sorrisetto obliquo e l'occhio ammiccante, ha cercato di estorcermi il numero di telefono. In effetti il numero gliel'ho dato, peccato fosse quello della Kapò. No, non sono dispettosa, sono generosa: quel tizio con la camicia aperta, il catenaccio d'oro al collo, un cappellino Calvin Klein visibilmente tarocco e il petto depilato come quello di un tacchino che si appresta a finire in forno è l'uomo per lei. Sono certa che mi ringrazierà per averle reso un simile favore.









Mi ricorda di uno che scriveva: "Nel mezzo del cammin.."