Come vi ho detto sto cercando lavoro in un'area geografica circoscritta con precisione dalla locuzione "dagli Appennini alle Ande". Ora, in un mese di ricerca forsennata e di indefesso volantinaggio di curriculum, ho capito che la difficoltà maggiore di cercare lavoro in un'altra città consiste nel capire come cazzo si chiama il vostro lavoro in quel posto. Io, per esempio, pur avendo un sacco di dubbi esistenziali, so per certo che a Bologna Centro faccio l'addetto stampa. Ma non escludo che a Bentivoglio, un paesino di forse cinquemila anime cagato in mezzo alla bassa, io faccia qualcos'altro.
Ora, il regno della pubblicità e della comunicazione è, ahimè, Milano. Lì nessuno costruisce cose, ma tutti sembrano dedicarsi ossessivamente alla complessa attività di comunicare alla gente e alla stampa ciò che qualcun altro - magari in Cina - ha fatto. E anche se la prospettiva di brulicare in metropolitana in mezzo a milioni di potenziali berlusconiani non è la mia massima aspirazione, pare che, se voglio fare questo mestiere, non abbia alternative. Il problema è che a Milano l'addetto stampa non esiste. Nessuno, a Berluscopoli, fa questo mestiere. Mi c'è voluto un mese per capire che là gli sfigati come me si chiamano account junior. I più esperti, invece sono senior, executive, o senior executive così non ci si sbaglia. Ho capito con fatica che i junior non sono per forza più giovani dei senior, semplicemente prendono uno stipendio più basso, non scomandazzano, hanno un solo cellulare, non arrivano al lavoro in SUV ma in metro. Poi ci sono quelli che genericamente si occupano di media e public relations (attenzione a non dire relazioni con i media perché usare l'italiano in Italia è out), anche se non ho ancora capito se la differenza fra costoro e gli account consista solo nel fatto che l'amministratore dell'azienda per cui lavorano ha i deliri di grandezza e media relations gli suona più figo o in qualcosa di più sensato. Quello che so per certo è che dichiarare "faccio l'addetto stampa" a Milano è come dire "giuoco nell'aiuola" con la u: se avete meno di 90 anni, il vostro interlocutore vi polverizzerà con uno sguardo di disprezzo e il curriculum verrà immediatamente cestinato. A Milano non li vogliono, quelli che non sanno stare al passo coi tempi.
Così lunedì scorso, sotto una pioggia torrenziale e nonostante sia fermamente convinta della necessità di pensare di più e comunicare di meno, vado a Berluscopoli a fare un colloquio in questa megamultinazionale della comunicazione. Entro in una specie di capannone con le pareti azzurre, fuxia, rosa dove c'è talmente tanta gente che va avanti e indietro che per avvicinarmi alle segretarie della reception devo farmi largo a gomitate. Le segretarie - ops pardon, le receptionist - degnandomi a mala pena di uno sguardo, mi indicano col dito (lode alla capacità di sintesi) una saletta in fondo a un corridoio verde mela marcia e io prontamente mi c'infilo. La saletta ha una parete gialla, una bluette, una viola e una fuxia, roba da far venire un gran mal di testa, ma la cosa più inquietante sono i nani. E' piena di nani che mi guardano da ogni angolo. Riproduzioni di David Gnomo incrucciati, sorridenti, arrabbiati, ballerini che - compreso il cappello - mi arrivano alla cintola.
Sto per sedermi in mezzo alla comitiva di gnomi, quando la porta si apre ed entra una donna. Giovane, 35/40 anni. Anche bella. Ma piena di tic. Nel bel mezzo di una parola la bocca si torce in una smorfia di schifo, gli occhi sbattono come quelli di Jeannie la Strega. Inoltre, mentre parla, si spulcia le doppie punte e digrigna i denti producendo uno stridio imbarazzante.
"Quindi lei è un media relator?" crick crock, gneeeeeeec, stridio di incisivi.
"Yes, I do, cioè volevo dire si, direi di si"
"Junior o senior?" striiiiiiiiiiiiiiid, spunt-spunt.
"Beh, sono un addetto stampa da più di due anni..." confido nella sua capacità di giudicare da sola se due anni corrispondano a junioritudine o senioritudine.
"Ok, ma lei, dentro, si sente junior o senior? Junior, junior junior, junior con una punta di executive, senior o senior executive a tutti gli effetti..."
Per me senza maionese, grazie.
Anyway, decido di sparare basso, non si sa mai che mi ritrovo sul soglio pontificio e poi non so da dove cominciare.
"Junior, direi"
"Quindi lei non ha un'anima executive, per intenderci"
A parte che sto ancora cercando di capire se ho un'anima e agli aggettivi non ci sono ancora arrivata, a naso direi che executive ha qualcosa a che vedere con quindici ore di lavoro il giorno, stare sdraiati al mare col pc collegato a internet, il blackberry, due telefonini, il marketing di se stessi. No, forse non ho un'anima executive.
"Beh, spesso ho coordinato il lavoro di altre persone" cerco di glissare mentre il pensiero vola alla PsicoCentralinista e a Ursus e trattengo a stento una risata "ma direi che per il momento mi sento ancora junior".
"Bene, le faremo sapere" gneeeeeeeeeeeeeek, striiiiiiiiiiiiiid, spunt-spunt.
Deduco dall'esplosione di tic che sta mentendo e non mi richiameranno.
Prima che mi ritrovi a fare un altro colloquio a Berluscopoli, bisogna che m'inventi almeno un'anima executive e un vocabolario adeguato. Qualcuno di voi sa darmi consigli? Se funziona, per i primi 3 mesi vi do il dieci per cento dello stipendio, giuro.
Comunque ho deciso, se SS mi sbatte fuori, mi do all'economia domestica: sarò una home administrator.










Da quelle parti funziona un accento milanese molto meglio degli inglesismi. Quindi quando parli tenta di imitare il Berlusca, almeno vagamente.
Poi usa frasi del tipo "ghé minga" (non c'é), "ciumbia" (accidenti), "cadréga" (sedia), "vöja da laurá, saltúm adós" (voglia di lavorare, saltami addosso). Se alla fine del colloquio dicono subito di no, puoi salutare con un bel "Ma vá a dá via il cü" (grazie e arrivederci)