20 marzo 2008
Insomma, lunedì scorso ero a Genova e, dopo il colloquio, me ne andavo bel bella a spasso per le strade aspettando che arrivasse l'ora di prendere il treno. C'era caldo e tanto sole. E io avrei dovuto essere al settimo cielo che, si sa, son fotovoltaica. E invece. Invece avevo addosso una gran malinconia. Non tristezza, malinconia. Perchè il colloquio si era concluso con il solito sibillino "le faremo sapere" e invece avrei voluto uscire da lì con una buona notizia. Ma, soprattutto, perchè se fossi uscita da lì con una buona notizia sarei stata ancor più triste.
Nel 1995 quando sbarcai qui dall'Abruzzo in una nebbiosa domenica di novembre, le strade di Bologna erano bellissime, come oggi, ma erano vuote. Non c'era un angolo che mi ricordasse qualcosa. Al contrario, ogni angolo mi ricordava non c'era un angolo a cui potessi legare dei ricordi. Non capivo il dialetto, nè i modi di dire. E i bolognesi non capivano i miei. Una volta un tizio che mi piaceva, durante la lezione di filosofia del diritto, mi bisbigliò in un orecchio che gli era scesa una gran catena. Io lo guardai a bocca aperta, mi vergognai di chiedere lumi e feci la figura dello stoccafisso. Per anni Bologna e i bolognesi sono stati un mistero, sono arrivata a chiedermi se esistessero davvero. Per quanto mi sforzassi sembrava che riuscissi a conoscere solo altri fuoriusciti come me. Il primo bolognese l'ho conosciuto a quattro anni dal mio arrivo qui, ma dentro Bologna ci sono entrata davvero solo quando ho cominciato a lavorare. Nel frattempo gli angoli si sono riempiti di ricordi e, se anche questa continua a non essere casa mia, almeno ho smesso di sentirmi ospite. Tutto ciò per dire che non è necessario andare dall'altra parte del mondo per essere uno straniero.
E ora che, dopo quasi tredici anni, gli angoli di Bologna sono pieni di ricordi, probabilmente tocca andarmene di nuovo. Sarà Genova, o Milano, o chissà. Comunque saranno altre strade belle e vuote, altri angoli senza ricordi, altra realtà da scoprire e addomesticare. Altri modi di dire che a me non diranno nulla. E in fondo io sono un tipo un po' nomade e non c'è niente che consideri più asfissiante che nascere e morire, magari ottant'anni dopo, nello stesso posto. Ci sono molti che questa attitudine al nomadismo non ce l'hanno, eppure si spostano per inseguire il sogno di un lavoro dignitoso. Ora, il punto è che se uno che gironzola per il globo perchè ha il pepe nel popò si chiama persona inquieta, uno che si sposta perchè dove sta non c'è lavoro - o non c'è un lavoro decente - è un emigrante. Poco importa se parte con lo zaino da interrail invece che con la valigia di cartone e la busta coi panini. Ecco, la sensazione è che anche questa precarietà qui, geografica, logistica - chiamatela un po' come vi pare - oltre che contrattuale, possa far soffrire contribuendo a quel senso di generico disagio, alla sensazione di essere eternamente in bilico su un filo appeso su un baratro che un sacco di trentenni si portano appresso.
Però le dita, voi, incrociatele lo stesso, che il tempo stringe e io vado anche sulla luna, se devo.
 
co.co.prodotto da Atipica at 5:39:00 PM | Permalink |


15Commenti


  • At 11:40 PM, Anonymous Anonimo

    Inseguono un Sogno,
    non il "Sogno di un Lavoro Dignitoso, perchè dove stanno non se ne trovano".

    Non andare "se devi", ma vai "se vuoi".

    :-)

    Un abbraccio

     
  • At 9:52 AM, Blogger Atipica

    Prime non è obbligatorio commentare. Se non hai niente da dire, stai zitto. E piantala con le faccine, mi irritano.

     
  • At 9:59 AM, Anonymous Anonimo

    Vai.. e conquista la luna!

     
  • At 10:07 AM, Blogger Atipica

    Azzie Madison, se mi chiameranno, ci andrò...io continuo a incrociare le dita!

     
  • At 1:20 PM, Anonymous Anonimo

    Questo post mi ha emozionato tanto.
    Mi fa ricordare come ci ho messo anni a fare amicizie e a non sentirmi ospite a Perugia, che anche se è solo a 40 km da casa, all'inizio sembrava un altro mondo. Non capivo tante cose di questa città, e alcune non le capisco ancora, ma almeno adesso posso chiamarla seconda casa.
    E condivido con più di una punta di amarezza il sentirmi anch'io emigrante per forza, io che amo moltissimo andare in giro per il mondo e sentirmi cittadino del mondo, come molti mi chiamano, ma che detesto la sensazione di dover emigrare per forza perché il mio paese ha deciso di prendere a calci nel sedere la mia generazione, perchè noi, come dice il mio capo, abbiamo una pretesa assurda: quella di mangiare e di costruirci una vita.

     
  • At 2:52 PM, Blogger Atipica

    caro Clarke, hai colto perfettamente il senso. Passeggiando per Genova m'è sembrato di tornare indietro di tredici anni, a quando scoprii, a diciannove anni, che la libertà ha un prezzo altissimo che si chiama solitudine. Adesso amo questa città, ma in fin dei conti è sempre l'amore di uno straniero. Uno straniero che, forse, sarà costretto ad andarsene e ricominciare daccapo, con altre passeggiate solitarie per strade sconosciute e senza ricordi. Strade che stavolta non ha scelto, in cui si ritrova quasi per caso perchè lì ha trovato lavoro. Emigranti per forza, come quelli che cent'anni fa andavano in america. Con un'amarezza in più, se ci pensi: noi eravamo i fortunati, quelli nati nell'ovatta, i destinatari assoluti del benessere frutto dei sacrifici di nonni e genitori.

     
  • At 3:35 PM, Anonymous Anonimo

    @clarke
    non conosciamo il tuo caso, ma la cosa che dice ha dei risvolti corretti: ciò che è assurdo non è "avere la pretesa assurda di bla bla bla" ... ciò che è assurdo è "avere la pretesa".

    Non si va mai avanti a colpi di pretese.

    :-)


    @atipica
    commentiamo quando abbiamo qualcosa da dire di importante, come questa volta.

    Rileggi e ti renderai conto meglio

    :-)

    Per le faccine, è semplicemente il nostro modo di parlare, lo facciamo sempre.

    :-)

    Un abbraccio.

     
  • At 3:42 PM, Anonymous Anonimo

    Ecchessarammai! Vero che nessuna città al mondo può sostenere il confronto con Bologna (ma chissà di dove sono, eh?), ma non mi hanno mai parlato di Genova come di una pietraia abitata da antropofagi. Insomma qui c'è la nebbia e l'umido, là il mare ed il salmastro. Qui i tortellini, là la pastalpesto. Alma Mater vs Acquario. Portici in cambio di porto. Soccia mutato in Belin. Guccini per De Andrè (anche se il Guccio si starà un pò tastando i maroni, in questo momento). Poi è vero che partir c'est un peu mourir, ed è altrettando vero che dover levare le tende obbligatoriamente fa giustamente girare le balle, ed è soprttutto vero che come quei 3-4 bolognesi che hai conosciuto in acqua, mi spiace per il resto d'Italia, non ne troverai a cercarli (oggi virgole a cazzo di cane, alè), ma ci sarà il batticuore della novità, sapori nuovi, una luce diversa, una nuova lingua da imparare. Insomma, non lo avevo ancora detto, ma... In bocca al lupo Atipica, saluta senza rimpianti una città che non ti ha saputo apprezzare come avrebbe potuto. Se poi non sarà stavolta sarà quella dopo.

     
  • At 5:32 PM, Anonymous Anonimo

    Sono cose che sento anch'io, e mi sono spostata da casa mia di "appena" 100 km. Speriamo di trovare pace lavorativa (e anche mentale) al più presto.

     
  • At 9:57 PM, Blogger leorso

    Se vieni a Genova fammi sapere.

     
  • At 2:32 AM, Blogger Alabama

    Uff.
    Anche io mi ritrovo in questo post.
    Piu' che altro nella malinconia e nel disagio degli spostamenti.
    Io al contrario ho deciso di tornare dove sono nata, perche' non ho la stoffa dell'emigrante e il discorso sulla liberta' = solitudine lo capisco fin troppo bene. Hai ragione.
    Ma io a vivere e morire nello stesso posto ci metto la firma, sara' che il posto e' Roma e non Minkiano Superiore, sara' che non l'ho mai mollata, sara' che sono una nostalgica del cazzo.
    Non credo all'assioma "dove c'e' un letto c'e' casa". Non credo neanche a "dove c'e' lavoro c'e' casa", ma se a casa non c'e' lavoro che si fa? Ok. Non lo so. Lo sapro' presto.
    Vivere e morire nello stesso POST.

     
  • At 11:46 PM, Blogger LB

    Come capiiiisco!!! IO che adesso che avevo deciso che Torino fa schifo e porta sfiga...adesso che ho deciso di migrare verso nuovi orizonti (quali? a saperlo...), adesso mi guardo intorno e penso: Mì, che bella che è questa città, che belli i portici, che belle piazze, quanta vita, che bella gente! Ma sarò scema???

     
  • At 11:47 PM, Blogger LB

    orizzonti. scema si, sgrammaticata no!

     
  • At 5:24 PM, Blogger tytania

    non sai quanto ti capisco, e quanto tu capisci me!

     
  • At 5:47 PM, Blogger Atipica

    Grazie, grazie mille...

     
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