L'Uomo Spiffero aveva 87 anni. E, sarà perché tendo a considerare la morte di una persona di quell'età più un'inevitabile conclusione che una tragedia, la notizia della sua dipartita non m'ha fatto né caldo né freddo.
I miei colleghi, invece, con nasi rossi e strategici occhialoni neri, hanno messo in moto la potente macchina della retorica della morte. Sono stati diramati comunicati, avvertite le autorità piccole e grandi, chiamati i giornalisti. Facciamo pubbliche relazioni e marketing, in fondo, e abbiamo fatto marketing pure sulla morte di una persona. Tant'è che stamattina io ho fatto rassegna stampa degli articoli che siamo riusciti a far pubblicare. Il giorno del funerale la chiesa era gremita di individui compunti che si spintonavano per accaparrarsi il pulpito e ricordare il grande imprenditore trapassato. La Bara girava con un blocchetto di appunti e accoglieva i giornalisti, mentre la Kapò piazzava dei fogliettini con scritto riservato sui posti in prima fila destinati alle autorità. Come a teatro, insomma.
Fiumi di parole, retorica e frasi fatte sono state spese per celebrare la potenza terrena di costui, le sue grandi capacità imprenditoriali, la sua lungimiranza negli affari, le sue originali e produttive strategie.
Epperò io, in fondo alla chiesa, circondata da individui che snocciolavano padrenostri con voce sempre più alta per sovrastare quella dei vicini, mi sono chiesta: e l'uomo? Tutti ripetono in tutte le lingue che è stato un grande imprenditore, ma perché nessuno, nemmeno il figlio, dice due parole sull'uomo? In fondo dovremmo essere prima di tutto uomini?
Sì, avete ragione, le chiese mi fanno male, molto male.










Per gli imprenditori veri - e non per i finanzieri quindi - l'essere imprenditore si fonda con il loro essere uomini.
Parlando dell'imprenditore, hanno già parlato dell'uomo.
:-)