Sempre più spesso mi vien da pensare che il patto tra generazioni, di tanto in tanto evocato, ma senza troppa convinzione, sia molto simile al famoso Godot della tragedia di Becket: citato, desiderato, rivestito di un ruolo quasi salvifico, ma appunto assente, negli anni passati, presenti e (temo) futuri. E quello che mi colpisce ulteriormente, non è tanto l'indifferenza, talvolta la sprezzante banalizzazione, del disagio in cui versa la sottoscritta e molti miei amici e coetanei, da parte di chi ha diritti che noi solo ci sogniamo, e li ritiene banalmente scontati; colpisce ancor di più anche questa tendenza a infierire, umiliare il prossimo. Come se tu vedessi una persona che resta a malapena a galla nell'acqua e che fai? L'aiuti? no, gli spingi la testa più sotto! Il punto è che non penso si diventi così di punto in bianco, ci devi essere indubbiamente portato di tuo; e forse il sistema è impostato proprio per premiare queste carogne qua, mica quelli che restano indietro ad aiutare gli altri. Ma come fanno questi soggetti a non pensare, per dire una banalità, che questa mancata condivisione, che a volte si trasforma in sadica connivenza, potrebbe un domani ritorcersi anche sulla pelle di qualche amico, parente, figlio? Penso si tratti di una diffusa indifferenza del "bene collettivo"; ma ormai me ne son fatta una ragione, nel pese dei guelfi e ghibellini, i cocetti di "bene comune" e "stato civile" sono sempre stati poco frequentati e relegati nella dimensione "dell'irrealizzabile ideale". Che schifo.
Ora, mentre lei partoriva questo capolavoro (nessuna ironia, lo penso davvero), io a casa riflettevo sul fatto che i colleghi, quelli con cui condivido nove ore il giorno da due anni, quindi nel complesso circa 6500 ore, non mi hanno nemmeno dato una pacca sulla spalla. Anzi: "ci ha ordinato di fare i colloqui per sostituirti e noi, capisci, non ci possiamo mica rifiutare" mi hanno comunicato la Kapò e La Bara ieri "d'altronde tu lo hai sfidato non venendo in ufficio entro le ore che lui ti aveva indicato". Che, sarò pure un pelo permalosa, ma alle mie orecchie suona come: beccati la giusta punizione per la superbiuccia patetica con cui hai cercato di elevarti alla dignità di un lavoratore.
Il discorso sarebbe lungo e comunque non riuscirei a farlo meglio di Elianto: questa società non premia, anzi scoraggia, la solidarietà. Soprattutto quella del forte col debole. E' concepita in modo tale che le carogne facciano balzi in avanti diventando sempre più carogne e chi si attarda ad aiutare il prossimo in disgrazia sia considerato solo un pazzo sognatore, un comunista pericoloso, uno che non sa badare ai suoi interessi. Mi è capitato l'altro giorno di ascoltare al tg che in un comune del nord alcuni non riescono a pagare la bolletta dell'Enel e dai oggi, dai domani, si ritrovano col contatore chiuso. Il sindaco di questo comune ha avuto allora l'idea di tassare con un euro - o qualche euro, ma comunque una cifra a cui, cazzo, se sei fra i redditi considerati alti rinunci facilmente - chi ha un reddito più alto per poi usare questi soldi per pagare la bolletta dell'Enel alle famiglie in difficoltà. Il giornalista ha intervistato alcuni cittadini di questo comune e ce n'erano un sacco che non si sono vergognati di dichiararsi piuttosto seccati di dover sborsare un eurino pulcioso in più. Ero a tavola con persone di cui ho stima e non con le solite carogne. Eppure il commento che ho sentito è stato: "Scusa ma mica è giusto che pago io che onestamente dichiaro quello che guadagno quando c'è chi fa una dichiarazione dei redditi fasulla e risulta povero". Ok, a prescindere che chi arriva a farsi staccare la luce probabilmente non risulta povero, ma è povero, penso che sì, hanno ragione, l'Italia è piena di evasori fiscali. Ma che in fondo si dovrebbe essere contenti di rientrare fra gli onesti che guadagnano e pagano e a cui viene data l'occasione di aiutare chi da solo non ce la fa.
Che c'entra? C'entra. C'entra proprio perchè chi fa questi discorsi è brava gente che ha sempre lavorato e guadagnato onestamente sudandosi ogni centesimo. C'entra perchè chi parla così non ha yacht e pozzi di petrolio. E allora a me viene in mente che in una società in cui la generosità e la solidarietà vengono relegate in secondo piano e in considerate in parte un disvalore anche fra la cosiddetta gente normale, quelli come Elianto, me e tanti altri, che pensano alla "società civile", al "bene comune", che sono convinti che indifferenza di fronte all'ingiustizia e all'umiliazione degli altri sia connivenza, hanno già perso. Siamo fuori della storia e dal tempo. Oggi trionfa il modello di fatti gli affari tuoi e fregatene del prossimo, tanto come alibi si adduce l'incrollabile convinzione che il tuo prossimo a sua volta se ne fregherà di te quando sarà il tuo turno. Noi precari siamo il prodotto di questa indifferenza, di questa svalutazione della generosità e della solidarietà: nel 2003, quando la Legge 30 fu approvata, chi già lavorava con un buon contratto e con i suoi sacrosanti diritti non si sentì coinvolto. Non pensarono domani toccherà a mio figlio o, se mi licenziano, potrebbe toccare addirittura a me. Molti si fecero prendere in giro dalla retorica del martirio, ok, ma quando se lo sono trovato davanti, il precariuccio vessato, nessuno è saltato su a dire "oh, ma cosa cazzo stiamo facendo?". Anzi, tutti zitti, pronti a tapparsi gli occhi con la storia del "caro mio devi fare la gavetta anche tu", oppure "ecco la generazione che ha avuto tutto che alla prima difficoltà piagnucola e corre da papi". Ora, a prescindere che essere considerato uno che ha avuto tutto da chi è nato alla fine dei '50 e s'è beccato il boom economico, i salari degli anni '70 e la ricchezza degli anni '80 francamente mi fa incazzare, sono sempre più convinta che la buona parte della responsabilità per la Legge 30 e le porcate commesse in suo nome vada ascritta all'indifferenza dei nostri cari concittadini, genitori, parenti, amici di qualche anno più grandi. Che, appurato che la cosa non li riguarda, si sono girati dall'altra parte.
Andiamo avanti così e presto o tardi riusciranno a farci accettare anche l'idea che si può morire di cancro al polmone, e senza che nessuno muova un dito, perchè non si è in grado di pagare l'assicurazione sanitaria.
Scusate, l'ottimismo non è di casa, in questo periodo.










Negli anni '70 c'erano quelle saghe di film "Milano violenta", "Napoli violenta"...insomma quei b-movie abbastanza inguardabili...
Oggi c'è una società violenta su tutta la linea, feroce più che violenta, sempre meno civile e solidale...e feroce lo sarà sempre di più. Questione di risorse scarse, economie traballanti e robe del genere.